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  • Immagine del redattoreAlice Rondelli

Les aversions dangereuses

Cosa accade quando una giovane casa editrice antisistema si infila nelle urticanti maglie del dibattito pubblico relativo al patriarcato?
Ph. Bologna street art, 2020 (Alice Rondelli)

GOG Edizioni è una casa editrice indipendente fondata nel 2017 che pubblica libri, riviste e manifesti, ed è diretta da Lorenzo Vitelli.

Il 27 novembre 2023 ho ricevuto via email la newsletter n.27 di GOG, che titola: «Nuovo cinema patriarcato» e chiosa: «A proposito del caso Turetta, quindi sul Patriarcato, sulla violenza senza codice, sulle femministe come nuovo ceto egemone, sull’intromissione dello Stato nella sfera sentimentale. 4 tesi».



Le tesi invitano alla confutazione ed è proprio quello che questo pezzo si propone di fare, esaminando alcuni passaggi che sono inseriti in un contesto più ampio; per questo ho deciso di allegare un file contenente il testo integrale della suddetta newsletter.


GOG newsletter n.27
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Nel primo enunciato, il redattore spiega che «Il patriarcato è un sistema di riconoscimenti. Su basi più o meno arbitrarie, all’uomo riconosce gli attributi della forza, della violenza, della virilità. Alla donna quelli della cura, della pazienza, della femminilità. L’uomo è principio di morte, la donna è principio di vita. (…) invenzioni letterarie, falsificazioni biologiche, mitologie religiose che però, tutte insieme, formano le coordinate simboliche entro cui si muovono le società patriarcali» (…). Dunque, secondo l’autore: «Venuto meno il dispositivo della guerra, a partire dal 1945 (…) il patriarcato ha iniziato il suo declino. Questo sistema, ad oggi, in una società che non ha più la guerra come fondamento, ha perso le ragioni stesse della sua esistenza: è diventato un modello inattivo.» (…) «Le rivendicazioni femministe proliferano nella società post-bellica, che gradualmente e quasi naturalmente si è liberata di una sovrastruttura patriarcale ormai obsoleta, di cui rimangono gli ultimi residui, come dei lapsus».


CONFUTAZIONE

È vero che la natura del patriarcato si è storicamente e culturalmente stratificata nei secoli ed è certo che essa ha risposto, nel corso di secoli o millenni, ad alcune esigenze vere o presunte delle società. Le influenze del carattere prettamente militarista delle società occidentali del passato e del suo declino, cui però si somma la trasformazione da società prettamente agricole-contadine a società industriali, cittadine e in cui esigenze tipiche di strutture famigliari del passato sono venute meno, favorendo lo sgretolamento della “funzionalità” del patriarcato. Tuttavia, non c’è una linearità nella trasformazione del problema: se guardassimo alla condizione della donna in rapporto all’uomo, vedremmo una presenza maggiore di criticità dopo la rivoluzione francese, rispetto a prima. Le aristocrazie europee del '700 ponevano in atto una condizione di semi-parità all’interno delle proprie strutture di corte, mentre la società borghese e i valori che vengono edificati in risposta alla distruzione dei primi due ordini, costruirono un modello familiare (ben evidenziato in epoca vittoriana) che è un po’ il modello della famiglia “tradizionale” patriarcale in cui confluiranno anche le strutture dei ceti inferiori. Pertanto la questione è assai più complessa di come viene trattata dal redattore di GOG. Dire che del patriarcato rimangano «gli ultimi residui, come dei lapsus» lascia intendere che le rivendicazioni delle donne siano non necessarie, quasi inutili lagnanze senza fondamento. Volendo ridurre la questione ad un punto di vista meramente economico: «a cinque anni dal conseguimento del titolo di studio gli uomini percepiscono circa il 20% in più delle donne sia tra i laureati di primo livello (1.651 euro per gli uomini, rispetto a 1.374 euro per le donne), sia tra quelli di secondo livello (1.713 euro per gli uomini e 1.438 euro per le donne)». Quel singulto acido che è la disparità di retribuzione noi donne non abbiamo intenzione di mandarlo giù, figuriamoci il resto. Secondo il redattore di GOG, i femminicidi (più di 100 nel 2023) non sarebbero in alcun modo collegati al patriarcato, perché esso storicamente aveva uno scopo ben preciso che oggi non esiste più. Tuttavia, la società evolve e con essa le sue necessità; dunque, lo scopo del patriarcato non è venuto meno: è semplicemente cambiato. Tenere le donne in una posizione subalterna è funzionale al mantenimento dello status quo; come tutti sanno, il sistema di potere non è particolarmente incline ad essere messo in discussione, o modificato. Non è una questione complicata da comprendere, eppure in molti fanno finta di non afferrarla. «Beh, qual è il problema? Volete i diritti? Ve li diamo! Volete la parità? Eccola qui!» dicono anchor man, giornalisti e politici, ma queste parole non sono che uno specchietto per le allodole, nel quale non si ravvisa neanche il riflesso della realtà. La realtà è che le donne sono costrette a sudarsi ogni centimetro di rispetto. La realtà è che quando qualcuno ci propina una battuta volgare, il nostro primo istinto è quello di sorridere e lasciar correre, perché nel nostro sangue scorrono secoli di patriarcato. Siamo noi le prime a non essere ancora riuscite a farci una massiccia trasfusione, figuriamoci se c’è riuscita la società e, soprattutto, coloro che non hanno questo genere di problemi: i maschi.


