LA FAME NERA
- Alice Rondelli

- 26 mar
- Tempo di lettura: 20 min
È un durissimo testa a testa quello che intercorre tra gli Stati Uniti – e la sua longa manus in Medioriente, Israele – e l’Iran, una storia tutta da raccontare. Già nel 2006 George W. Bush accarezzò l’idea di smantellare il presunto programma nucleare iraniano con un attacco militare nella regione, ma solo il genocidio palestinese cominciato nell’ottobre 2023 ha creato le condizioni per legittimare l’attacco al regime degli Ayatollah. La fame dell’Impero verrà finalmente saziata, o rischia di affamare tutti noi?

"La fame nera", di Tutto e Niente (2026)
Il petrolio si presenta come un liquido oleoso e di colore bruno-nero. Esso è il risultato di un processo lungo milioni di anni, che inizia con la decomposizione sul fondale marino di una moltitudine di organismi, protozoi e piccoli animali. La presenza ridotta di ossigeno permette a questi organismi di non degradarsi: vengono, dunque, seppelliti da altri sedimenti. Durante il processo di
sedimentazione, i residui organici si accumulano e si infiltrano sempre più in profondità nella crosta terrestre. Qui, sono soggetti a condizioni di temperatura e pressione sempre più elevate, che permettono la loro trasformazione: dapprima in cherogene e poi in petrolio.
Il petrolio o greggio, anche conosciuto come “oro nero”, rappresenta una delle risorse energetiche più importanti e ampiamente utilizzate al mondo. Le sue peculiarità lo hanno reso capace di rivoluzionare l’industria, i trasporti e l’economia globale. Si tratta, infatti, di un prodotto estremamente versatile: è una fonte di energia che può essere trasformata facilmente in combustibile, e al contempo costituisce la materia prima fondamentale per la produzione di una vasta gamma di prodotti quali plastiche, fertilizzanti, lubrificanti e molto altro.
L’anno zero per l’industria del petrolio è il 1859 quando, in agosto, Edwin Drake perforò a Titusville, in Pennsylvania (Stati Uniti), quello che viene riconosciuto da tempo come il primo pozzo petrolifero della storia.
Il Dubai Crude è una qualità di petrolio greggio estratto dai campi petroliferi situati negli Emirati Arabi Uniti. È considerato un petrolio medio-pesante con un tenore di zolfo relativamente elevato. Costituisce il benchmark per i mercati orientali, ovvero un riferimento standard utilizzato come parametro di prezzo per la compravendita di altre tipologie di petrolio nel mercato globale. Lavorare il Dubai Crude è più costoso rispetto ad altri tipi di greggio per ragioni che non staremo qui ad approfondire; vi basti sapere che riguarda la quantità di zolfo che contiene.
La maggior parte dei principali Paesi esportatori, fa parte dell’OPEC o dell’OPEC+ (Organization of the Petroleum Exporting Countries), un’organizzazione intergovernativa fondata il 14 settembre 1960 a Baghdad, in Iraq, da cinque paesi produttori ed esportatori di greggio: Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela. Ai cinque membri fondatori si sono aggiunti in seguito: Libia (1962), Emirati Arabi Uniti (1967), Algeria (1969), Nigeria (1971), Gabon (1975), Angola (2007), Guinea Equatoriale (2017) e Congo (2018). Non ne fanno, invece, più parte: Qatar e Ecuador.
L’obbiettivo che l’OPEC si prefigge è quello di coordinare e unificare le politiche petrolifere dei Paesi membri, al fine di garantire prezzi equi e stabili per i produttori di petrolio, una fornitura efficiente e
regolare di petrolio ai Paesi consumatori e un’equa remunerazione del capitale per coloro che investono nell’industria.
Il contesto in cui si sviluppò l’OPEC fu caratterizzato da un mercato internazionale dominato da sette compagnie petrolifere multinazionali, denominate da Enrico Mattei come le “sette sorelle”. Queste compagnie includevano: AngloIranian Oil Company (ora British Petroleum), Gulf Oil, Royal Dutch Shell, Chevron, Exxon (ora ExxonMobil), Mobil (ora ExxonMobil) e Texaco (ora Chevron).
Durante gran parte del XX secolo, le sette sorelle hanno giocato un ruolo dominante nel controllo delle risorse petrolifere, delle infrastrutture e delle reti di distribuzione. L’accesso e il controllo diretto sulle principali riserve petrolifere al mondo ha permesso loro di influenzare l’offerta di petrolio sul mercato e stabilire prezzi in base alle loro strategie aziendali e agli interessi degli azionisti.
