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  • Immagine del redattoreAlice Rondelli

RICERCA -Siria

Approfondimento della storia geopolitica siriana.

Indice

Le origini della Siria

Diffusione dell’Islam nella regione

La Siria moderna

Hafiz al-Asad al potere

La guerra del Kippur

Le proteste del ‘79

Basar al-Asad al potere

Israele e Hezbollah

Economia

Siria e Iran: la strana coppia

La primavera araba

Ingerenze occidentali in Siria

La questione “Caschi Bianchi”

Siria oggi

L’assassinio del generale Sulayman

Il movimento di opposizione Free Syrian Army

Armi chimiche: Ghouta

MI6, CIA e ribelli siriani

Armi chimiche: Kafer Zita e Douma

I ribelli jihadisti e l’occupazione americana

Le sanzioni statunitensi

Conflitti armati interni e internazionali

L’ingerenza statunitense

I gruppi armati anti regime

Il salafismo jihadista

Al-Asad e Tahrir al-Sham

La situazione umanitaria

Uno sguardo al diritto umanitario internazionale



Introduzione

  

Riflettendo su come affrontare l’argomento “Siria oggi”, mi sono resa conto che non è possibile farlo se non offrendovi una panoramica sulla complessa storia della regione, esattamente come non è possibile capire le motivazioni di ciò che sta succedendo in questo momento in Palestina senza passare al vaglio il suo doloroso passato.

La geopolitica può risultare un argomento noioso quando non si comprende quanto lontane e radicate siano le origini degli eventi presenti. Quindi, per questo pezzo devo chiedervi uno sforzo di concentrazione e pazienza, due esercizi che molti si stanno disabituando a fare, schiavi della miriade di informazioni mordi e fuggi che ci offrono i social network. Questo sforzo, vi assicuro, verrà ripagato quando giungerete al cuore di questa ricerca, che è costituita da tanti tasselli che solo messi uno accanto all’altro possono offrirvi la reale possibilità di fare alcune interessanti riflessioni. Se c’è una cosa che ho imparato negli ultimi anni è che le notizie fornite dai media non sono mai completamente vere, anzi, spesso sono pilotate in maniera così capillare, organizzata e aggressiva da impedirci di arrivare al cuore di vicende che sono profondamente interconnesse tra loro. Per questo motivo bisogna essere accurati nella ricerca di verità che sfuggono solo ed esclusivamente perché qualcuno ha tutto l’interesse che ciò avvenga.

Non ho la pretesa di offrivi la verità, bensì una visione più ampia sulle cose.

Questa è la storia del Paese splendente.

 


Le origini della Siria

 

La regione costiera e subcostiera del Mediterraneo orientale compare nella storia più antica col nome di Aram. Con la conquista assira dei Paesi situati fra il Tigri e il Mediterraneo, dopo il secolo VIII a. C., il nome Assyria si estese a tutto il territorio dell’impero assiro, di cui la Siria stessa venne a far parte. Abbreviata in Syria (Συρία), la denominazione fu ben presto adottata dai Greci per designare il Paese tra il Mediterraneo e il corso medio dell’Eufrate. Il nome arabo è ash-Shām, ma anche presso gli Orientali si è diffusa la denominazione europea.

Il termine “Siria” deriva dal greco Seiros, latinizzato in Sirius, e significa “splendente”.

 

Attualmente la Siria confina a Nord con la Turchia, a Est con l’Iraq, a Sud con Iraq e Giordania e a Ovest con Israele e Libano. Lo sviluppo costiero relativamente breve del territorio siriano si estende per circa 180 km lungo il mar Mediterraneo tra gli stati di Turchia e Libano ed è interrotto dagli speroni nord-occidentali dei monti Al-Anṣariyyah, posti immediatamente a est, per poi allargarsi nella piana di ‘Akkār, che continua a sud attraverso il confine con il Libano.  La catena dei monti Al-Anṣariyyah costeggia la piana costiera e si estende da nord a sud e a est delle montagne vi è la depressione del Ghāb, una faglia lunga 64 km che contiene la vallata dell’Oronte (Nahr Al-ʿĀṣī). I monti dell’Anti-Libano (Jabal Al-Sharqī) segnano il confine della Siria con il Libano. Le piane ondulate che occupano il resto del Paese (regione montuosa nel settore centro-meridionale del Paese conosciuta come Al-Hamād) sono note come “deserto siriano”, ma si tratta piuttosto una steppa disseminata di pietre e ghiaia.

 

Scrive Francesca Fausta Gallo (professore Ordinario di Storia moderna, Università degli Studi di Teramo): «Se rivolgiamo uno sguardo di lunghissimo periodo al passato della Siria (dall’età pre-romana alla conquista ottomana del 1516) appaiono in tutta la loro evidenza l’importanza strategica di questa regione all’interno della più vasta realtà medio-orientale e le profonde connessioni con la più generale storia del Mediterraneo, tanto che la regione siriana può rappresentare un interessante punto di osservazione per indagare lo spazio geo-politico ed economico mediterraneo e le sue trasformazioni».

La concentrazione delle risorse, comprese quelle idriche, nelle piane dell’Amuq e di Homs, infatti, hanno segnato fortemente le vicende di quest’area.

La Siria odierna, come molte realtà statuali del medio-oriente, è una costruzione “artificiale”, i cui confini sono stati definiti solo nel 1945. La cosiddetta Siria storica era molto più estesa e comprendeva la parte mediana del bacino dell’Eufrate fino al Mediterraneo, estendendosi per un ampio tratto di costa da Antiochia a Beirut fino a Gerusalemme.

