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  • Immagine del redattoreAlice Rondelli

Globuli rossi a stelle e strisce

Funzionamento e obiettivi di Red Cell, unità speciale della CIA, che nel luglio 2023 ha invitato la Casa Bianca a riflettere sull'importanza di offrire contributi economici agli stati emergenti che desiderano l'indipendenza.
ph. Dieter Noss House Museum, Lanzarote, 2022 (Alice Rondelli)

Nel suo libro “Red Team: How to Succeed by Thinking Like the Enemy”, il politologo americano Micah Zenko spiega che i Red Team, a servizio delle istituzioni,  sono composti da sabotatori che danno vita a simulazioni, indagini di vulnerabilità e analisi alternative. Il loro scopo è quello di identificare i punti deboli di un avversario e anticiparne le potenziali minacce (come, ad esempio, un attacco informatico dannoso o una fusione aziendale).

 

Intorno alla mezzanotte del 12 settembre 2001, l’allora direttore della Central Intelligence Agency (CIA), George Tenet, convocò il suo capo di stato maggiore, John Moseman, e il vicedirettore della CIA, Jami Miscik nel suo ufficio, in Virginia. All’indomani degli attacchi terroristici dell’11 settembre gli alti funzionari della Casa Bianca erano convinti che ci sarebbero stati altri attacchi e che i servizi segreti dovessero anticipare meglio la gamma eventuali nuove di minacce. Così, Tenet decise di formare un gruppo di pensatori che formulassero un’analisi alternativa a quelle convenzionali.

La mattina seguente, Miscik e due analisti senior formarono il Red Cell della CIA (nome scelto personalmente da Tenet, il quale credeva suonasse seducente e cospiratorio), che da allora è un’unità semi-indipendente all’interno dell’agenzia. Le tecniche utilizzate sono note come: what-ifs, Team A/Team B exercises e premortem analysis e vengono utilizzate per identificare i buchi in un piano modellare avversario, al fine di identificarne i punti deboli o di considerare in anticipo tutti i modi immaginabili in cui un piano può fallire.

 

La revisione delle analisi precedenti all’11 settembre (declassificata nel giugno 2005) mostra come ci fosse, all’epoca, solo un esempio di analisi alternativa, prodotta dal Counterterrorism Center’s Assessments and Information Group; i suoi analisti ricordavano di non essersi mai «potuti permettere il lusso di utilizzare analisi alternative». Questo accadeva perché essi erano assorbiti dalla conduzione di analisi “principali” o autorevoli, che avevano lo scopo di documentare e interpretare la realtà per i politici. Ciò includeva: preparare la scena delle dinamiche politiche in un Paese straniero prima delle elezioni, stimare la probabilità che si verificasse un evento e avvertire sulle tendenze strategiche a lungo termine. Robert Gates, ex direttore della CIA, dichiarò che «l’analisi autorevole è il pane quotidiano dell’intelligence (…). I politici la apprezzano, ne sono dipendenti, per questo essa deve rimanere il nostro obiettivo. (…) Tuttavia, i politici sono anche  attratti da visioni speculative e non ortodosse, perché quando viene loro presentata la soluzione scolastica sono consapevoli che il mondo non è così semplice e diffidano delle persone che dicono loro che c’è un solo risultato possibile».

 

L’obiettivo iniziale di Red Cell era quello di avere nuovi occhi, per riconsiderare la gamma delle minacce terroristiche. Tuttavia, inizialmente il team non includeva esperti di terrorismo e aveva solo uno specialista del Medio Oriente. I suoi membri erano stati selezionati individualmente per le loro capacità analitiche, creatività e mentalità uniche. Erano un mix di analisti junior, un impiegato federale di medio livello, un analista senior della CIA, un analista della National Security Agency e un funzionario della CIA.