La crisi petrolifera del Kippur, che ebbe inizio nel 1973, fu una delle più significative crisi energetiche del XX secolo. Combattuta tra Israele e gli stati arabi di Egitto e Siria, la guerra del Kippur scatenò una serie di eventi che portarono a un forte aumento dei prezzi del petrolio e ad una riduzione delle forniture per molti Paesi.
All’epoca l’OPEC impose un embargo petrolifero contro gli Stati Uniti e i Paesi Bassi, che erano considerati tra i principali sostenitori di Israele. L’embargo petrolifero comportò una significativa riduzione delle forniture di petrolio verso gli Stati Uniti e i Paesi Bassi, appunto, generando una crisi energetica globale. I prezzi del petrolio salirono rapidamente, passando da circa 3 dollari al barile a oltre 12 dollari nel 1974. Questo aumento dei prezzi del petrolio ebbe un impatto significativo sull’economia mondiale e causò un’inflazione galoppante, una riduzione della crescita economica e una maggiore disoccupazione in molti Paesi.
Questo evento segnò un punto di svolta nella storia dell’industria petrolifera, poiché evidenziò la vulnerabilità delle compagnie petrolifere internazionali ai cambiamenti politici nel settore energetico.
Nel 2016 l’OPEC ha riconosciuto che la gestione dell’offerta globale di petrolio per influenzare i prezzi richiedeva, e richiede tutt’ora, un coinvolgimento più ampio che comprenda anche i principali produttori non membri.
Il 30 novembre dello stesso anno, l’OPEC ha deliberato di tagliare la produzione di 1,2 milioni di barili, a decorrere dal primo gennaio 2017. L’obiettivo era quello di risollevare i livelli dei prezzi del greggio che, all’inizio del 2016, erano precipitati al di sotto dei 30 dollari al barile a causa di un’eccessiva offerta sul mercato dovuta in buona parte al boom della produzione americana di shale oil (un idrocarburo “non convenzionale” estratto da rocce argillose o scisti bituminosi poco permeabili, attraverso la tecnica della fratturazione idraulica). Questo costituì la prima volta in cui altre nazioni esterne all’OPEC, in particolare la Russia, aderirono alle misure di limitazione della produzione.
Tale evento sancì l’istituzione dell’OPEC+, poiché agli 1,2 milioni di barili dall’OPEC si aggiunsero ulteriori 600.000 barili (di cui 300.000 provenienti dalla Russia), portando così l’ammontare complessivo dei tagli a 1,8 milioni di barili. La riduzione della produzione avvenuta nel novembre 2016 costituì il primo intervento del cartello nel limitare l’estrazione di petrolio.
Il trasporto di petrolio via mare rappresenta una delle arterie vitali dell’economia globale e il dinamismo del settore è principalmente alimentato da una serie di fattori, quali le tensioni geopolitiche, le scoperte di nuovi giacimenti, i cambiamenti della domanda globale e le politiche energetiche delle singole nazioni.
La rotta petrolifera più importante è quella che va dal Golfo Persico verso l’Estremo Oriente, con il petrolio che si muove principalmente dal Golfo, includendo Paesi come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, verso consumatori chiave come la Cina, l’India, la Corea del Sud e il Giappone.
L’Arabia Saudita è il maggiore esportatore di petrolio in Asia e il primo esportatore mondiale di greggio. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait dominano le esportazioni di petrolio verso l’Asia Pacific Base Oil Market che nel 2025 è valutato 21.87 miliardi di dollari e che mostra una previsione di crescita fino a 38.60 miliardi di dollari nel 2034.
Nel 2025 dallo stretto di Hormuz sono transitati circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio totale (greggio e derivati), di cui circa l’80-90% è stato destinato ai mercati asiatici.
Al momento in cui scrivo, ovvero il 25 marzo 2026, la decisione dell’Iran di impedire il transito dallo stretto in questione alle navi dei Paesi che hanno a che fare con Stati Uniti e Israele (che dal 28 febbraio scorso bombardano incessantemente il territorio iraniano e non solo) hanno ridotto significativamente l’esportazione.
Secondo l’EIA statunitense (United States Energy Information Administration) il prezzo del greggio Brent (una miscela di petrolio greggio estratto dai giacimenti petroliferi del Mare del Nord, tra il Regno Unito e la Norvegia) è aumentato notevolmente in seguito all’inizio dell’azione militare in Medioriente. Fermo restando le fortissime oscillazioni alle quali è soggetto in questi giorni il mercato del greggio, il Brent al 9 marzo si è mostrato in rialzo di circa il 50% dall’inizio dell’anno; questo perché non necessita di passare dallo stretto di Hormuz per essere venduto in Asia.
