top of page

iscriviti

Riceverai un aggiornamento quando viene pubblicato un nuovo articolo

INVIATO!

contro saturno

  • Immagine del redattore: Alice Rondelli
    Alice Rondelli
  • 10 ore fa
  • Tempo di lettura: 10 min
I data center sono moderni forzieri: al posto dell’oro custodiscono miliardi e miliardi di informazioni che consentono all’Intelligenza Artificiale di fornirci praticamente qualunque cosa ci serva per rendere la nostra vita più semplice; ma di quale vita stiamo parlando se immaginiamo noi stessi esistere solo all’interno del sistema capitalistico e non nell’ambiente naturale dell’uomo? La lotta impari tra pensiero e performance è la nuova dicotomia tra bene male.

 

Ph. "La morte di Saturno", 2026 (Alice Rondelli)

Nel 1823 lo spagnolo Francisco Goya termina di dipingere – sulla parete della sua casa nella periferia ovest di Madrid – la sua opera più celebre: Saturno che divora i suoi figli, una tela – oggi – di dimensioni modeste in cui Krónos (l’equivalente greco di Saturno per i romani) il più giovane dei Titani (i cui genitori sono Urano, il Cielo e Gea, la Terra) mangia i suoi stessi figli.

Secondo la tradizione rinascimentale Krónos sarebbe il Dio del Tempo, ma le analisi più recenti dimostrerebbero che egli rappresenti la seconda generazione divina, colui che deteneva il potere supremo sulla cima del cosmo: il sommo governo dell’Età dell’Oro.

Per me, oggi Saturno è il Capitalismo.

 

Vi siete mai domandati come fa l’intelligenza artificiale (partendo da quella che usiamo quotidianamente: l’attuale motore di ricerca Google) a trovare informazioni, o fare operazioni come redigere un testo così rapidamente?

Semplice: attinge ad una marea di dati e li incrocia per raggiungere il risultato richiesto dall’utente, che in gergo viene chiamato prompt, ovvero l’input, l’istruzione o la domanda che un utente dà a un sistema di intelligenza artificiale per ottenere una risposta o un’azione specifica.

 

Quella marea di dati non risiede nel nulla cosmico, bensì all’interno di data center che hanno lo scopo di incrociare tutte quelle informazioni per trovare la soluzione più adatta alla richiesta del fruitore: tutti noi.

 

Scrive l’AIPA (Associazione Italiana Professionisti dell’Intelligenza Artificiale): «Ogni volta che un utente chiede a un modello linguistico di scrivere un’e-mail, riassumere un documento o generare codice, un cluster di GPU in un data center consuma energia. Una singola richiesta usa meno elettricità di un elettrodomestico acceso per pochi secondi. Ma le richieste sono miliardi al giorno, i data center si moltiplicano a un ritmo mai visto, e il consumo energetico globale dei centri dati ha raggiunto i 460 terawattora nel 2022 – un livello che, se fosse un paese, ne farebbe l’undicesimo consumatore di elettricità al mondo, tra Arabia Saudita e Francia. Da allora, la domanda è cresciuta ulteriormente, e l’IA generativa ne è il principale acceleratore. L’Agenzia Internazionale dell’Energia prevede che il consumo energetico del settore possa raddoppiare entro la fine del 2026 – una proiezione che, se confermata, porterebbe i data center a consumare quanto l’Italia intera».

 

Science Direct (grande banca dati online che raccoglie riviste scientifiche e libri elettronici) il 3 settembre 2025 ha pubblicato A call for empirical research, ovvero un invito a tutta la comunità scientifica ad analizzare in maniera empirica una problematica. La “chiamata” è stata promossa dalla School of Eco-Environment, Harbin Institute of Technology di Shenzhen (Cina) e dal Department of Environmental Health, di Harvard.

 «I data center,» si scrive «spina dorsale dell’economia digitale, si stanno espandendo rapidamente a livello globale per soddisfare la crescente domanda, ma questa crescita comporta rischi sottovalutati per la salute umana. Nel 2024 hanno consumato l’1,5% dell’elettricità globale e si prevede che rappresenteranno quasi il 10% della crescita della domanda di elettricità dal 2024 al 2030. Nonostante gli sforzi per ridurre la loro impronta di carbonio e idrica, le implicazioni per la salute pubblica dell’espansione dei data center rimangono in gran parte trascurate».

Si conclude sostenendo che sia «urgente condurre ricerche empiriche per orientare le politiche. Si sa poco sugli effetti a lungo termine sulla salute delle comunità che ospitano i data center. Studi interdisciplinari dovrebbero quantificare l’esposizione all’inquinamento (aria, acqua, rumore) e monitorare i relativi effetti sulla salute. Le valutazioni del ciclo di vita dei data center, dalla produzione di energia allo smaltimento dell’hardware, possono identificare le principali fonti di emissione. Tali evidenze sono fondamentali per garantire che la rivoluzione digitale non avvenga a scapito della salute pubblica».