La Siria, fin dal III millennio a.C., si caratterizza per la presenza di significativi nuclei urbani e sviluppa una sua civiltà parallela a quella dell’Egitto faraonico e della Mesopotamia dei Sumeri, con i quali erano forti le relazioni culturali e commerciali, ma anche i conflitti per il controllo del territorio e delle risorse. A partire dal II millennio il crescente movimento via mare di merci e persone segnerà lo sviluppo della costa e il moltiplicarsi di punti di approdo. Gli equilibri dell’area, da quel momento, sembrano spostarsi verso il Mediterraneo e l’arrivo dei “popoli del mare” – Fenici, Ciprioti e Greci – consente la nascita di nuove rotte carovaniere.

Dal IV al VII secolo il territorio siriano diventa parte integrante dell’impero bizantino, costituitosi a seguito della divisione dell’Impero romano (d’Occidente e d’Oriente) nel 395 d.C., e accanto allo straordinario sviluppo economico delle città e delle zone rurali, si assiste all’affermazione di alcuni luoghi di culto cristiani che fanno della Siria uno dei centri di irradiazione del Cristianesimo.

Il periodo bizantino è anche quello che porterà ad accentuare i conflitti all’interno del territorio, per via dei tentativi sempre più pronunciati da parte di Bisanzio di imporre una forte centralizzazione politico-amministrativa, accompagnata ad una omogeneizzazione linguistico-cultuale e religiosa, che mal si conciliava con la vastità del territorio dell’impero, in cui, durante l’età romana, avevano convissuto etnie, lingue e tradizioni profondamente differenti.

Il disegno di imporre a tutta la Siria la lingua greca, diffusa soprattutto nella costa, trovò molte resistenze nel resto del territorio dove, invece, si parlava il siriaco; mentre, nelle zone di confine con la penisola arabica si erano cominciati a diffondere alcuni dialetti arabi di origine semitica.

Anche la religione finì per rappresentare un elemento di forte divisione: il Cristianesimo delle origini non costituiva un corpus omogeneo e definito, ma era un insieme di credenze con un forte radicamento locale. In Siria e in Egitto, in particolare, si erano sviluppate le dottrine monofisite, condannate dal potere centrale di Bisanzio, che voleva imporre a tutto l’impero l’ortodossia diofisita.

La contrapposizione religiosa finì con l’assumere una valenza sempre più politica, opponendo la popolazione siriana alla cultura greca dominante imposta dal centro; i vari tentativi di autonomia, sempre più spesso repressi con la forza, accrebbero la conflittualità interna, di cui finirono con l’approfittare alcune tribù arabe del deserto, che già da tempo avevano tentato delle incursioni nel territorio siriano lungo il confine meridionale e che riuscirono a consolidare le proprie posizioni.

Il processo di arabizzazione della Siria segna un momento cruciale nella storia dell’area, tanto nella ridefinizione degli spazi politici ed economici mediorientali, quanto nel nuovo ruolo del Mediterraneo, che smise di essere il centro della cristianità a seguito del progressivo avanzare della religione islamica.

 

 

Diffusione dell’Islam nella regione

 

La prima propagazione dell’Islam si deve alla forza militare delle tribù beduine del deserto. Il califfato omayyde (661-750 d.C.) è il primo grande momento costitutivo della Siria arabo-musulmana e la trasformazione del califfato musulmano in “dinastico” ne accentua il carattere “imperiale” e finisce con il riconfigurare il peso dell’elemento islamico, come segno identitario del potere e sua forma di autocelebrazione. La costruzione delle grandi moschee di Damasco e Aleppo si accompagna all’imposizione dell’arabo come lingua ufficiale del sistema amministrativo. È questo il periodo di massima espansione del califfato verso l’Estremo Oriente, dispiegandosi verso il Turkestan e verso l’India, che assicura all’Islam il controllo di quelle floride vie commerciali.

Tuttavia, le lotte intestine all’interno del califfato, i conflitti mai sopiti tra sunniti e sciiti, l’intolleranza delle popolazioni autoctone nei confronti dell’egemonia araba all’interno delle élites politiche ed economiche dell’Impero, portano al rovesciamento della dinastia omayyade e all’affermazione degli Abbasidi, di prevalente matrice persiana.

Il periodo di pace assicurato dalla dinastia abbasside è presto interrotto da nuovi conflitti interni e dalla ripresa dello sconto con l’Impero bizantino.

 

La fine dell’unità politica islamica giunge nel XI secolo con le Crociate, che rappresentarono un momento di svolta nel rapporto tra Occidente e Oriente, di pari passo con l’avanzata delle popolazioni nomadi turco-asiatiche, che alterò profondamente gli equilibri del Levante.

Alla fine del secolo, l’Impero islamico appariva in crisi e frantumato in una serie di emirati e nel XII secolo vi furono il tentativo di Nur al-Din al-Shahid di riunificare la Siria e la breve esperienza di Saladino, musulmano sunnita di origine curda e fondatore della dinastia degli Ayyubidi, proclamato Sultano di Egitto e di Siria. Alla sua morte le tre capitali – Il Cairo, Damasco e Aleppo – furono assegnate ciascuna a un figlio di Saladino, portando nuovamente alla divisione dell’Impero.

Nel 1514 gli ottomani attaccano la Persia e nel 1516 l’intera Siria cade nelle loro mani, segnando l’inizio di un lungo periodo di “decadenza”. La centralità assunta dalla Turchia, da un punto di vista politico ed economico, e il progressivo tentativo di omogeneizzazione culturale portato avanti dal governo di Istanbul, nuova capitale dell’Impero, avrebbero condannato la Siria ad una lenta marginalizzazione e indebolito la sua identità.

L’attività intellettuale sviluppatasi nelle maggiori città, più aperte alla cultura europea, fecero della Siria uno dei Paesi dove la polemica antiturca si manifestò in modo più forte, sposandosi con gli interessi delle potenze europee, in particolare di Gran Bretagna e Francia, intenzionate a soppiantare i turchi nel quadrante mediorientale e quindi a proteggere, opportunisticamente, le lotte indipendentiste arabe.