La seconda tesi, sostiene che «Quella a cui assistiamo oggi è una violenza generalizzata, priva di forma, che si compie fuori da qualsiasi codificazione. È violenza bruta, primitiva, informe, disorganica, che solo in estrema malafede può essere ricondotta a un leitmotiv preciso, specie a quello dei “figli sani del patriarcato” – al momento il plot narrativo più efficace a livello mediatico – (ma Turetta, appartenente alla tanto incensata Generazione Z, e che a 22 anni dorme con un peluche, in che modo risponde ai canoni del patriarcato?)» (…) «Qui la prevaricazione è casuale, ovunque in potenza e da nessuna parte. Non è un effetto collaterale del sistema, ma il sistema stesso che funziona ormai per effetti collaterali.»


CONFUTAZIONE

Sostenere che il ventunenne Filippo Turetta (l’assassino di Giulia Cecchettin) non possa essere appellato come “figlio sano del patriarcato” perché non risponde ai classici canoni del patriarcato, è una posizione che pecca di superficialità. Sì, perché se in passato il sistema patriarcale ha trovato una sua propria forma che fosse funzionale allo scopo, oggi fa lo stesso e trova la conseguente legittimazione proprio nelle parole dell’autore di GOG: «in che modo risponde ai canoni del patriarcato?». L’evoluzione dei criteri patriarcali è, per molti, come un mantello dell’invisibilità, e a quanto pare, funziona. Secondo il professor Enrico Valdani dell’Università Bocconi: «la Generazione Z non ha mai visto un mondo senza conflitti, minacce di terrorismo, crisi economiche e ora anche pandemie planetarie (…) non ha mai visto un mondo senza smartphone e social media». Insomma, i giovani di oggi hanno familiarità con il concetto di morte – che, però, non suscita chissà quale sgomento – e ne hanno anche di più con quello di inadeguatezza, causata dall’utilizzo massiccio dei social media. Questo può essere un mix esplosivo nel quale le frustrazioni si mescolano con l’incapacità di comprendere cosa significhi concretamente privare qualcuno della libertà, o persino della vita. D’altronde, anche il concetto di “libertà” ha cambiato volto nel corso dei secoli, proprio come il patriarcato. Detto ciò, l’età media di coloro che compiono femminicidi è di 53 anni, dunque si parla di una generazione che nulla ha a che vedere con quella di cui parla l’autore di GOG: è quella quella dei baby boomers, i figli del boom economico e di madri che le conseguenze del patriarcato le conoscono fin troppo bene.