 

Il World Resources Institute è un’organizzazione di ricerca globale senza scopo di lucro fondata nel 1982 che studia le pratiche sostenibili per le imprese, l’economia, la finanza e la governance, con lo scopo di supportare meglio la società umana in sei aree: cibo, foreste, acqua, energia, città e clima.

Il 17 febbraio 2026 sul sito web si può leggere: «I data center rappresentano l’infrastruttura fisica di Internet. Ospitano i server, le apparecchiature di rete e i sistemi di supporto, come il raffreddamento, l’alimentazione di emergenza, i sistemi antincendio e la sicurezza, che garantiscono il funzionamento affidabile dei servizi digitali. I data center sono emersi per la prima volta a metà del XX secolo e si sono diffusi negli anni Novanta, parallelamente all’avvento di Internet. Tuttavia, l’espansione odierna si sta sviluppando su una scala molto più ampia e a un ritmo più rapido che mai». Negli USA «Questa crescita è alimentata da miliardi di dollari di investimenti privati, incentivi fiscali statali e direttive federali volte ad accelerare le procedure di autorizzazione».

«Queste strutture possono assumere diverse forme, dalle piccole sale server all’interno di edifici per uffici a enormi campus indipendenti, grandi quanto centinaia di campi da calcio. Quest’ultima categoria, spesso nota come “data center iperscalabili”, ha attirato particolare attenzione per le sue dimensioni, la rapida crescita e il notevole impatto sulle comunità locali.

 

Come sempre, le peggiori brutalità capitalistiche a danno dell’uomo e dell’ambiente vengono concepite negli Stati Uniti e diventano rapidamente modello da imitare in ogni parte del mondo. L’Europa moderna, si sa, è un’instancabile groupie americana.

 

In virtù della rapida crescita del numero di data center su territorio statunitense, il World Resources Institute ha deciso di analizzare «i sette modi in cui questa crescita sta rimodellando le condizioni locali», offrendo anche un’analisi di come le pratiche di governance emergenti possano aiutare a gestire i compromessi; tuttavia, qui vi proporrò solo le conseguenze e non le eventuali soluzioni.

 

1)    «Con l’avanzare della tecnologia e la crescente domanda di potenza di calcolo, i data center diventano sempre più esigenti in termini di energia. Un singolo data center moderno dedicato all’intelligenza artificiale può consumare tanta energia quanto 100.000 abitazioni; si prevede che molti dei data center più grandi attualmente in costruzione ne consumeranno fino a 20 volte tanto.»

 

2)    «I data center richiedono enormi quantità di acqua per mantenere i server a una temperatura sufficientemente bassa da consentirne il funzionamento. (…) Stime recenti prevedono che entro il 2028 i data center statunitensi dedicati all’intelligenza artificiale potrebbero richiedere fino a 32 miliardi di galloni d’acqua all’anno. Questa quantità è sufficiente a soddisfare il fabbisogno idrico domestico di circa 360.000 famiglie.»

 

3)    «I data center necessitano di un’alimentazione elettrica costante e affidabile. Molte strutture si affidano a generatori a gas per le operazioni di routine, affiancati da generatori diesel per le emergenze. Entrambe le soluzioni comportano rischi per il clima e per la salute. (…) I generatori di emergenza alimentati a diesel rilasciano anche inquinanti atmosferici nocivi, tra cui particolato fine (PM2.5) e ossidi di azoto (NOx), collegati a malattie respiratorie, cardiopatie, asma e altri gravi rischi per la salute. Sebbene questi generatori vengano utilizzati solo in caso di emergenza, possono avere un impatto sulla salute sproporzionato, emettendo da 200 a 600 volte più ossidi di azoto rispetto agli impianti a gas naturale.»

 

4)    «La costruzione di data center, i sistemi di raffreddamento sui tetti e i generatori di emergenza possono essere estremamente rumorosi. I generatori diesel di piccole dimensioni raggiungono gli 85 decibel, livelli che possono danneggiare l’udito. Le unità industriali più grandi possono arrivare a 100 decibel, l’equivalente di una motocicletta o di un martello pneumatico. Questo rumore può durare ore o addirittura giorni.»

 

5)    «I giganteschi data center stanno ridefinendo l’uso del territorio in molte comunità. (…) Gli sviluppatori sono sempre più alla ricerca di grandi appezzamenti di terreno per la realizzazione di campus multi-edificio che consentano una costruzione a fasi e future espansioni. (…) Questo problema si interseca spesso con l’uso del suolo agricolo e rurale.»