 

 

La Siria moderna

 

Durante la I guerra mondiale, con il disfacimento dell’Impero ottomano, vi fu l’inizio dell’occupazione militare della Siria da parte della Francia nel 1919, che nel 1922 si vide riconosciuto il mandato sulla Siria da parte della Società delle Nazioni, mandato che mantenne fino al 1946, un anno dopo la nascita della Repubblica di Siria.



Nonostante gli studiosi avessero interpretato la storia della Siria sotto una luce esclusivamente religiosa, altri hanno provato a indagare il territorio in una visione geo-politica complessiva, ponendo l’attenzione su un’asse Nord-Sud che faceva dell’area siriana un rilevante anello di congiunzione tra la regione caucasica e il Mar Nero con l’Egitto e, più in generale, l’Africa.

 

La Siria moderna nasce all’indomani della prima guerra mondiale sulla traccia degli accordi Sykes-Picot, in spregio alle vaghe promesse d’indipendenza in precedenza fatte dalla Gran Bretagna al popolo arabo e nella totale frustrazione delle sue aspirazioni nazionaliste.

La Siria ottiene la piena indipendenza solo nel 1946, anno in cui le truppe francesi si ritirano definitivamente dopo più di un quarto di secolo di mandato, durante il quale ben poco era stato fatto per prepararla a questo momento.

Il periodo successivo è, infatti, caratterizzato da una profonda instabilità politica, dovuta alle ingerenze delle potenze regionali e internazionali che si contendono il controllo del Paese. Ciò conduce ad una serie di diciotto colpi di stato, interrotta solo nel 1963 dall’ascesa al potere del partito Ba‘t. Cavalcando l’onda del risentimento siriano per le recenti vicissitudini nazionali, esso si presenta come panarabista, socialista e rivoluzionario e richiama il popolo arabo tutto alla rottura con un passato considerato indegno della sua storia, stigmatizzando l’onta del periodo coloniale e quella della nascita dello stato d’Israele.

Il filosofo alauita Zakī al-Arsūzī completa la triade dei teorici del Ba‘t. Lettore di Platone e dei neo-platonici, egli ritiene che la lingua araba sia la lingua primigenia dell’essere umano, nella quale ogni parola ha per radice un vocabolo primitivo, in stretta relazione con l’essenza dell’oggetto designato. Conseguentemente, egli identifica la cultura araba come cultura umana primordiale e la nascita dell’arabismo come nascita dall’umanesimo.

 

 

HāfiZ al-Asad al potere

 

Dal 1963 in poi alauiti, drusi e ismailiti occupano la maggior parte delle cariche dirigenziali all’interno dell’esercito, del partito e dell’apparato statale. Il 23 febbraio 1966 si consuma l’ennesimo colpo di stato: il Neo Ba‘t, una corrente più vicina all’Unione Sovietica che mira a intraprendere riforme sociali rapide e radicali, è capeggiato da Ḥāfiẓ al-Asad, Ṣalāḥ al-Ğadīd e Nūr al-Dīn al-‘Attāsi.

La sconfitta traumatica del giugno 1967 contro Israele discredita i regimi socialisti radicali di Egitto e Siria e all’interno del Ba‘t fa da catalizzatore per l’ascesa della componente moderata guidata dall’alauita Ḥāfiẓ al-Asad, che riuscirà a proporsi come il paladino della causa araba e il possibile restauratore dell’onore e del prestigio dell’esercito siriano.

Durante gli eventi del “Settembre Nero” si decisero le sorti di Damasco. Nel 1970 l’esercito giordano, in seguito a un lungo periodo di tensioni culminato in un attentato, attacca alcuni campi palestinesi e le basi dell’OLP (l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) nei dintorni di ‘Ammān. Le vittime dei combattimenti furono circa 4000, il risultato fu l’espulsione dell’OLP dalla Giordania. Il presidente siriano in carica Ğadīd invia un cospicuo contingente di truppe di terra ma al-Asad, al tempo ministro della difesa, rifiuta di fornire la necessaria copertura aerea. L’esercito siriano è costretto alla ritirata e il governo Ğadīd ne esce profondamente umiliato.

 

Il 13 novembre si consuma l’ennesimo colpo di stato, ma questa volta i golpisti giungono al potere senza grandi spargimenti di sangue. L’ascesa degli alauiti rappresenta la vittoria del mondo rurale sul parassitismo urbano, di un una nuova e più dinamica classe sociale sui rappresentanti del vecchio mondo feudale e un riscatto per una minoranza in passato misera e disprezzata sull’élite al potere.

Nonostante la statalizzazione dell’industria e le riforme agrarie, al momento dell’ascesa di al-Asad la società siriana risulta ancora molto stratificata. La grande borghesia industriale è stata sostituita da una piccola borghesia commerciale, la cui crescita sarà favorita dal governo di al-Asad, tanto da divenire parte della più fedele base d’appoggio del regime. Gli studiosi parleranno di “capitalismo di Stato al servizio di interessi privati”, sostenendo che i dirigenti politico-militari siano legati da vincoli familiari e rapporti clientelari. La maggior parte dei posti chiave dello Stato sono occupati da membri del clan di al-Asad: nel decennio Sessanta-Settanta a loro sono stati assegnati l’80% dei posti statali, delle borse di studio e delle promozioni nell’esercito. L’accesso ai livelli superiori delle forze armate, all’insegnamento, ai servizi segreti o a quelli d’informazione è interdetto a elementi esterni.

Al momento della presa del potere, al-Asad si era dichiarato disponibile a un allargamento, appunto, della base del potere, dando così un segnale di apertura rispetto all’attitudine centralista del governo Ğadīd. Forma il Fronte Nazionale Progressista, (al-Ğabha al-Waṭaniyya al-Taqaddumiyya) che raggruppa diverse formazioni di sinistra, ma di queste solo il Ba‘t ha diritto di condurre attività politica all’interno delle università e delle forze armate.