È previsto che l’aumento dei prezzi del petrolio porti ad una maggiore produzione di greggio statunitense che, però, sarà tagliato fuori dal mercato più grande: quello asiatico. Anche la produzione di gas naturale liquefatto (GNL) statunitense è cresciuto di conseguenza di quasi il 60% dall’inizio della guerra e il principale acquirente è l’Europa che, a causa della guerra tra Ucraina e Russia, ha scelto di acquistare principalmente dagli Stati Uniti, nonostante l’alto costo di conversione del gas necessario per il suo utilizzo.
Nel frattempo, dall’inizio dell’attacco congiunto USA-Israele contro l’Iran, quest’ultimo ha inviato in Cina più di 11 milioni di barili di petrolio attraverso lo stretto di Hormuz. Il 10 marzo, l’Iran ha fatto sapere che i Paesi che desiderino riprendere a far transitare le proprie navi dallo stretto dovranno espellere dal proprio territorio gli ambasciatori israeliani e statunitensi. L’effettiva chiusura della via d’acqua ha costretto l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait e l’Iraq a ridurre la produzione di petrolio, a causa di una crescente riserva di barili senza sbocchi e dell’esaurimento della capacità di stoccaggio.
Inoltre, a destabilizzare ulteriormente i mercati hanno contribuito i gravi attacchi agli impianti energetici in tutto il Medioriente. Un aumento sostenuto del prezzo del petrolio è causa dell’aumento del costo dei beni di uso quotidiano e del rallentamento la crescita economica delle nazioni. Secondo un’analisi del Fondo monetario internazionale, infatti, ogni aumento del 10% dei prezzi del petrolio corrisponde a un aumento dello 0,4% dell’inflazione e a una riduzione dello 0,15% della crescita economica.
Il presidente degli Stati Uniti Trump dichiara di sperare che la guerra termini quanto prima, l’Iran ribadisce che non ci saranno ulteriori trattative con la Casa Bianca e che tutti coloro che attaccheranno l’Iran verranno presi a «pugni sul muso»; ma non basta: in queste ore, le autorità iraniane hanno fatto sapere che potrebbero decidere di colpire centri economici e banche legati a Stati Uniti e Israele, in seguito a quello che è stato definito un «attacco ad una banca iraniana».
Nel frattempo la Commissione Europea annuncia che i Paesi dell’Unione hanno riserve di petrolio per un massimo di 85-90 giorni.
Il 21 febbraio 2022 l’indipendenza del Donbass (del quale fanno parte le due aree separatiste filorusse Donetsk e Luhansk) è stata formalmente riconosciuta dal presidente Vladimir Putin, inducendo l’Unione Europea a porre delle pesanti sanzioni economiche alla Russia. Da quando queste sono entrate in vigore i traffici commerciali del petrolio sono mutati di conseguenza. Dall’avvio dell’aggressione all’Ucraina le quantità trasportate dalle petroliere prevenienti dai porti russi sono esplose del 140% verso cinque Paesi che non applicano le sanzioni: Cina, India, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Singapore. Una ricerca del Centre of Research on Energy and Clean Air (Crea) di Helsinki, evidenzia come al contempo questi cinque Paesi abbiano aumentato sensibilmente le esportazioni di prodotti petroliferi raffinati verso i principali Paesi che, invece, tengono la Russia sotto sanzioni, contraddicendo gli obbiettivi comuni del price cap (ovvero, “tetto al prezzo”). In pratica questi Paesi importano greggio russo, lo raffinano, e riesportano i prodotti verso quei Paesi che non possono importalo direttamente, guadagnando dalla lavorazione intermedia. Il price cap al prezzo del petrolio ha l’obiettivo di stabilizzare i prezzi dell’energia a livello mondiale, attenuando al tempo stesso le conseguenze negative in termini di approvvigionamento energetico dei Paesi terzi.