 

6)    «Analisi emergenti suggeriscono che alcune modalità di localizzazione dei data center potrebbero aggravare problematiche ambientali ed economiche di lunga data. Un’indagine nazionale su circa 700 data center» negli Stati Uniti «ha rilevato che quasi la metà si trova in aree censuarie con livelli di impatto ambientale superiori alla media, come inquinamento atmosferico, difficoltà di accesso ai parchi e inquinamento idrico, misurati dal Center for Disease and Control’s Environmental Justice Index (CDC).» In sostanza, «molti di questi data center sono situati in zone con indicatori di vulnerabilità sociale, come povertà e bassi livelli di istruzione.»

 

7)    «Lo sviluppo dei data center può creare concrete opportunità economiche. La loro costruzione genera centinaia di posti di lavoro ben retribuiti, seppur temporanei, per tecnici, elettricisti e altri operai edili locali. (…) Tuttavia, questi posti di lavoro sono piuttosto limitati. Un’analisi di oltre 1.200 data center statunitensi ha rilevato che anche i più grandi impiegano meno di 150 lavoratori a tempo indeterminato, e talvolta anche solo 25.» È interessante notare che «I data center generano entrate anche per le amministrazioni locali o statali attraverso imposte sulla proprietà, sulle vendite e sull’utilizzo. Una recente stima nazionale ha rilevato che» negli Stati Uniti «le entrate totali per i governi associate al settore dei data center sono aumentate da 66 miliardi di dollari nel 2017 a oltre 162 miliardi di dollari nel 2023»; tuttavia «Questi benefici devono essere valutati rispetto ai costi pubblici a lungo termine, inclusi gli investimenti in sistemi idrici, sottostazioni elettriche, linee di trasmissione, strade e servizi di emergenza. Le infrastrutture idriche ed elettriche rimangono spesso in funzione per circa 30 anni. Se un data center ridimensiona o si trasferisce prima che questi costi siano stati ammortizzati, le comunità potrebbero trovarsi a pagare per infrastrutture dimensionate per una struttura che non esiste più.»

 

Nel 2000 il film omonimo racconta la storia vera di Erin Brockovich, una mamma single che ottiene un lavoro precario come segretaria in uno studio legale della città di Hinkley (California) e scopre qualcosa che ha dell’incredibile. La grande e potente azienda di servizi elettrici Pacific Gas and Electric Company (PG&E) aveva sistematicamente avvelenato diverse falde acquifere con il cromo esavalente tra il 1952 ed il 1966, facendo ammalare e morire decine di uomini, donne e bambini. Grazie all’impegno di Brockovich 650 residenti intentarono una causa collettiva contro l’azienda multinazionale e vinsero, ottenendo un risarcimento di 333 milioni di dollari.

 

Oggi Erin Brockovich è un rinomato difensore dei diritti dei consumatori e attivista ambientale che si batte quotidianamente per porre rimedio alle ingiustizie su più fronti.

Il suo portentoso intuito l’ha condotta – come si può leggere sul sito web brockovichdatacenter.com – a mappare tutti i data center degli Stati Uniti e la relativa impronta ambientale sulle comunità. L’impegno è quello di raccogliere le segnalazioni degli abitanti delle zone attigue ai data center per controllare eventuali impatti sulla salute pubblica prima che i danni siano irreversibili.

 

Il 19 agosto 2026 il The Guardian ha scritto: «Il sentimento anti-datacenter sta crescendo in tutto lo spettro politico statunitense. Più di una dozzina di stati americani ha preso in considerazione l’introduzione di moratorie sui data center. Il mese scorso, New York è diventato il primo stato americano a emanare un divieto temporaneo. I veterani progressisti, il senatore Bernie Sanders e la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, hanno proposto una moratoria nazionale. Persino Greg Abbott, il governatore di estrema destra del Texas, ha chiesto il divieto di costruzione di data center nelle zone rurali del suo stato. Ad alimentare l’allarme sui data center contribuiscono le preoccupazioni ambientali relative al consumo idrico e alla contaminazione tossica, nonché i timori per il tipo di società che le tecnologie di intelligenza artificiale alimentate dai nuovi data center stanno creando.

Un’altra delle obiezioni più incisive dal punto di vista politico riguarda direttamente il portafoglio: i data center richiedono enormi quantità di elettricità e questo aumento della domanda può far lievitare le bollette».

 

Se vi state domandando come mai nello stato capitalista di New York si sia scelto di vietare la costruzione di data center, la risposta è semplice: il valore delle case vicine a questi mostri energivori ed inquinanti non può che crollare a picco. Quindi, va da sé che nello stato in cui si trova New York City si voglia tutelare il patrimonio immobiliare dei ricchi che ci risiedono e delle corporation che possiedono proprietà dall’immenso valore economico.

 

Dunque, perché c’è chi difende strenuamente l’intelligenza artificiale – quasi sempre inconsapevole di ciò che comporta mantenerla in vita, ma talvolta anche chi è conscio di tutto ciò che vi ho appena descritto?