Un’altra caratteristica del regime di al-Asad è lo sviluppo delle forze paramilitari, costituite da brigate e milizie affidate a uomini del suo più stretto entourage. La più celebre è la brigata di difesa Sarayyat al-Difa‘ā, creata nel 1965 e diretta dal fratello di al-Asad, Rif‘at fino al 1984, forte di 50.000 uomini e dotata di migliaia di blindati e armamenti. Alcuni sostengono che la Sarayya si sia trasforma ben presto in una forza di repressione, intimidazione, saccheggio, corruzione e che fu utilizzata anche per seguire e intralciare le attività degli esiliati siriani.

 

Il gruppo che compie il colpo di stato del 13 novembre 1970, Ḥaraka Taṣḥīḥiyya (Movimento Correttivo), si caratterizza come il naturale sviluppo del movimento rivoluzionario del Ba‘t e mira ad un ritorno alla purezza della sua linea politica originaria.

Eletto nel 1971 Presidente della Repubblica, al-Asad nel 1973 revisiona la costituzione e sopprime la clausola che stipula che la religione del Capo dello Stato è l’Islam, provocando un forte dissenso popolare, con scioperi e manifestazioni di piazza.

Le moschee diventano un luogo privilegiato di resistenza e opposizione e sono sempre più sorvegliati; le edizioni del corano sono rieditate con il ritratto di al-Asad sul frontespizio, gli imām sono costretti a fare il nome del Capo dello Stato nella chiamata alla preghiera, le feste religiose tradizionali vengono turbate dall’intervento dei servizi di repressione e i mezzi d’informazione sono chiamati a contribuire a una campagna di de-islamizzazione.

Nel campo della politica estera il Movimento Correttivo rafforza le relazioni con l’Unione Sovietica e con gli altri Paesi arabi e nel 1971 viene ratificata con un referendum la creazione dell’Unione delle Repubbliche Arabe (Ittiḥād alĞumhūriyyāt al-‘Arabiyya). Questo è anche il momento dell’apertura economica (Infitāḥ) verso l’Occidente.

 

 

La guerra del Kippur

 

La vittoria della guerra d’Ottobre (meglio nota come guerra del Kippur) attenua lo sdegno popolare di qualche mese prima e costituisce uno dei capisaldi della simbologia del potere di al-Asad.

La guerra del Kippur si svolse tra il 6 e il 25 ottobre 1973, quando gli egiziani e i siriani, rinforzati da contingenti giordani, iracheni, marocchini e palestinesi, penetrarono profondamente nelle linee israeliane sul Canale di Suez e sul Golan, per poi essere costretti a ripiegare a causa dei contrattacchi israeliani appoggiati dall’aviazione statunitense, che aveva sostituito l’aviazione israeliana ormai distrutta. Gli israeliani non esitarono a compiere massacri anche di civili e il cessate il fuoco ordinato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU giunse con gli egiziani sulla riva Est del Canale e gli israeliani padroni di un’area assai più vasta. Sul fronte siriano, Israele occupò un’altra porzione del Golan, inclusa la posizione strategica del monte Hermon. La buona preparazione degli eserciti arabi pose fine al mito dell’invincibilità israeliana, ma la guerra non modificò il precedente stato di cose e l’ONU fallì nel tentativo di organizzare la pace. Gli sforzi unilateralmente avviati dagli Stati Uniti, a suon di generose donazioni, avrebbero portato nel 1978 l’Egitto alla pace separata di Camp David. A seguito di questi accordi, Israele restituì il Sinai all’Egitto, ma contravvenendo agli accordi tenne per sé la preziosa striscia di Taba, sul mar Rosso. Per il suo accordo con Israele al-Sadat (presidente egiziano) fu assassinato dagli integralisti islamici pochi anni dopo. A tutt’oggi Israele occupa ancora il Golan siriano.

Dopo l’avvicinamento del presidente egiziano al-Sadat agli Stati Uniti e il tradimento di Camp David, al-Asad, si vede costretto a concentrarsi sulla sua area d’influenza storica: il Libano, stretto nella morsa della guerra civile dal 1975.

 

 

Le proteste del ‘79

 

La guerra civile libanese scoppia il 13 aprile 1975 in seguito al tentato omicidio del leader maronita Pierre Ğamā’il e al successivo assassinio da parte del Partito Falangista Libanese (movimento, nazionalista e a prevalenza cristiano fondato da Ğamā’il) di 27 palestinesi. L’esercito siriano entra in Libano il 31 maggio del 1976, esacerbando in Siria i conflitti sociali e lo scontento popolare.

Nel 1979 una contestazione generalizzata monta da più parti: nella protesta si trovano riuniti funzionari statali, operai e contadini, che non riescono più a fare fronte all’aumento dei prezzi; ed intellettuali, studenti e membri dell’opposizione, che sperano che la crisi sociale sia il momento opportuno per rivendicare la propria autonomia nei confronti del regime. Intellettuali, scrittori e giornalisti vengono arrestati con l’accusa di collaborazionismo e sovversione a favore dell’imperialismo e del sionismo.

L’ordine degli avvocati indice uno sciopero contro le misure repressive e la tortura, e il 22 giugno 1980 stila un documento in cui chiede la fine dello stato d’emergenza in vigore dal 1963, la liberazione dei prigionieri d’opinione, il rispetto della Costituzione e dei diritti dei cittadini. Questa sorta di “programma democratico” mobilita a poco a poco la maggioranza dei cittadini, unendoli in un movimento che comprende professionisti, commercianti, insegnanti, operai e studenti.

Quando il governo decide d’intervenire con la forza il movimento si trasforma in una vera e propria insurrezione: le forze speciali investono le città di Homs, Aleppo e Hama.