Un’analista senior della CIA, Carmen Medina, pensava che la Red Cell fosse, agli albori, «troppo mascolina e troppo bianca», il che significa che stavano sicuramente perdendo alcune prospettive del mondo in via di sviluppo. I direttori selezionano personalmente gli analisti che prestano servizio nel programma tra molti candidati ben qualificati all’interno della comunità dell’intelligence. Quello che cercavano e che tutt’ora cercano sono persone analiticamente coraggiose e scrittori eccellenti, molto informati sulla storia e sugli affari mondiali; non solo, servono anche individui capaci di fare lavoro di squadra, mettendo da parte il proprio ego. Questi analisti selezionati  prestano servizio nel Red Cell per un periodo di tre mesi, lavorando su progetti a breve termine, fino ad un massimo di due anni, prima di tornare alle loro unità principali all’interno della CIA o di altre agenzie. La ragione di questa pratica di rotazione è sia quella di beneficiare di occhi nuovi e quindi di nuove prospettive, sia quella di iniziare quanti più analisti possibile alle tecniche di analisi alternativa.

Il Red Cell stabilisce la propria agenda e autodesigna le questioni e i Paesi, o le regioni, su cui si concentrerà; è esentato dal rispondere alle domande tattiche quotidiane, dal redigere discorsi e dall’informare i politici circa i risultati ottenuti. Inoltre, a differenza di altri uffici della CIA, il National Intelligence Priorities Framework – un documento guida classificato, firmato dal presidente ogni sei mesi per identificare le priorità per la comunità dell’intelligence – non si applica all’unità; circa il 75% del suo lavoro è autogestito e si basa su analisti che guardano il calendario dei prossimi eventi, esaminano Twitter, nonché blog ed editoriali e fanno brainstorming con colleghi e esterni invitati dalla comunità dell’intelligence e da altre agenzie governative, esperti di politica e accademici.

Una sessione semestrale di brainstorming denominata Idea-Palooza esamina retrospettivamente come il mondo è cambiato e come il programma potrebbe aiutare i politici a pensare ai possibili scenari dei mesi successivi.

Il Red Cell viene anche occasionalmente incaricato come requisito formale da un funzionario dell’intelligence. Ad esempio, una nota del marzo 2010 valutava come i politici avrebbero potuto ottenere il sostegno dell’Europa occidentale alla missione della International Security Assistance Force (ISAF) in Afghanistan, ipotizzando che gli appelli del presidente Barack Obama e delle donne afghane potessero superare il crescente scetticismo pubblico nei confronti della guerra.

Nel 2004 fu stabilito che i membri del Red Cell utilizzassero un linguaggio legislativo, in modo da poter sviluppare e sostenere partenariati più formali con altri gruppi della comunità dell’intelligence; al contempo, le sue dimensioni sono più che raddoppiate, con circa una dozzina di analisti in servizio contemporaneamente, diventando così un posto desiderabile per analisti della CIA sia junior,  che senior.  Rispetto al passato, il Red Cell è ora meno conflittuale e più trasparente con i suoi colleghi principali e con altri membri della comunità dell’intelligence. Tuttavia,  una rara critica al recente lavoro del programma è che ha iniziato a ricordare giornalisti e blogger che devono inventarsi qualcosa di cui scrivere, anche quando l’argomento potrebbe non valere la pena di essere approfondito; ne è stato un ottimo esempio è stata la disastrosa diagnosi errata delle armi di distruzione di massa dell’Iraq.

 

Sebbene Red Cell sia stato creato all’indomani dell’11 settembre per affrontare esclusivamente la prospettiva di ulteriori sorprese terroristiche, l’analisi alternativa è ora più diffusa e accettata. Inoltre, i direttori che si sono avvicendati negli anni hanno consentito all’unità di evolversi per rispondere alle richieste dei politici, senza però intaccare la facoltà dei suoi analisti di operare un in ambiente in cui si possa fallire in tutta sicurezza. Un membro del Red Cell ha descritto il tasso di successo dell’unità – che riguarda l’impatto sul pensiero dei politici – come un “50/50”. Il membro ha osservato che «per ogni sette errori, ottieni tre pezzi brillanti. Quindi devi imparare a convivere con le difficoltà e non cercare di soffocare gli analisti con una supervisione tradizionale che ucciderebbe la loro creatività».