Mentre il Giappone è stato particolarmente colpito dalla guerra in Iran, poiché ha bisogno di importare quasi tutto il suo fabbisogno energetico, il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha imposto un tetto massimo al prezzo del petrolio e la Cina ha ordinato alle raffinerie di interrompere le esportazioni di carburanti raffinati, al fine di mitigare potenziali carenze di carburante sul mercato interno; la Thailandia ha ordinato ai dipendenti pubblici di usare le scale anziché l’ascensore e ridurre la dipendenza dall’aria condizionata; le Filippine e il Pakistan hanno entrambi introdotto la settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici, e il Bangladesh ha modificato il proprio calendario, anticipando la festività di Eid al-Fitr e consentendo alle università di chiudere prima nel tentativo di risparmiare carburante. Intanto, in Europa, il ministro dell’energia danese, Lars Aagaard, ha incoraggiato i cittadini a ridurre il consumo di energia e a guidare di meno, dato che il Paese fa affidamento sulle sue riserve petrolifere a fronte dell’impennata dei prezzi del petrolio; nel Regno Unito, il Primo Ministro Keir Starmer ha annunciato un pacchetto di aiuti da 70,3 milioni di dollari a sostegno delle famiglie vulnerabili colpite dall’impennata dei prezzi dell’energia e delineato un tetto massimo alle bollette energetiche; l’Ungheria ha introdotto dei tetti massimi ai prezzi del carburante, mentre Austria e Germania hanno limitato gli aumenti giornalieri dei prezzi e la Francia ha avviato ispezioni per prevenire speculazioni sui prezzi. La principale conseguenza dell’aumento dei prezzi del greggio è la decelerazione della crescita produttiva dei Paesi più colpiti che, al momento, sono Cambogia e Vietnam.
Nonostante questo terremoto economico l’Iran non si muove un millimetro dalle sue posizioni. Il presidente Pezeshkian ha delineato tre condizioni per porre fine alla guerra: il riconoscimento dei diritti legittimi di Teheran; il risarcimento dei danni causati dall’attacco israelo-americano; e, infine, ferme garanzie internazionali contro future aggressioni al Paese.
Il 18 marzo, a seguito dell’uccisione in un attacco israeliano del capo della sicurezza iraniana, Ali Larijani, il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha affermato che «gli Stati Uniti e Israele non hanno ancora compreso che il governo iraniano non si basa su un singolo individuo», aggiungendo che «la Repubblica Islamica è costruita per resistere agli shock» e che «la morte di nessun individuo potrà destabilizzare il sistema».
Se vi state chiedendo il motivo dietro alla decisa risposta iraniana agli attacchi di sabato 28 febbraio 2026, potete trovare la risposta in un nome: Mojtaba Khamenei, il nuovo Ayatollah iraniano.
Eletto l’8 marzo, Mojtaba Khamenei altri non è che il figlio di Ali Khamenei, ucciso da un attacco aereo americano. In pochi giorni di guerra, il nuovo Ayatollah ha perso: il padre, la madre, la moglie, un figlio, una sorella, un cognato e diversi nipoti.
Unitosi agli Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) nel 1987, Khamenei ha forti legami con il politico conservatore Gholam-Ali Haddad-Adel (del quale ha sposato la figlia, Zahra, nel 2004), rafforzando i legami con la parte intransigente dell’establishment iracheno. In seguito, nel 2005, ha supportato l’elezione di Mahmoud Ahmadinejad (presidente dell’Iran fino al 2013), un conservatore laico noto per le sue posizioni antisioniste, antiamericane e antioccidentali che intensificò e strinse le relazioni con il Cremlino, rapportandosi direttamente con Putin. Non a caso, pochi giorni fa, l’ambasciatore russo a Londra ha affermato che il suo Paese non è neutrale nella guerra contro l’Iran e che Mosca sostiene Teheran.
Mojtaba Khamenei seguirà la linea che fu del padre di rifiuto totale di piegarsi all’imperialismo occidentale, forse persino più integralista. È sotto gli occhi di tutti la dura risposta dell’Iran agli attacchi israelo-americani, anche nei confronti dei Paesi mediorientali che ospitano basi americane e che favoriscono qualsivoglia tipo di attacco. Ne è un esempio l’attacco iraniano alla base britannica Royal Air Force (RAF) di Akrotiri, a Cipro del 2 marzo, offensiva storica ad un territorio geograficamente europeo: una cosa che non era mai accaduta prima.
Il 18 marzo è stato rilevato un aumento del transito di navi attraverso lo stretto di Hormuz passando per le acque territoriali iraniane; tuttavia non si tratta di navi affiliate all’Occidente, ma cinesi e indiane. Il Ministro degli Esteri iraniano ha dichiarato che lo stretto è «aperto, ma chiuso ai nostri nemici», dopo che un portavoce del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) aveva avvertito all’inizio del mese che qualsiasi nave avesse tentato il passaggio sarebbe stata incendiata.