Nel caso Turetta-Cecchettin, sostiene il redattore: «la prevaricazione è casuale (…) non è un effetto collaterale del sistema, ma il sistema stesso che ormai funziona per effetti collaterali»; tuttavia, è necessario sottolineare che se il sistema funziona per effetti collaterali le sue conseguenze non sono affatto casuali. Il patriarcato old fashion, infarcito di prevaricazione violenta, sta lasciando il posto ad un nuovo, scintillante state-of-art patriarchy, nel quale la tecnologia contribuisce in modo significativo a deumanizzare gli individui, che possono controllarsi tra loro come mai è stato possibile prima d’ora. Chissà cosa ha pensato Turetta quando Giulia ha perso tutto quel sangue e non pixel.


La terza tesi proposta da GOG sostiene che: «Questi effetti collaterali sono strumentalizzati da un’élite femminista che si sta costituendo come nuovo ceto egemone. Appropriandosi delle tragedie mediaticamente più rilevanti, trasforma la violenza senza codici in una narrazione funzionale alla sua corporazione di interessi.» (…) e ancora «Se guardiamo all’odierna avanzata dei movimenti femministi, patrocinati da una minoranza organizzata di intellettuali ed esponenti politiche, attiviste, volontarie e influencer, con grandi doti comunicative e munite di formule ideologiche ad altissimo coinvolgimento, assistiamo alla graduale occupazione, da parte di una nuova élite, portatrice di nuove istanze, delle principali centrali di diffusione del consenso sociale: partendo dalle nicchie delle facoltà universitarie dove si è elaborato il nucleo teorico del femminismo della cosiddetta terza ondata o intersezionale, per arrivare fino all’editoria, alla stampa, alla televisione, ai social network, alle sedi governative nazionali e internazionali dove questa produzione discorsiva ha assunto, in parte, carattere performativo.»


CONFUTAZIONE

La difesa di ogni ideale – soprattutto se perseguita anche attraverso i social network che sono, a tutti gli effetti, un mercato fiorente – può essere percepita come strumentale, e la malafede è più che evidente quando una qualsiasi battaglia per i diritti civili viene associata al capitalismo (vedi Chiara Ferragni che pubblicizza la t-shirt di Dior con lo slogan «We should all be feminist», venduta al prezzo di 600 euro). Sulle differenziazioni interne allo stesso femminismo e la questione dei rapporti con le èlite, certamente vi è una parziale intrusione di elementi “meno rivoluzionari”, più consanguinei al sistema capitalistico, che rischiano di deviare dall’apporto più socialmente distruttivo (in senso buono) del movimento. Tuttavia, esso meriterebbe un’analisi indipendente da quella affrontata, ovvero il patriarcato; e se il redattore di GOG fa più che bene a sottolineare il pericolo di infiltrazioni a scopo di lucro nella purezza della causa, in questo contesto sembra utilizzarlo per sminuire l’importanza della stessa. È bene mettere in guardia le persone dal cosiddetto “pinkwashing” (ovvero, quando i brand dichiarano di essere alleati LGBTQ+, ma nella pratica agiscono diversamente, o non supportano affatto tali comunità, o lo fanno solo in misura limitata e all’occorrenza), ma demonizzare in toto la categoria degli attivisti è sleale, soprattutto quando si sostiene che: «l’oligarchia conservatrice è funzionale alla narrazione dell’élite femminista, che per contrappeso si tara sul bilanciere politico come forza contraria e antagonista, ostacolata dal “potere”, per godere di un prestigio rivoluzionario che la rende più attrattiva». Secondo questo assunto varrebbe lo stesso per GOG edizioni, che proprio nel suo “Manifesto contro l’editoria” trova legittimazione alla propria esistenza. C’è, infatti, chi mi ha detto: «Paraculi quelli di GOG!», eppure io (forse ingenuamente) ho colto la genuinità dell’intento, seppure il testo sia in vendita e non distribuito gratis al solo scopo di illuminare le masse. Allo stesso modo, non si può dire che le femministe attiviste siano delle scaltre scacchiste che non sarebbero in grado di esistere e operare se non in contrapposizione con il sistema vigente e/o in collaborazione con figure di spicco nel mondo dei social, musica, giornali e quant’altro. Fare di tutta l’erba un fascio è quantomeno infantile.