 

Il 25 agosto 2010 Wikileaks pubblicò un rapport del Red Cell della CIA datato 2 febbraio 2010, intitolato: «What If Foreigners See the United States as an “Exporter of Terrorism?».

Nel documento si ipotizza cosa accadrebbe se gli attori internazionali cominciassero a percepire gli Stati Uniti come “esportatori di terrorismo”. Si spiega che a livello nazionale «è stata prestata molta attenzione alla crescente incidenza di terroristi islamici cresciuti in America che conducono attacchi contro obiettivi statunitensi, principalmente in patria» e che «meno attenzione è stata prestata all’homegrown terrorism, che riguarda terroristi musulmani e non solo, esportati all’estero per prendere di mira persone non statunitensi. La convinzione degli americani di vivere in una società multiculturale aperta e nella quali tutti sono bene integrati, priva il radicalismo – e di conseguenza il terrorismo – dell’appeal necessario per proliferare.

Per quanto riguarda il panorama internazionale, invece – contrariamente a quanto si possa pensare – l’opinione che gli Americani esportino terrorismo non è associata solamente ad estremisti radicali islamici, mediorientali, africani e sudest-asiatici. Il rapporto esamina una serie di casi di esportazione statunitense del terrorismo, compresi gli attacchi da parte di terroristi ebrei, musulmani e nazionalisti irlandesi finanziati dagli Stati Uniti. Come vittima recente di terrorismo estero di alto profilo, la Casa Bianca ha spesso viste accolte le sue richieste di estradizione di sospetti terroristi. Ciononostante, il rapporto conclude che la percezione straniera degli Stati Uniti come “esportatore di terrorismo” e i doppi standard americani in tema di diritto internazionale potrebbero condurre alla mancata cooperazione e alla decisione di non condividere informazioni di intelligence legate al terrorismo con il governo americano.

Sia all’epoca del rapporto della CIA divulgato da Wikileaks che a tutt’oggi, gli Stati Uniti non hanno mai aderito alla International Criminal Court (ICC); in compenso continuano a perseguire gli obiettivi dei Bilateral Immunity Agreements (BIAs) con altri Paesi, utili a garantire l’immunità dei cittadini statunitensi alle eventuali accuse dell’ICC, minacciando di sospendere gli aiuti economici e di ritirare le forze armate di assistenza dai Paesi che non aderiscono ai BIAs. Il rapporto ipotizza che se gli Stati Uniti si rifiutano di fornire informazioni sul terrorismo americano, o di consentire ai testimoni di comparire nei loro tribunali, i leader stranieri potrebbero decidere di negare le stesse possibilità agli Stati Uniti.

Un altro aspetto al quale si fa riferimento è che, inizialmente, è stata la preoccupazione principale  riguardava l’infiltrazione di agenti operativi di Al-Qāʿida negli Stati Uniti; tuttavia, il rapporto sottolinea che a destare attenzione dovrebbe essere l’eventualità che Al-Qāʿida sia alla ricerca di americani radicalizzati che operino all’estero. Queste persone, infatti, possono essere una grande risorsa nelle operazioni terroristiche in terra straniera per varie ragioni: sono muniti di passaporto americano, non corrispondono al tipico profilo arabo-musulmano e possono facilmente comunicare con i leader radicali attraverso il loro accesso illimitato a Internet e grazie alla loro conoscenza della lingua inglese.

 

Nonostante all’epoca della pubblicazione del report di Red Cell in questione, il portavoce della CIA George Little abbia dichiarato che: «Questo tipo di prodotti analitici sono progettati semplicemente per provocare riflessioni e presentare diversi punti di vista», due cose balzano agli occhi: la prima è che la Casa Bianca prende molto sul serio la percezione che di essa hanno gli altri attori internazionali; la seconda riguarda obsolescenza dell’agenzia d’intelligence più famosa del mondo, ovvero la CIA.

