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A me tutto questo fa solo vomitare

  • Immagine del redattore: Alice Rondelli
    Alice Rondelli
  • 16 giu
  • Tempo di lettura: 8 min

Aggiornamento: 6 giorni fa

«Chi sono io?», si domandava André Robert Breton. Liberare l’essere umano dalle catene della razionalità e della logica borghese era lo scopo dei surrealisti.

 

"André Breton: chi sono io? Dov'è casa mia?" di Tutto e Niente, 2026.


«A me tutto questo fa solo vomitare», così ha esordito un’amica mentre scattavo la foto che vedete qui sotto. L’immagine mostra in primo piano il Mercedes-Benz Center che si trova al confine tra Milano e Pero – complesso che si estende su un’area di 66.000 mq – progettato internamente dallo studio Daimler AG di Stoccarda, seguendo il Metropolitan Concept del brand; sullo sfondo svetta uno delle decine di nuovi complessi condominiali che offrono nuove soluzioni abitative per chi non può permettersi le zone centrali della City.

Come potete notare, il lussuoso palazzo – quasi certamente dotato di piscina e palestra condominiale – assomiglia più ad una trappola per topi che a una casa. Vi ricordate le case? Quelle graziose strutture fatte di mattoni che disegnavamo all’asilo quando ci chiedevano di realizzare un disegno della nostra famiglia? Sì, proprio quelle: a Milano non esistono più, non se non sei un milionario, almeno. Questi palazzoni grigi che ben si confanno alla disgustosa, mefitica e cancerogena aria che respiriamo noi meneghini (le rilevazioni giornaliere in zona Città Studi mostrano livelli di particolato sottile e di biossido di azoto che superano spesso i limiti di sicurezza consigliati dall’OMS) costano cifre ragguardevoli, ma tutto sommato ancora sostenibili da una famiglia composta da due persone con uno stipendio medio di 1.500 euro al mese a testa e un mutuo come una spada di Damocle sulla testa per i prossimi 40 anni (sempre che qualcuno possa farti da garante per ottenere un mutuo).

Scusate, sto divagando. Eravamo al concetto di “casa”, che un tempo era indissolubilmente legato a quello di “famiglia” e che, invece, oggigiorno è legato al concetto di “chissenefrega”. Chissenefrega se lavoro minimo otto ore al giorno per pagarmi una casa in cui torno solamente per dormire, mangiare e lamentarmi del fatto che non ho neanche tempo di fare una lavatrice, se ho avuto la malaugurata idea (sì, oggi si può annoverare tra le follie contemporanee) di mettere al mondo dei figli; si continua con un sonoro chissenefrega se la suddetta prole rimane impallata davanti a i-Phone, i-Pad, Tv e qualunque altro mezzo tecnologico che li faccia tacere per sempre fin dalla più tenera età. Ho visto bambini di due anni smanacciare con uno smartphone con maggiore dimestichezza di Steve Jobs… Potrei andare avanti parecchio, un chissenefrega dietro l’altro, e tu, lettore, lo sai perché vivi nella stessa società in cui vivo io – purtroppo per te – quindi eviterò di tediarti oltre.  

Ciò che volevo dire è che un tempo si faceva tutto per la famiglia, concordate? Cioè, si acquistava una casa per dare un focolare ai figli, non per metterci dentro una tv a schermo piatto più grande della parete del minuscolo bilocale in cui vivi e fotterti lo stipendio pagando gli abbonamenti di Netflix, NowTv, DisneyPlus, Amazon Prime Video e via discorrendo; no, parlo di quel tipo di famiglia che poi i bambini disegnano all’asilo: una casa di mattoni, un papà, una mamma, i fratelli rompicoglioni e gli animali salvati dalla strada.

 

Qualcuno di voi starà pensando che come primo pezzo di opinione sto romanticizzando un po' troppo, che sto esagerando… Invece state assistendo ad un importante spartiacque nella vita di una quarantenne, nata e cresciuta a Milano, che sta non solo scrivendo l’ultimo articolo della settima stagione del suo podcast, ma che è in procinto di trasferirsi in Sicilia. Tre settimane e mi ritroverò catapultata nella terra dove in pochi dicono “grazie e per favore” se non ti conoscono – e quindi non sei di famiddia – ma che, in compenso, vivono ancora in case che sanno di casa. Quella in cui vivrò io, per la precisione, è una casa fatta di tufo e ancora non ci credo! Avrò un cortile più grande di tutte le case in cui ho vissuto fino ad ora messe insieme, alberi da frutta, vista sul mare e vicini con la piscina in giardino con i quali non vedo l'ora di diventare intima, o meglio: di famiddia.