Solo il giorno prima Donald Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti non hanno bisogno della NATO, dopo essere stato respinto da diversi Paesi membri dell’organizzazione in merito alla sua richiesta di una forza navale multinazionale per riaprire l’importante stretto di Hormuz.
Questa guerra durerà pochissimo, anzi, è già finita. L’Iran ha vinto al tavolo del Risiko (che è un tavolo verde, aimè) anche se le bombe continuano a cadere e la gente a morire. Kuwait, Bahrein, Oman, Emirati Arabi, Iraq… Tutti i vicini di casa dell’Iran sono stati, loro malgrado, coinvolti nello scontro; questo perché per troppo tempo gli stati arabi hanno finto che non stesse succedendo nulla in Palestina, Cisgiordania, Libano, Siria… e che i loro fratelli mussulmani non stessero morendo schiacciati sotto lo stivale israeliano made in USA. Alla fine, le diplomazie di Iran e USA raggiungeranno un accordo sul cessate il fuoco e tutto tornerà alla normalità, se di “normalità” si può parlare. Le cose resteranno esattamente quelle che sono sempre state: gli Stati Uniti tenteranno ancora di usare Israele per vincere le resistenze iraniane e, come sempre, falliranno; il Medioriente continuerà ad essere destabilizzato fino a che Israele non verrà debellato dalla cartina geografica. Se questo mai accadrà non è dato sapere, ma permettetemi di dire che è dato sperare.
Israele sta approfittando del parapiglia generale per attaccare pesantemente il Libano: interi edifici pieni zeppi di civili vengono bombardati quotidianamente; gli sfollati hanno superato quota 800.000 persone, in quella che è una crisi umanitaria senza precedenti per la rapidità con la quale si sta evolvendo. Allo stesso tempo, i coloni israeliani in Cisgiordania agiscono in maniera sempre più violenta e aggressiva. L’attacco all’Iran è solo l’ultima di una lunga serie di manovre cominciate nel 1948, volte a consolidare il potere statunitense in Medioriente, in cambio dell’espansione della Grande Israele (Eretz Israel Hashlema), che si riferisce a un concetto sionista e biblico basato sulla promessa divina ad Abramo di terre estese “dal fiume d’Egitto al fiume Eufrate” (Genesi 15:18-21); questo ideale include aree dell’attuale Israele, Palestina, Giordania, Libano, Siria, Iraq e parti di Egitto e Turchia. In alcune interpretazioni radicali e revisioniste anche parti dell’Iran occidentale vengono incluse in questo ambizioso piano criminale.
Nel frattempo, secondo le stime dell’Energy Information Administration (EIA) il mercato statunitense del gas naturale liquefatto (GNL) sta registrando una rapida crescita, con esportazioni passate da valori praticamente nulli a oltre 15 miliardi di piedi cubi al giorno (Bcf/d) nell’ultimo decennio, rendendo gli Stati Uniti il principale fornitore mondiale di questo prodotto. Si specifica, inoltre che «Il settore è destinato a espandersi significativamente, con una capacità che potrebbe raddoppiare entro il 2029-2030». Insomma: se i costi del petrolio diventano proibitivi, a guadagnarci sono in primis gli USA che, oltre a vendere più gas naturale liquefatto, si arricchiscono con la vendita del petrolio, di cui è il principale Paese produttore mondiale.
Les jeux sont faits!
C’è da aspettarsi molto di più. Nel 2022 le esplorazioni hanno portato alla scoperta nuovi giacimenti nelle acque profonde in Namibia, Algeria e al largo di Guyana e Brasile. Questi Paesi, quindi, sono a rischio destabilizzazione politica ad opera degli americani. Attualmente il settore dell’esplorazione continua ad essere dominato dalle compagnie petrolifere nazionali e dalle major, con la francese Total Energies, Qatar Energy e la brasiliana Petrobras.
Attualmente gli Stati Uniti mantengono la Strategic Petroleum Reserve: la più grande riserva di petrolio di emergenza al mondo, con una capacità di oltre 700 milioni di barili ed è proprio questo a rendere Washington così arrogante in Medioriente; ma l’Iran non è la Siria: non esiste nessun Assad che fugge in Russia e lascia il Paese in mano al fantoccio americano ed ex Al-Qaeda Jolani. L’Iran è un Paese enorme, popolato da 90 milioni di persone, alleato naturale di Cina e Russia in funzione antiamericana, che offre a queste due grandi nazioni un importante sbocco sul Medioriente. In poche parole: l’Iran è per Russia e Cina quello che Israele è per gli Stati Uniti. Questa è la ragione per la quale non verrà permesso che la sua sovranità territoriale venga violata impunemente, anche se i suoi sostenitori continuano a rimanere dietro le quinte.