Una legge approvata ad hoc dal Parlamento commina la pena di morte agli appartenenti all’organizzazione dei Fratelli Musulmani; per decreto si stabilisce lo scioglimento dell’ordine degli avvocati, degli ingegneri e dei medici, i cui dirigenti si ritiene siano stati arrestati, torturati o assassinati. Tuttavia, alcuni sostengono che i Fratelli Musulmani siano agenti al servizio degli interessi americani o sionisti e che l’opposizione al governo di al-Asad sia comandata a distanza dalla CIA allo scopo di rovesciare il regime siriano, ultimo ostacolo alla riuscita degli accordi di pace israelo-egiziani.

Alla fine del 1981 il bilancio degli scontri è di 5.000 morti, ma l’organizzazione islamica si è ormai trasformata e sviluppata e cerca di creare un fronte nazionale (Ğabha Qawmiyya) per rovesciare definitivamente il regime. Alla fine di dicembre l’esercito siriano circonda la città di Hama, i cui cittadini sono accusati di complicità con i combattenti islamici. Dopo tre settimane di massacri, saccheggi e bombardamenti la città si arrende, il bilancio delle vittime è stimato tra i 10.000 e i 25.000 uomini.

 

Gli analisti dicono che nella Siria degli anni Ottanta la politica sopravvenga solo come “mero esercizio del potere”, soffocata dalla repressione costante e dall’isolamento in cui sono tenuti tanto l’opposizione quanto i singoli cittadini, che le prigioni siano piene di oppositori politici e che la propaganda del regime si sia intensificata, accompagnata da un culto discreto ma pervasivo della personalità di  Hafiz al-Asad.

Il crollo del prezzo del petrolio nel 1986 ha pesanti conseguenze per la Siria, sia in quanto Paese produttore, sia in quanto beneficiario di ingenti finanziamenti dai Paesi del Golfo. La caduta del blocco sovietico inasprisce la crisi, costringendo il governo a rivedere ulteriormente la propria politica economica. Tuttavia, il regime di al-Asad rimane saldo, dimostrando di possedere grandi capacità di adattamento alla nuova situazione geopolitica ed economica.

Se nella seconda metà degli anni Ottanta è varata una politica di austerità e di timidi provvedimenti sulla strada delle liberalizzazioni, nei primi anni Novanta nuove leggi incoraggiano il settore privato con consistenti finanziamenti e il mercato si apre a nuovi investitori. La legge n.10 del 1991, in particolare, prevede una serie di incentivi per gli investitori stranieri e privati.

Contestualmente si assiste ad un certo grado di democratizzazione. Infatti, alle elezioni del 1990 sono disponibili ai partiti dell’opposizione (ovvero, quelli non appartenenti al Fronte Democratico Progressista) tra il 30 e il 40% dei 250 seggi dell’Assemblea del Popolo, anche se le candidature devono in ogni caso essere approvate dal Presidente.

Nel 1994 lo stato di emergenza rimane in vigore e la Siria appare agli analisti più che una democrazia popolare, una dittatura costituzionale. Il Parlamento non ha potere legislativo, il Ba‘t è il partito al potere e il Fronte Nazionale Progressista si ritiene non abbia alcuna influenza sulle decisioni politiche.

 

 

Bašār al-Asad al potere

 

Dopo la scomparsa nel 1994 del figlio Basil, designato alla successione, Ḥāfiẓ al-Asad aveva indicato come suo erede alla presidenza il secondogenito Bašār, al tempo studente a Londra. Bašār era stato richiamato in patria e inserito nell’apparato del Ba‘t con cariche via via più impegnative. Alla morte del padre (avvenuta il 10 giugno 2000) Bašār viene nominato comandante in capo delle forze armate e il Ba‘t convoca il congresso per eleggerlo segretario generale; il, il parlamento siriano (Mağlis al-ša’b), cambia l’articolo 83 della Costituzione, abbassando l’età minima per accedere alla presidenza da 40 a 34 anni e il 10 luglio 2000, Bašār al-Asad è eletto presidente della Repubblica per mezzo di un referendum popolare, ottenendo il 97,3% dei voti.

 

Durante il primo periodo della presidenza, Bašār al-Asad (l’attuale presidente della Siria) tiene fede alle promesse fatte nel discorso d’insediamento. Uno dei suoi dei primi atti pubblici fu la chiusura del carcere di Mezzeh, a Damasco, e di Palmira e il conseguente rilascio di centinaia di prigionieri politici, per lo più appartenenti a gruppi d’opposizione di sinistra o islamica nel novembre 2000. Nello stesso periodo la stampa visse quella che viene definita “una timida iniezione di libertà” con la nascita di alcune testate formalmente indipendenti. È un segnale di cambiamento del clima politico: la società civile, per bocca degli intellettuali, lo percepisce e il complesso della paura che ha portato i siriani all’autocensura per quarant’anni si allenta. In tutto il Paese la società civile si muove, rappresentata da singoli attivisti o organizzata in gruppi: è la cosiddetta “primavera di Damasco”.

Gli argomenti dibattuti sono ovunque gli stessi: esigenze di riforma e critica della corruzione e del nepotismo interni al regime. Uno degli atti di più vasta eco di questa fase è il Manifesto dei 99, un breve ma incisivo appello firmato da 99 intellettuali siriani che chiedono un maggior sforzo verso la democratizzazione attraverso l’abolizione dello stato d’emergenza e della legge marziale, in vigore dal 1963, la liberazione dei prigionieri politici, il pluripartitismo e la concessione della libertà d’espressione. Al Manifesto dei 99 ne seguono altri due, il primo redatto dai medesimi firmatari, il secondo dall’associazione degli avvocati: in entrambi la critica si fa più serrata.