 

Lo so, dal titolo vi aspettavate che mi lanciassi nella solita, sfrenata critica alla gentrificazione, ovvero quel fenomeno che comporta l’espulsione dei residenti a basso reddito dalle zone in cui hanno vissuto per generazioni e che ora vengono riqualificate, causando l’aumento insostenibile degli affitti e la perdita dell’identità storica locale. No, non lo farò, anche se l’argomento è importante preferisco lasciare ad altri l’onere e voglio, invece, riflettere sulla radice del problema.

Non intendo il Capitalismo – anche se, lo sapete, per me è la causa di ogni male odierno – e non mi riferisco neanche all’incapacità di inquadrare il problema – molte persone che conosco ce l’hanno fin troppo chiaro – mi riferisco al desiderio di trovare una soluzione nel cambiamento.

Per lanciarmi in questa riflessione con voi, devo necessariamente ritornare agli altissimi palazzi chic che ho descritto al principio. Ogni volta che passiamo in quella zona, io e la mia amica cominciamo a borbottare le stesse cose: «Come si fa a spendere 400.000 euro e più per vivere in un posto così? Soffitti bassi e stanze minuscole – versione moderna del famigerato appartamento mostrato nel film del 1984, Il ragazzo di campagna; balconcini affacciati sul traffico del Sempione; respirare aria irrespirabile, palazzi color antracite e grigio smog letteralmente appiccicati uno all’altro…».

Proprio mentre l’automobile si lasciava alle spalle il triste incubo di una vita in scatola, sono passata accanto alla sede di Mercedes e ho scattato quella foto; mentre lo facevo la mia amica ha detto: «Io non so come si faccia a vivere così, quello che so è che a me tutto questo fa solo vomitare». Aspettando in silenzio che il semaforo diventasse verde, ho pensato: «Com’è possibile che centinaia di migliaia di persone in questa città non desiderino altro che potersi permettere di vivere in una di quelle angoscianti scatole da scarpe con aria condizionata di capitolato?».

Dovevo darmi una risposta, allora mi sono rivolta alla filosofia.

Étienne de La Boétie nel suo Discorso sulla servitù volontaria (1549) ha scritto: «Noi uomini siamo così deboli che sovente dobbiamo ubbidire alla forza». Dunque si tratta di questo? Non è che non possiamo cambiare il nostro stile di vita perché siamo fagocitati dal sistema, semplicemente siamo troppo deboli per farlo: ci arrendiamo alla forza del sistema di nostra spontanea volontà.

Ma è davvero così? La Boétie aggiunge: «Gli uomini coraggiosi per conquistare il bene che desiderano non temono di affrontare il pericolo; la gente intraprendente non rifiuta la fatica. Invece gli uomini deboli e pressoché storditi non sanno né sopportare il male, né ricercare il bene, limitandosi a desiderarlo».

D’altronde è pur vero che, da che mondo e mondo, l’uomo ha lasciato che i suoi propri desideri venissero manipolati e indirizzati, prima dalla religione, oggi dai social media e dalla pubblicità. Dunque, l’essere umano non è neanche in grado di dire a sé stesso cosa realmente desidera… Eppure sembrano desiderare tutti la stessa cosa: vivere una vita che richieda il minor sforzo possibile. Otto ore di lavoro al giorno, però, non suonano esattamente come prive di sacrificio… Allora qualcosa non torna, o forse tutto torna. Se vai a lavorare con i soldi un po' ci campi, un po' ti togli qualche sfizio (cibo costoso, vacanze in posti esotici, l’ultimo SUV elettrico, il filler alle labbra…), invece se mungi la mucca per fartici il formaggio la cosa finisce lì; cioè, mangerai il formaggio, buono! ma poi? Finisce lì, non c’è nessun “poi” e l’uomo sembra non ricordarsi più che la vita vera è esattamente questo. Si vive per godere di gioie del tutto casuali – come incontrare il vero amore, godersi un tramonto, camminare fino ad una vetta con vista magnifica e simili. Questa roba qui della semplicità ha annoiato, non piace più, non interessa più… Almeno con i soldi che avanzato ti ci compri un brivido: un’invidiabile cena in un ristorante ricercato, foto delle Maldive da spalmare su Instagram, far girare qualche gold digger ad ammirare il tuo bolide in leasing, fare un pompino con quelle labbra turgide di dubbio gusto che ti sono costate 200 euro a seduta e che spariranno entro un mese – come il tizio che hai conosciuto a Terrazza Sentimento.