Ogni volta che Israele colpisce un sito energetico iraniano, il Paese risponde attaccando i siti energetici dei suoi vicini, come è accaduto il 19 marzo in Qatar e vicino al Saudi Aramco di Riyadh (Emirati Arabi). Ovviamente, non è possibile continuare così ad oltranza: i danni sarebbero troppo ingenti e davvero nessuno ne può giovare, se non gli Stati Uniti che, appunto, continueranno ad esportare il proprio petrolio all’Europa a prezzi esorbitanti. L’Unione Europea, dal canto suo, finge di avere le mani legate. Elly Schlein (segretaria del Partito Democratico italiano) ha detto che giammai si potrà accettare di comprare il petrolio dai russi fino a che il Cremlino non deciderà di lasciare in pace l’Ucraina. Qualcuno ha ironicamente commentato sui social: «Quindi, il prossimo pieno della macchina me lo paghi tu?». La verità è che non è questo il punto, quanto piuttosto il fatto che si continua a sostenere che il mondo si divida in “buoni e cattivi”, mentre ancora il governo italiano non si decide a condannare il genocidio palestinese ad opera di Israele e del suo alleato americano e nemmeno i feroci attacchi al Libano. Quindi, anche la sinistra concorda nel dire che non sia giusto comprare greggio da Putin per via della guerra in Ucraina, ma non è altrettanto sbagliato acquistarlo dagli Stati Uniti, che stanno devastando il Medioriente con un attacco senza precedenti ad un numero di Paesi che cresce di giorno in giorno.
Trump continua a minacciare l’invio di truppe, ma la verità è che non ha la minima intenzione di farlo; i Paesi arabi non consentiranno che questa guerra insensata continui ad oltranza. Perché lo so? Perché se c’è una cosa che l’Impero ci ha insegnato in questi decenni è che non è il più rumoroso nella stanza quello che tira i fili, bensì quello più silenzioso e il silenzio degli Emirati Arabi fa un rumore davvero sospetto.
Se gli USA hanno promesso ad Israele mano libera per accaparrarsi terre su terre in previsione di costruire, finalmente, la Greater Israel, cosa è stato promesso ai signori del petrolio? O forse bisogna chiedersi cos’hanno promesso loro agli Stati Uniti…
Il 19 marzo l’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti negli Stati Uniti, Yousef Al Otaiba (in una lettera indirizzata all’US-UAE Business Council) ha ribadito l’impegno del suo Paese nei confronti dell’accordo di investimento da 1.400 miliardi di dollari con l’America, affermando che gli impegni di investimento annunciati lo scorso anno proseguiranno senza interruzioni e che i piani per accelerare l'implementazione e il finanziamento rimarranno invariati. Il business di cui si parla si riferisce ai massicci accordi a lungo termine tra i due Paesi incentrati su intelligenza artificiale, energia e tecnologia.
Ecco un valido motivo per mettere fine alla guerra prima che l’Iran inizi a colpire le infrastrutture americane in Medioriente, come di recente ha avvertito che farà.
Le più importanti infrastrutture di gas nel Golfo Persico prese di mira dall’Iran sono: la Mina Al-Ahmadi oil rafinery in Kuwait; la Ras Laffan di QatarEnergy (il più grande produttore mondiale di gas naturale liquefatto); e l’emiratina Habshan Gas facility. Questi target sono considerati legittimi in virtù della mancata opposizione all’aggressione iraelo-statunitense da parte delle nazioni confinanti con l’Iran. L’attacco del 19 marzo alla South Pars iraniana (in cui opera anche il Qatar), che con i suoi 51 trilioni m³ di gas naturale è considerato il giacimento più grande al mondo, ha esacerbato i rapporti tra gli stati del Golfo e ridotto del 17% la capacità di esportazione del prodotto per i prossimi 5 anni. Un duro colpo al mercato dell’energia. Tant’è che la premier Meloni a fine marzo ha cominciato le trattative con l’Algeria per assicurarsi che la fornitura di gas all’Italia prosegua laddove il Qatar non possa più assicurarla.