La terrificante epopea giudiziaria di Assange – la sua prigionia alla Belmarsh prison in UK e la possibilità, sempre più concreta, che venga estradato negli Stati Uniti per far fronte ad un processo in cui rischia 175 anni di reclusione – ha suscitato parecchio sgomento nell’opinione pubblica. Non bisogna dimenticare che Assange è cittadino australiano e che il suo governo non ha mosso un dito per difenderlo e che altri stati, tra i quali la Svezia e il Regno Unito si sono piegati alle macchinazioni dei servizi segreti americani per incriminarlo di due stupri mai avvenuti nel Paese scandinavo – e condurlo così all’estradizione negli Stati Uniti.

Per quanto il governo americano possa apparire il vincitore in questa faccenda, il caso del fondatore di Wikileaks ha contribuito a sollevare l’indignazione popolare mostrando, ancora una volta, la pericolosità delle operazioni segrete made in USA.

 

Andrew Hyde (direttore e membro senior dei programmi Multilateral Financial Diplomacy e Powering Peace, presso lo Stimson Center – think tank che analizza le questioni relative alla pace globale), nel luglio 2023 scrive: «Il Red Cell è una piccola unità creata dalla CIA dopo l’11 settembre per garantire che il fallimento analitico (…) non si ripetesse mai più. Ha prodotto brevi brief intesi a stimolare una riflessione fuori dagli schemi su presupposti errati e percezioni errate del mondo, incoraggiando un pensiero politico alternativo (…). Il progetto è inteso come una versione open source per mettere in discussione mappe mentali antiquate ed “empatia strategica”, volta a discernere le motivazioni e i vincoli di altri attori globali, aumentando la possibilità di azioni strategie più efficaci.»

 

Hyde spiega che la più recente questione sulla quale ha indagato Red Cell riguarda il quesito: «La politica estera americana potrà continuare a ricoprire il ruolo di nation-building?», ovvero partecipare alla creazione di nazioni che hanno recentemente conseguito l’indipendenza, o che anelano ad ottenerla.

Questa riflessione ci conduce direttamente alla questione Mediorientale, il cui scenario risulta sempre più incandescente a causa delle intemperanze di Israele che, nonostante le flebili rimostranze dell’amministrazione Biden, continua a fare il bello e il cattivo tempo nella regione.

Mentre il genocidio del popolo palestinese a Gaza continua senza sosta, Benjamin Netanyahu continua ad attaccare a spot la Cisgiordania, il Libano e la Syria. È notizia di poche notti fa che le forze congiunte di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno bombardato San'a', la capitale yemenita, con il pretesto di colpire le basi dei ribelli Houthi, responsabili di avere a loro volta attaccato una nave commerciale americana nelle acque del Mar Rosso, allo scopo di spingere gli alleati di Israele a cessare il fuoco su Gaza.

Il rapporto del Red Cell al quale fa riferimento Hyde indaga il fatto che «La guerra della Russia all’Ucraina e la crescente assertività cinese in tutto il mondo hanno cementato la tendenza di Washington a concentrare la politica estera americana sulla competizione tra grandi potenze, spostando l’attenzione dei politici dalle minacce provenienti dagli stati fragili a quelle provenienti dai concorrenti alla pari. (…) Tuttavia, le minacce alla stabilità globale provenienti da un numero crescente di Stati fragili non sono svanite».

Il rapporto suggerisce di «sviluppare nuovi strumenti per affrontare il crollo degli Stati» perché «la costante concorrenza tra gli Stati Uniti da un lato e la Russia, o la Cina, dall’altro si sta manifestando non solo in Europa e nell’Asia orientale, ma anche nelle nazioni in via di sviluppo, dove la fragilità degli Stati può alimentare pericolose opportunità di confronto.»