È allora che il governo comincia a reagire, dapprima rilasciando interviste alla stampa estera in cui il presidente ribadisce che il processo di riforma in corso in Siria non prevede in nessun modo un ribaltamento della realtà, ma semplicemente un suo sviluppo; poi, sostenendo che gli intellettuali non rappresentano il popolo, perché non hanno gli stessi suoi bisogni, né sono realisti nell’applicazione delle loro idee al processo di sviluppo.

Comincia a circolare la voce che gli attivisti siano degli agenti al soldo del nemico e alcuni di loro vengono arrestati. Nel frattempo, viene vietata la pubblicazione di ogni informazione che possa mettere in pericolo «la sicurezza nazionale, l’unità della società, la sicurezza dell’esercito, la dignità e il prestigio della nazione».

 

Alcuni osservatori sostengono che la chiusura di Bašār al-Asad nei confronti delle richieste della società civile sia dovuta all’influenza della “vecchia guardia” all’interno del partito e delle istituzioni; nel corso dei primi tre anni di presidenza i tre quarti di essa saranno sostituiti pezzo per pezzo con i fedeli del nuovo presidente, molti dei quali sono giovani tecnocrati con un’educazione occidentale. È con la loro collaborazione che egli avvia la riorganizzazione del settore pubblico, la creazione di università private, la lotta alla corruzione all’interno della pubblica amministrazione, incluso l’arresto di membri del governo per sottrazione di fondi pubblici.

Nel 2003 le prime elezioni legislative cambiano il volto di 178 deputati su 250 eletti. Per legge 167 su 250 seggi sono riservati al Fronte Nazionale Progressista, capeggiato dal Baʽt, i rimanenti sono ad appannaggio di candidati indipendenti. Dal 2001 i partiti del Fronte Nazionale Progressista possono pubblicare giornali, aprire sedi locali e patrocinare associazioni studentesche. Il risultato di questa apertura è il 50% in più di candidati rispetto alle precedenti elezioni, fra cui circa l’80% di candidati indipendenti, per lo più uomini d’affari, esponenti del mondo universitario, professionisti e anche leader religiosi.

I nuovi partiti non possono avere base settaria, religiosa o tribale e non devono essere stati operativi prima della rivoluzione del 1963. Ciò impedisce la legalizzazione del movimento dei Fratelli Musulmani e dei partiti nazionalisti curdi.

I maggiori cambiamenti si riscontrano nell’organizzazione interna del partito: viene, infatti, annunciata una maggiore separazione tra funzioni del partito e funzioni di governo; il cognato del presidente è confermato al vertice dei servizi segreti militari, mentre il fratello e il figlio dell’ex ministro della difesa sono a capo della Guardia Repubblicana.

 

Per quanto riguarda la politica estera, Bašār al-Asad, nel suo discorso d’insediamento auspicava un maggiore coinvolgimento statunitense nel processo di pace, ma anche una maggiore unità tra gli stati arabi, in particolare in campo economico. Tuttavia, i rapporti con gli Stati Uniti sono andati deteriorandosi, mentre le relazioni regionali sono decisamente migliorate, con una distensione generale dei rapporti inter-arabi, l’adesione al Greater Arab Free Trade Area (GAFTA) e la storica distensione dei rapporti con la Turchia, sfociati a loro volta in un accordo di libero scambio e in un protocollo per la gestione partecipata delle risorse idriche.

Nel 2005 al-Asad si reca per la prima volta a Mosca, dove si è pattuita la cancellazione del 73% dell’ingente debito accumulato dalla Siria in epoca sovietica. La Russia sembra dimostrare un rinnovato interesse per le strutture portuali di Tartus e Lattachia, punto d’appoggio della flotta dell’Unione Sovietica nel Mediterraneo durante la guerra fredda e abbandonate dopo il 1991.

Se l’iniziativa si realizzasse si creerebbe una breccia nel monopolio delle coste mediorientali, detenuto negli ultimi vent’anni dalla Sesta flotta statunitense.

 

 

Israele e Hezbollāh

 

Nel frattempo, Israele si ritira unilateralmente dal Libano nel maggio 2000 e la Siria comincia a diminuire gradualmente l’entità del proprio contingente nel 2001, come previsto dagli accordi di Ta’if. La situazione nel Libano meridionale rimane tesa, con operazioni contro Israele da parte di Ḥezbollāh e continue incursioni israeliane. Nel 2004, allo scadere del mandato di Emile Laḥūd, l’Aassemblea dell’ONU approva d’urgenza il 2 settembre, su iniziativa di Francia e Stati Uniti, una risoluzione che prevede per il Libano elezioni libere e il ritiro di tutte le forze straniere ancora presenti sul territorio (quindi dell’esercito siriano, ma anche di quello israeliano, che presidia le fattorie di Šeb’ā, area ricca di risorse idriche). Bašār al-Asad, contro ogni previsione, decide di appoggiare la rielezione di Laḥūd.

La decisione siriana è dettata da esigenze difensive: la risoluzione 1559 è considerata il segnale definitivo dell’ostilità franco-statunitense nei confronti della Siria ed è, secondo al-Asad, il primo passo per minare l’influenza siriana su Ḥezbollāh e indirettamente l’alleanza con l’Iran e con Ḥamas e, quindi, il residuo controllo sul processo di pace. Indebolita la Siria sarebbe così costretta ad accettare il nuovo ordine regionale imposto dagli Stati Uniti, offrendo la propria collaborazione all’invasione dell’Iraq (iniziata un anno prima). Sminuita del proprio ruolo geopolitico, la sopravvivenza stessa del regime risulterebbe minacciata.

Inoltre, la risoluzione 1559 appare come uno strumento nelle mani di Francia e Stati Uniti per spostare il Libano da un campo geopolitico all’altro, obbligando così la Siria a disarmare Ḥezbollāh in cambio di un ritiro graduale dal Paese. Il rinnovamento del mandato di Laḥūd, in quest’ottica, assicura la conservazione del potere in un momento di grandi trasformazioni regionali.