Giunto alla quarta settimana il conflitto continua la sua escalation, dimostrando che Washington ha sottovalutato la potenza della ritorsione dell’Iran e molte aziende occidentali stanno valutando l’evacuazione del personale dall’area. Al contempo gira voce che Trump si prepari ad inviare 4.000 marines nel Golfo a bordo di diverse navi da guerra; un bluff che non sembra spaventare l’Iran, ma che potrebbe precipitare l’economia mondiale in una crisi ancora più profonda. Ad oggi il prezzo del gas è aumentato del 30% e il Qatar inizia a stimare i danni: per ricostruire gli impianti che verranno distrutti se il conflitto prosegue ci vorranno dai 3 ai 5 anni. Solo questo dato è sufficiente ad immaginare la recessione che ci aspetta, se la guerra dovesse durare anche solo pochi mesi. Ad oggi, il prezzo del gas è aumentato del 30% e il Qatar inizia a stimare i danni: per ricostruire gli impianti che verranno distrutti se il conflitto prosegue ci vorranno dai 3 ai 5 anni. Solo questo dato è sufficiente ad immaginare la recessione che ci aspetta, se la guerra dovesse durare anche solo pochi mesi.
Continua anche l’uccisione di figure istituzionali iraniane, come l’ultima, quella del Ministro dell’Intelligence Esmaeil Khatib. Queste azioni trovano legittimità nel diritto internazionale attraverso una formula chiamata “Partecipazione Diretta alle Ostilità”, la quale stabilisce che «se un ministro partecipa alla pianificazione militare, ordina attacchi o gestisce direttamente operazioni di guerra, può essere considerato un obiettivo militare legittimo». Pensate cosa accadrebbe se fosse stato un qualunque Stato occidentale a subire un simile attacco.
Contestualmente, il web si sta scatenando circa la presunta morte di Netanihau a seguito della diffusione di un video che sembra frutto dell’intelligenza artificiale. Quello che si può dire in proposito è che sia cosa nota che da diversi giorni il primo ministro israeliano stia mancando di presenziare agli incontri nel Kirya, principale sede militare del Paese.
Durante la mattinata del 20 marzo, la guerrafondaia e Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha sollecitato «massima moderazione» nella guerra in corso, mentre il Segretario di Stato Pete Hegseth e Donald Trump continuano a dire che non si fermeranno finché non avranno debellato il regime terrorista iraniano; salvo poi invertire improvvisamente la rotta il giorno successivo, quando il Segretario del Tesoro dell’amministrazione Trump, Scott Bessent, ha reso pubblica la decisione di interrompere per 30 giorni le sanzioni sul petrolio iraniano trasportato via mare – che varrebbe all’Iran ben 14 miliardi di dollari – nel tentativo di contenere l’aumento dei prezzi causato dal conflitto.
Tuttavia, il giorno successivo il Ministero del Petrolio iraniano ha respinto le affermazioni di Bessent, definendole un tentativo calcolato di influenzare i mercati globali. Teheran, secondo le dichiarazioni ufficiali, non possiederebbe riserve offshore e non avrebbe eccedenze di produzione in attesa di essere immesse sui mercati internazionali.
L’accusa rivolta a Washington è quella di tentare di influenzare gli acquirenti e di contenere artificialmente l'impennata dei prezzi.
Intanto, il prezzo del petrolio vola oltre i 100 dollari al barile. Con il corridoio vitale di Hormuz di fatto bloccato e le infrastrutture energetiche regionali sotto attacco, gli analisti avvertono che le misure tampone di Washington avranno scarso impatto a meno che le rotte marittime non vengano riaperte completamente.
Il 21 marzo, durante il suo primo discorso per il Capodanno persiano (che quest’anno coincide con l’equinozio di primavera e la fine del Ramadan) il nuovo Ayatollah ha inneggiato alla vittoria della Repubblica Islamica nella guerra contro gli Stati Uniti e Israele. Mojtaba Khamenei ha anche asserito che sono proprio gli aggressori dell’Iran a celarsi dietro gli attacchi sotto falsa bandiera a Turchia e Oman; e conferma dei buoni rapporti che intercorrono tra Iran, Turchia e Oman, solo pochi giorni fa il presidente Erdogan ha condannato fermamente gli attacchi contro l’Iran e il Ministro degli Esteri dell’Oman (Stato mediatore prima dell’attacco del 28 febbraio) ha incolpato Israele per il conflitto in corso.
Le tensioni crescono di giorno in giorno.