Si continua spiegando che «Per affrontare le debolezze e le vulnerabilità sociali fondamentali negli Stati in via di sviluppo, bisognerebbe prediligere le soluzioni economiche rispetto alle risposte militari, al fine di condurre a una pace globale più completa».

«Secondo la Casa Bianca, la sfida strategica e militare più significativa agli interessi nazionali degli Stati Uniti deriverà dalla possibilità di operazioni di combattimento su larga scala alla periferia dell’Europa o dentro e intorno al Mar Cinese Meridionale» continua Hyde, aggiungendo che «Queste sono preoccupazioni strategiche reali, che richiederanno sicuramente l’attenzione dei politici statunitensi; ciononostante, la preoccupazione esclusiva dei politici nei confronti di queste minacce sembra aver portato ad abbandonare l’attenzione alla stabilizzazione (…). Se non controllato, questo brusco cambiamento porterà alla ripetizione di errori strategici del passato, come quando Washington sembrò perdere improvvisamente interesse per i Balcani, o esitò nel dimostrare una volontà genuina a sostenere un’alternativa realistica al siriano Bashar al-Assad, lasciando gli interessi nazionali degli Stati Uniti pericolosamente esposti.»

 

Insomma, nel luglio 2023, il Red Cell ha suggerito al governo americano di ricominciare ad ingerire nella politica interna degli stati Mediorientali. Il ché, alla luce della situazione corrente, ci porta a comprendere quanto in realtà vengano presi sul serio i suggerimenti di questi globuli rossi a stelle e strisce.

Un piccolo gruppo nel Congresso degli Stati Uniti ha lavorato per attuare il Global Fragility Act (GFA) nel 2019. Questa legge ha incaricato le agenzie del ramo esecutivo, in particolare il Department of Defense, lo State Department e la U.S. Agency for International Development, di sviluppare un piano globale a lungo termine per affrontare l’instabilità in un insieme mirato di Paesi e di una regione, in collaborazione con attori locali, regionali e globali. La legge riconosceva esplicitamente le diverse fonti di instabilità, tra cui insurrezioni, criminalità organizzata, migrazione di massa, cambiamento climatico e disperazione economica; inoltre, ha indirizzato gli sforzi del governo statunitense verso quattro obiettivi: prevenzione, stabilizzazione, partenariati e gestione, sfruttando una serie di programmi di difesa, diplomatici e di sviluppo.  Alcuni hanno sollevato dubbi, nonostante sia stata inclusa l’assistenza allo sviluppo, riguardo all’importanza di prevedere anche rimedi economici significativi, come la riduzione del debito.

Ovviamente, vi è una buona dose di scetticismo da parte di molti attori internazionali riguardo alle reali intenzioni degli Stati Uniti. Questo perché, nei fatti, il Global Fragility Act è un mero strumento di investimento con il preciso scopo di evitare, in futuro, costi finanziari e di sicurezza esorbitanti, nonché la dipendenza da una politica estera eccessivamente militarizzata. Gli strumenti del GFA, infatti, sono insufficienti e mancano di qualsiasi disposizione per affrontare i livelli di debito accumulati in molte nazioni meno sviluppate.

 

Purtroppo, nonostante il declino dell’influenza globale degli Stati Uniti, Washington è ancora in grado di gestire molteplici priorità di politica estera contemporaneamente; questo riguarda anche le guerre su più fronti, come l’attacco di stanotte allo Yemen ha dimostrato.

Tuttavia, l’amministrazione Biden sembra non avere alcuna politica a lungo termine riguardo diverse questioni. La scelta tra competere con la Russia e la Cina e al tempo stesso concorrere all'instabilità di più regioni del mondo, non è ancora stata presa, cosa che tende ad indebolire ulteriormente l’influenza di Washington sul piano internazionale. I due obiettivi, d’altronde, sono inseparabili e si rafforzano a vicenda.

Resta da capire cosa accadrà alle elezioni presidenziali del prossimo novembre.




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