Il redattore spiega che «Le élite più lungimiranti (…) stanno riassestando il loro baricentro politico o aziendale (…) per lo più assumendo dalla nuova élite femminista i suoi futuri membri (…) Sono già diversi gli ambienti femministi che si lamentano dei pericoli di un movimento che civetta con un neoliberismo fallocentrico, e che se vuole mettere in discussione i soggetti del dominio, non punta però il dito contro le modalità di quello stesso dominio» (…) e aggiunge «Le frange femministe più radicali non si accontentano di (…) occupare cariche di alta responsabilità professionale, e sollevano il problema di una “costruzione patriarcale della femminilità ad opera del capitalismo”, che elargirebbe qualche concessione simbolica a una minoranza di donne per dare un’immagine di equità e giustizia: un banale fenomeno di tokenism attraverso cui tutto cambia perché nulla cambi davvero». Questa è una cosa su cui vale la pena di riflettere. Il femminismo di facciata è un rischio reale e dimostra che la vera battaglia per i diritti può essere combattuta solo dagli individui, uno per uno, con le proprie sole forze e sul campo: la vita quotidiana; il gruppo deve fungere d’appoggio e non da surrogato della propria personale emancipazione.


La quarta tesi sostiene che «Le campagne di sensibilizzazione, l’educazione affettiva o relazionale e più in generale l’intromissione delle Stato nella sfera sentimentale degli individui genererà un aumento di quegli stessi fenomeni che sta tentando di arginare. L’eccessiva normativizzazione e formalizzazione dell’esistenza, è il prodromo alla perdita di intensità dei significati della vita. La cui mancanza è la causa principale della violenza cieca.»


CONFUTAZIONE

Sembra che, secondo il redattore di GOG, la causa principale dei femminicidi sia l’eccessiva ingerenza dello Stato nella vita dell’individuo. Peccato che il 22 novembre 2023 un report dell’organizzazione internazionale indipendente ActionAid sostenga che «il governo Meloni ha tagliato il 70% delle risorse per la prevenzione della violenza contro le donne». La verità è che lo Stato è più propenso a defilarsi dal problema, piuttosto che affrontarlo concretamente.

Nella newsletter si parla inoltre di «infinita concatenazione di contraddizioni in cui cade il transfemminismo con le sue lotte a casaccio» e ci si domanda «Come chiameremo la violenza sulle donne compiuta da uomini che affermano di riconoscersi nell’identità femminile?».

Secondo il vocabolario Treccani il femminismo è un movimento il cui scopo consiste nel raggiungere l’uguaglianza tra le donne e gli uomini dal punto di vista sociale economico e politico, nonché l’abolizione dei ruoli di genere femminili; mentre il transfemminismo è una forma di femminismo sviluppatosi tra la fine del XX secolo e gli inizi del XXI secolo che va oltre la difesa dell’eguaglianza di genere nella società, bensì ritiene i ruoli di genere una costruzione sociale utilizzata come strumento di oppressione; esso prende forma da movimenti di resistenza che intendono l’assegnazione arbitraria del genere alla nascita come manifestazione di un sistema di potere che controlla e limita i corpi, per adattarli all’ordine sociale stabilito.