Il 21 marzo la Gran Bretagna ha concesso agli Stati Uniti il consenso di usare le proprie basi RAF Fairford (nel Gloucestershire) e Diego Garcia (nell’Oceano Indiano) per lanciare attacchi contro i siti dai quali partono i missili iraniani che hanno come obiettivo le navi non autorizzate che tentino di attraversare lo stretto di Hormuz; di conseguenza, con una minaccia non troppo velata, il Ministro degli Esteri Araghchi ha accusato Keir Starmer di mettere le vite dei britannici a rischio e l’esercito ha avvertito che prenderà di mira l’aeroporto di Dubai, il Ras al-Khaimah, se le isole del Golfo situate vicino allo stretto di Hormuz venissero attaccate di nuovo da lì.
Il 22 marzo Trump ha minacciato l’Iran di cominciare a distruggere le centrali elettriche se non verrà riaperto lo stretto di Hormuz entro 48 ore, ma ignora che il Paese dispone di una rete di energia abbastanza sofisticata e che il regime ha più a cuore il non arrendersi agli Stati Uniti e ad Israele; quindi, quasi certamente le minacce del presidente non sortiranno gli effetti sperati da Washington.

Intanto Israele ha colpito la centrale nucleare iraniana di Natanz e l’Iran, in rappresaglia, ha colpito il Negev Nuclear Research israeliano di Dimona, a sud dei territori palestinesi occupati. A Natanz sono stati registrati livelli di radiazioni superiori alla norma. Come al solito, mentre l’Iran prende di mira centri strategici di potere, Israele non si fa scrupoli a causare un disastro ambientale e umanitario.
Già nel 2006 George W. Bush accarezzò l’idea di smantellare il programma nucleare iraniano con un attacco militare nella regione, ma il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti Anthony Zinni lo dissuase, definendo un attacco preventivo contro l’Iran «estremamente rischioso».
«Gli iraniani reagiranno, e hanno molte possibilità in un’area ricca di vulnerabilità, dalle posizioni delle nostre truppe alle risorse petrolifere e di gas della regione che potrebbero essere interrotte» aveva affermato.
Il giornalista investigativo Seymour Hersh scrisse sulla rivista New Yorker che Washington stava intensificando la pianificazione di una possibile campagna di bombardamenti contro l’Iran, nonostante spingesse pubblicamente per una soluzione negoziata.
Alla fine non se ne fece nulla perché non esisteva alcuna prova del fatto che il regime disponesse di armi nucleari e l’opinione pubblica e gli alleati NATO erano fortemente contrari a un qualunque tipo di intervento.
Il genocidio palestinese è servito a creare le condizioni perché Israele potesse scatenarsi contro i Paesi vicini di cui è interessato ad occupare i territori: Cisgiordania, Libano, Siria, Iran… E si può scommettere sul fatto che anche altre nazioni verranno coinvolte, come ad esempio la Turchia. La scusa è sempre la stessa: contrastare Hamas, Hezbollah e tutti coloro che aspirerebbero a sopprimere lo Stato di Israele.
L’11 marzo 2026 il portavoce del comando militare iraniano, Ebrahim Zolfaqari, in un accorato discorso ha osato quanto nessuno aveva mai ostato prima, dicendo: «Avevamo avvisato il capo dei sionisti ammazza bambini, Donald Trump, e il Mossad che loro potevano iniziare la guerra, ma che quando questa sarebbe finita lo avremmo deciso noi. Non abbiamo alcun interesse a chiudere lo Stretto di Hormuz: ogni chiusura sarà la diretta conseguenza delle condizioni che statunitensi e sionisti stanno imponendo al mondo. Non consentiremo il passaggio neanche di un litro di petrolio a beneficio degli Americani, del regime Sionista e dei loro alleati. Ogni nave americana, sionista o dei loro alleati verrà considerata un obiettivo legittimo. Vi abbiamo già avvisati che se il conflitto si allargherà alla regione il prezzo del petrolio raggiungerà i 200 dollari al barile. Il prezzo del greggio è vincolato alla sicurezza della regione».
Questo racconto è in divenire, ma una cosa è già certezza: c’è una gran fame di vittoria sull’avversario. Una bocca gigante vuole inghiottire le risorse iraniane e, possibilmente, cominciare a mangiare anche tutti gli stati confinanti. C’è Israele – a cui è stata promessa la terra – e a mantenere la parola data da un presunto dio c’è un usurpatore certificato: il presidente degli Stati Uniti d’America. Non scriverò il suo nome, perché il suo nome è cambiato nel corso dei decenni, ma la sua fame non si è mai saziata.
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