«In nome della performatività!» direbbe qualcuno, ma questo è solo quello che vi è stato fatto credere.

 

Vuoi scrivere bene e in fretta un’email accattivante ed efficace? Vuoi creare il curriculum perfetto per impressionare il tuo futuro datore di lavoro? Vuoi avere tra le mani un saggio interessante sull’argomento preferito del tuo professore?».

Vuoi? Vuoi?? Vuoi!?

La lista dei desideri che l’AI può realizzare è infinita. Nulla che la maggior parte di noi non possa fare con il suo cervello e un po' di impegno, ovviamente: visto e considerato che il training – ovvero ciò che ha imparato e ancora sta imparando a fare l’AI generativa – lo facciamo noi esseri umani. Come? Con la nostra costante attività su internet; con l’ausilio degli abitanti del Terzo Mondo (specie in Asia) che insegnano alla macchina come piegare degli abiti cosicché un giorno sia un robot a farlo e non una persona in carne e ossa; con l’utilizzo di libri scritti nei secoli dagli uomini che vengono sistematicamente scansionati e poi addirittura distrutti. Sì, le aziende che sviluppano l’intelligenza artificiale acquistano tonnellate di libri cartacei, ne tagliano la rilegatura per scansionarli ad alta velocità e poi li mandano al macero. Anthropic con il suo Project Panama, ha acquistato e fatto a pezzi centinaia di migliaia di volumi per addestrare i propri modelli linguistici.

La verità è che la performatività c’entra solo in parte. Quel “fare meglio e farlo più in fretta” che offre l’AI è solo la scusa perfetta che il Capitalismo ha concepito per poter sfruttare, ancora una volta, tutto ciò che resta del Pianeta.

Costruire i data center crea ricchezza, ma non per il popolo. Ormai dovreste averlo capito come funziona. Se la storia ci ha insegnato qualcosa è che neanche una faccenda sordida e terrificante come la guerra viene realmente combattuta per ragioni religiose o politiche, ma solo per spingere in avanti un’economia al collasso, che si aggrappa con ferocia a ciò che resta dei nostri territori, della nostra salute e soprattutto della nostra sanità mentale.

 

Vuoi? Vuoi?? Vuoi!?

Ogni tanto si può rispondere anche: «No, grazie! Non voglio che una macchina pensi e crei al posto mio».

Dov’è finita, mi chiedo, la dignità umana dell’esistere?

Se ci potessero vedere oggi gli antichi filosofi greci credo che si caverebbero occhi e orecchie nella pubblica piazza pur di non assistere allo scempio che stiamo facendo della nostra umanità, della nostra intelligenza, dell’unicità dei nostri pensieri e della nostra capacità, unica per ognuno di noi, di creare.

 

I data center sono solo l’ultima manifestazione di una struttura economica che dovremmo respingere con forza, anche solo perché ormai ci ha ampiamente dimostrato che non offre un modello di crescita, bensì di rapida e inesorabile distruzione.

Se non avremo il coraggio e la determinazione di sovvertire il sistema Capitalistico esso, come un Saturno imperturbabile, ci masticherà e sputerà via uno ad uno: noi, ma soprattutto le generazioni future, per le quali attualmente non esiste speranza di un benessere umano che sia tangibile.

Personalmente ritengo che sia già troppo tardi ma, Per Dio, almeno vendiamo cara la pelle!

 

 

SE VIVI IN UNA CITTA’ CHE HA IN PROGRAMMA DI COSTRUIRE UN DATA CENTER VICINO A CENTRI ABITATI, O RADENDO AL SUO UN’AREA RURALE IMPORTANTE PER PASCOLI E COLTIVAZIONI CONTATTA IL TUO COMUNE DI RESIDENZA E CHIEDI SPIEGAZIONI; ORGANIZZA UN’ASSEMBLEA CON I TUOI CONCITTADINI E FAGLI LEGGERE | ASCOLTARE IL MIO PEZZO; AGISCI PER TUTELARE IL TUO DIRITTO ALLA SALUTE.

 

IO SOSTENGO L’INIZIATIVA DI @comitato.datacenter.rhodense @comitatoquartieresanmichele (INSTAGRAM) PER RHO (MILANO) DOVE HO VISSUTO PER OLTRE 30 ANNI. GRAZIE A CHI SE NE STA OCCUPANDO NEL CONCRETO. SE SIETE RHODENSI PARTECIPATE, SOSTENETE E DIFFONDETE!

 


 Contribuisci all’indipendenza di (F)ATTUALE

 

 

 

 

 
 

The web scarping to train every type of Artificial Intelligence is forbidden.

© (F)ATTUALE rivista | podcast by Alice Rondelli (2023)

bottom of page