Come si evince dalle definizioni, femminismo e transfemminismo hanno obiettivi diversi che partono da presupposti diversi. Tuttavia, non esiste nessuna contraddizione, come invece sostiene il redattore di GOG: il trasfemminismo ha obiettivi precisi, soprattutto in termini legislativi. Quella transfemminista è una lotta neonata, con la quale si può anche non essere d’accordo – e per i più validi motivi – ma tant’è: esiste e ha diritto di esistere. Delegittimarla e sminuirla non apre il dibattito ma serve solo, come sempre, a mantenere il rapporto tra forze in costante squilibrio. Anche questa tendenza si può annoverare nei gironi infernali del patriarcato. Ho parlato di Synthetic Sex Identities nel pezzo “Identità sintetiche”, perché ritengo importante che le persone comincino a familiarizzare con l’argomento in maniera analitica, al di là degli slogan. Capire per cosa si lotta è un presupposto imprescindibile per evitare proprio quella strumentalizzazione capitalistica di cui si è precedentemente parlato.

«Come chiameremo la violenza sulle donne compiuta da uomini che affermano di riconoscersi nell’identità femminile?» si domanda il redattore; la chiameremmo violenza, o più verosimilmente verrà inventato un nuovo termine per definirla, ma sarebbe il caso di affrontare un problema alla volta.


͌


La violenza è violenza, indipendentemente dal genere di appartenenza dell’individuo sul quale si abbatte, ma questo non significa che non esista anche una violenza rivolta in modo mirato contro le donne, causata da fattori culturali in continua evoluzione, che comprendono anche il patriarcato; questo a sua volta non implica che chi insulta, molesta, tenta di sottomettere, violenta e uccide le donne non abbia anche problemi psichiatrici. Non ho idea se chi ha scritto la newsletter n.27 di GOG sia – biologicamente parlando – un uomo o una donna, ma mi piacerebbe saperlo; e allo stesso tempo non ha importanza, perché sono convinta che siano pochi gli intellettuali maschi ad avere una tale franchezza da riuscire a trattare l’argomento “patriarcato” con la necessaria obiettività, ma sono anche consapevole del fatto che l’ampiezza di vedute non conosce genere.

A questo proposito, vi invito a leggere il pezzo di Massimiliano Vino, intitolato: “Femminicidio di Stato”, un’analisi precisa, eseguita magistralmente da una pupilla che non si dilata di piacere all’idea di fare polemica e neanche si abbandona alla tentazione di atteggiarsi a penna antisistema. Perché dare la colpa al sistema vigente è solo una maniera per defilarsi dalla responsabilità che ha il singolo individuo di valutare la storia e gli eventi facendo affidamento unicamente sul proprio giudizio critico.

È certamente vero, come scrivono quelli di GOG, che esiste il reale pericolo che il cambiamento auspicato da femministe e transfemministe sia solo di facciata e ad appannaggio di poche, ma non per questo è lecito banalizzare un argomento complesso che ancora non viene compreso, e soprattutto analizzato con cognizione di causa, dai più. Perché un vero cambiamento avvenga gli attivisti dovrebbero evitare, in primis, qualsiasi commistione con i piani alti del sistema economico e gli intellettuali, dal canto loro, farebbero meglio ad evitare di portare (seppure in forma aulica) le stesse argomentazioni che vengono propinate quotidianamente alla massa dalle più becere trasmissioni tv d’intrattenimento.


AGGIORNAMENTO:

Il 30 novembre 2023 un articolo di TPI pubblica questa notizia:


«Centinaia di manifesti con il volto di Filippo Turetta, l’assassino di Giulia Cecchettin, sono apparsi a Roma in altre città d’Italia. “Ma quale patriarcato? Questo è il vostro uomo rieducato” recita il poster firmato CasaPound.

La stessa CasaPound ha rivendicato l’azione attraverso una nota: “Filippo Turetta, come tanti altri, sono proprio figli di quel sistema fluido, tanto sbandierato anche dalle femministe che ora pensano di infiammare le piazze, fondato sulla mediocrità e sul non essere piuttosto che su esempi di coraggio e virtù”.

“Turetta – si legge ancora nella nota – è invece la conseguenza di una società che non fornisce più valori né, tanto meno, esempi. Dopo anni di decostruzione di genere, di deresponsabilizzazione del cittadino, a partire dalla scuola, cosa ci si può aspettare se non individui non in grado di affrontare una benché minima difficoltà?” (...)».


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