È proprio qui che entrano in gioco quei dannati ecomostri che oscurano il cielo di Milano, che una volta si affacciava sulle montagne innevate che svettano maestose a poca distanza dalla città, le stesse che mi piaceva guardare la mattina presto da casa di mia madre e che ora sono completamente oscurate da un paio di nuovi, fiammanti gioielli della domotica in costruzione.

Tutto questo perché qualcuno possa spompinare qualcun altro sentendosi Angelina Jolie, davvero? No, deve esserci di più.

 

«Avete agito conformemente al desiderio che vi abita?» domanda lo psicanalista e psichiatra francese Jacques Lacan (1901-1981) indicando un’accezione particolare del desiderio, che non è quella del “capriccio”, della “voglia”, ma si rifà a un desiderio con la maiuscola, a un Desiderio che orienta dal profondo la vita del soggetto. Ecco, forse l’uomo contemporaneo non possiede l’interesse intellettuale necessario a scindere le due cose: semplicemente si accontenta di utilizzare il concetto di desiderio che costa il minor sforzo possibile. Perché domandarsi cosa ci può rendere davvero felici – dovendo, quindi, ancora prima indagare la nostra natura e le nostre inclinazioni – quando si possono affondare entrambe le mani in quella bellissima torta avvelenata che è l’omologazione?

Zygmunt Bauman (1925-2017) ha definito la modernità “liquida” per via del suo carattere momentaneo, fluido, cangiante, ambiguo e precario. Secondo il sociologo polacco la seconda modernità ha abbandonato ogni ideale di stabilità e vive all’insegna del cambiamento perenne, che finisce per generare uno stato di provvisorietà e disgregazione di tutti i rapporti. Tale stato di eccessiva libertà genera un’incertezza paralizzante e un tremendo senso di insicurezza, per questo gli “abitanti della modernità liquida” non sono nelle condizioni di godere di fatto della libertà che hanno. È tutto qui: in Occidente abbiamo tanta di quella libertà che ci muoviamo, paralizzati e confusi, in qualcosa che non ci appartiene ma che, per lo meno, ci accomuna agli altri. Per questo la maggior parte di noi vuole le stesse cose e sogna di vivere nelle medesime condizioni, senza porsi domande scomode.

Per questo motivo, come scrive Bauman: «Le identità sono sempre più labili».

 

Per la mia raccolta di racconti che narra di quattro scorci indigesti di umanità dai nomi bislacchi, intitolata Quill, ho scelto la citazione: «Chi sono io?», del poeta e saggista francese André Robert Breton, che nel 1924 scrisse il celebre Manifesto del surrealismo e che così comincia: «Tanto credito prestiamo alla vita – a ciò che essa ha di più precario: la vita reale, naturalmente – che quel credito finisce per perdersi. L’uomo, questo sognatore definitivo, di giorno in giorno più scontento della sua sorte, fa a stento il giro degli oggetti di cui è stato portato a fare uso, e che gli sono stati consegnati dalla sua incuria, e dal suo sforzo, dal suo sforzo quasi sempre, visto che ha acconsentito a lavorare, o almeno non si è rifiutato di tentare la fortuna (ciò che egli chiama la fortuna!)».

Liberare l’essere umano dalle catene della razionalità e della logica borghese era lo scopo dei surrealisti. La parola “surreale”, infatti, significa letteralmente “superamento della realtà”.

E dunque se la realtà di oggi sono quei palazzoni anonimi, con dentro persone tutte diverse arrese a sembrare tutte uguali, io scappo nella mia casa fatta di mattoni di tufo, che al primo accenno di inverno trasuda la sua vecchiaia attraverso le pareti e crea cristalli di sale detti salnitro che forse sono causa dei miei starnuti. Vado a cercare di domandarmi, ancora una volta in questi quarant’anni che sono volati via veloci: «Chi sono io?».


Tutte le foto sono state scattate nel 2026 in un comune della provincia di Milano dall'autrice di questo pezzo.


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© (F)ATTUALE rivista | podcast by Alice Rondelli (2023)

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