L’assassinio di Rafīq al-Ḥarīrī (politico e imprenditore libanese che era riuscito a penetrare le alte sfere del potere siriano, cooptando personaggi di altissimo livello), il 24 febbraio 2005, innesca in tutto il Paese la rivolta per l’indipendenza (Intifāḍa al-istiqlāl). Pressioni interne ed esterne costringono la Siria al ritiro dal Libano nell’aprile del 2005.

 

 

Economia

 

Sul fronte economico la situazione si fece vacillante. Al-Asad aveva implementato delle riforme economiche di stampo neoliberista, ispirate al modello cinese di economia di mercato sociale. In quest’ottica, pur mantenendo in vita un forte settore pubblico, procedette ad una graduale liberalizzazione del mercato e privatizzazione dell’economia e delle imprese statali, dando parallelamente vita ad un settore bancario privato ed istituendo un mercato di borsa.

Tuttavia, gli analisti sostengono che le riforme strutturali necessarie non ebbero mai luogo e secondo un rapporto del 2005 redatto dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), il 30% della popolazione si situava al di sotto della soglia di povertà e l’11,4% non riusciva a soddisfare le più basilari esigenze di alimentazione. L’incidenza della povertà era più che raddoppiata rispetto a dieci anni prima e anche l’inflazione sembrava incontrollabile. Ciò avveniva anche a causa dei fenomeni di dislocamento interno che riguardarono migliaia di famiglie in fuga dalle zone rurali dopo anni di siccità. A questo si aggiungeva il fatto che nel 2002 la Siria fu inserita dall’allora Segretario di Stato statunitense, John R. Bolton, nella cosiddetta «asse del male» ed accusata di favoreggiamento del terrorismo internazionale e di sviluppo di armi chimiche di distruzione di massa. L’anno successivo, il Congresso statunitense votò il Syria Accountability Act, con il quale si autorizzava l’allora Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, a comminare sanzioni di tipo economico e diplomatico nei confronti della Siria.

 

 

Siria e Iran: la strana coppia

 

Sul versante delle relazioni estere, è necessario indagare il rapporto tra Siria e Iran, definiti da più autori «la strana coppia». Si tratta infatti dell’alleanza tra un regime ufficialmente socialista, quindi laico, e uno apparentemente teocratico; di una nazione con popolazione all’80% sunnita e un’altra a larga maggioranza sciita; di un partito al potere che si richiama al panarabismo e di una teocrazia che si rifà al panislamismo. Ulteriori contraddizioni derivano dalle comuni relazioni con i movimenti Ḥezbollāh e Ḥamas; quest’ultimo, in particolare, nasce come costola del movimento dei Fratelli Musulmani, fuori legge in Siria. Tuttavia, Siria e Iran sono stretti da un’alleanza lunga ormai più di trent’anni, sancita nel 1979.

Il regime di Damasco aveva fornito un modesto contributo alla rivoluzione iraniana offrendosi di accogliere Khomeini nel 1978, al momento dell’espulsione dall’Iraq, e dando poi asilo ad alcuni dei suoi più stretti collaboratori. La rivoluzione islamica portò con sé un rovesciamento del posizionamento geopolitico dell’Iran: si interruppero le relazioni di lungo corso con Israele e Stati Uniti e, in generale, si raffreddano i rapporti con gli stati arabi filo-occidentali. Sul piano regionale, ciò portò a un riallineamento del sistema di alleanze inter-arabe. In seguito, la Siria fu il prezioso mediatore dell’Iran presso la Lega Araba e i Paesi del Golfo ed è in massima parte grazie al suo intervento diplomatico che Teheran riuscì a evitare il formarsi di un fronte arabo unito allineato con l’Iraq che l’avrebbe portata a una sconfitta certa.

L‘alleanza con la Siria rimase strategica per l’Iran, isolato regionalmente durante tutti gli anni Ottanta, anche dopo la fine della prima guerra del Golfo; il suo sostegno impedì il riavvicinamento Siria-Iraq e, quindi, lo sfruttamento dell’oleodotto Kirkuk-Banias. Per la Siria l’appoggio iraniano fu fondamentale per mantenere il controllo del Libano e un ruolo di mediatrice regionale che controbilancia un’economia debole e un esercito non all’altezza dei potenti vicini.

Negli anni Novanta la Siria, benché esclusa da tutte le alleanze regionali formali, continuò a mantenere il suo ruolo di mediatrice fra Iran e stati del Golfo, evitando più volte lo scontro fra le due parti.

Negli anni Duemila la politica mediorientale americana post 11 settembre minacciava entrambi gli stati, rafforzando ancora una volta la loro alleanza in chiave difensiva: l’Iran si trovava accerchiato ai confini, con Iraq e Afghanistan occupati a est e a ovest e la Quinta armata stanziata nel Golfo, il processo di pace con Israele bloccato e nessuna prospettiva reale di ripresa. Anche la Siria sembra trovare nell’Iran l’unico alleato affidabile. Entrambi contrastarono l’azione americana in Iraq e appoggiarono apertamente Ḥezbollāh e Ḥamas in chiave anti-israeliana.

In trent’anni di alleanza Siria e Iran hanno spesso vissuto momenti di tensione, in particolare quando la Siria era sembrata sul punto di rompere il cerchio d’isolamento intorno a sé; ma, al momento, i due Paesi continuano a rappresentare i maggiori fautori dell’autonomia del sistema regionale, baluardo contro la penetrazione straniera in Medio Oriente. Nella calzante definizione dell’amministrazione americana sono l’«Asse della Resistenza».

 

 

La primavera araba

 

Fra la fine del 2010 ed i primi mesi del 2011, diversi Paesi arabi furono scossi da una vigorosa ondata di proteste e sollevazioni popolari contro i regimi autoritari che li governavano, in richiesta di libertà e democrazia.

La miccia accesa in Tunisia scatenò un’onda d’urto che coinvolse un numero crescente di Paesi fra Nord Africa e Medio Oriente, in un effetto domino che portò a definire il fenomeno con l’espressione giornalistica «Primavera araba».

Inizialmente, diversi analisti ritennero che la rivolta non avrebbe attecchito in Siria e Bašār al-Asad si mostrava sicuro del proprio ruolo e della tenuta della sua amministrazione, anche in virtù del fatto che, in una prima fase, le proteste nel Paese erano rimaste isolate e circoscritte, riguardando numeri esigui di persone che invocavano un nuovo corso di riforme democratiche e non la caduta del regime.

Tuttavia, a partire dal marzo 2011 divenne chiaro che la Siria non sarebbe in alcun modo rimasta immune alle rivolte. All’inizio di quello stesso mese, un gruppo di adolescenti era stato arrestato per aver realizzato dei graffiti invocanti la caduta del regime sui muri di una scuola nella cittadina di Dar’a, nel sud della Siria. La notizia che in carcere avessero subito torture da parte della polizia militare scatenò un’ondata di indignazione senza precedenti. Dopo mesi di proteste in sordina, il 15 marzo si verificarono le prime consistenti manifestazioni di dissenso nei confronti del regime nelle città di Damasco ed Aleppo. A tale data, identificata come il «giorno della rabbia», si farà convenzionalmente risalire l’inizio della rivoluzione siriana. Seguirono nei giorni successivi numerose dimostrazioni pacifiche in diversi centri urbani, regolarmente sedate e disperse dalle forze di sicurezza leali al regime, che arrestavano sistematicamente i manifestanti. Dal 18 marzo (il «venerdì della dignità») la rivolta assunse inequivocabilmente carattere nazionale e di massa: migliaia di persone si erano pacificamente riversate per le strade della piccola cittadina di Dar’a, chiedendo il rilascio dei ragazzi incarcerati e scandendo lo slogan «Dio, Siria, libertà e basta», mentre simili manifestazioni si tenevano contemporaneamente nelle principali città della Siria.

La situazione si incrinò definitivamente quando a Dar’a le forze di sicurezza reagirono sparando alla cieca sui manifestanti.

 

 

Ingerenze occidentali in Siria

 

Questa questione, che a prima vista appare cristallina, va approfondita. In merito, The Grayzone (un sito online indipendente che si occupa di giornalismo investigativo) scrive: «Alcuni documenti trapelati mostrano come gli appaltatori del governo britannico abbiano sviluppato un’infrastruttura avanzata di propaganda per stimolare il sostegno in Occidente all’opposizione politica e armata della Siria. Praticamente ogni aspetto dell’opposizione siriana è stato coltivato e commercializzato dalle società di pubbliche relazioni sostenute dal governo occidentale e dalle loro narrazioni politiche».

Pare, infatti, che «i servizi segreti occidentali abbiano creato con cura la copertura mediatica in lingua inglese e araba della guerra in Siria per sfornare un flusso costante di copertura a favore dell’opposizione». Inoltre «gli appaltatori statunitensi ed europei hanno formato e fornito consulenza ai leader dell’opposizione siriana a tutti i livelli, dai giovani attivisti dei media ai capi del governo parallelo in esilio. Queste aziende hanno anche organizzato interviste per i leader dell’opposizione siriana su organi di stampa tradizionali come la BBC e Channel 4 del Regno Unito.

Più della metà dei corrispondenti di Al Jazeera in Siria sono stati addestrati in un programma governativo congiunto USA-UK chiamato Basma, che ha prodotto centinaia di attivisti dei media dell’opposizione siriana. Le società di pubbliche relazioni del governo occidentale non solo hanno influenzato il modo in cui i media hanno coperto la Siria, ma hanno prodotto le proprie pseudo-notizie propagandistiche da trasmettere sulle principali reti televisive del Medio Oriente, tra cui BBC Arabic, Al Jazeera, Al Arabiya, e Orient TV».

L’opposizione armata siriana viene definita da The GrayZone come «dominata dagli estremisti» e si spiega che «un appaltatore chiamato InCoStrat ha affermato di essere in costante contatto con una rete di oltre 1.600 giornalisti ed influencer internazionali utilizzati per promuovere punti di discussione a favore dell’opposizione».

«Un altro appaltatore del governo occidentale, ARK, ha elaborato una strategia per ammorbidire l’immagine dell’opposizione armata salafita-jihadista siriana, vantandosi di fornire propaganda dell’opposizione che andava in onda quasi ogni giorno sulle principali reti televisive in lingua araba. Praticamente tutti i principali media aziendali occidentali sono stati influenzati dalla campagna di disinformazione finanziata dal governo britannico, esposta attraverso i documenti trapelati: dal New York Times al Washington Post, dalla CNN al The Guardian, dalla BBC a Buzzfeed.»

«I file confermerebbero anche le pregresse segnalazioni di giornalisti tra cui Max Blumenthal sul ruolo di ARK nel rendere popolari i Caschi Bianchi nei media occidentali. ARK gestiva gli account sui social media dei Caschi Bianchi e ha contribuito a trasformare il gruppo finanziato dall’Occidente in un’arma di propaganda chiave dell’opposizione siriana.»

«I documenti trapelati consistono principalmente in materiale prodotto sotto gli auspici del Foreign and Commonwealth Office del Regno Unito. Tutte le aziende citate nei documenti avevano contratti con il governo britannico, ma molte gestivano anche “progetti multi-donatori” che ricevevano finanziamenti dai governi degli Stati Uniti e da altri Paesi dell’Europa occidentale.»

 

«Oltre a dimostrare il ruolo svolto da questi elementi dell’intelligence occidentale nel plasmare la copertura mediatica, i documenti fanno luce sul programma del governo britannico volto ad addestrare e armare i gruppi ribelli in Siria. Altri materiali mostrano come Londra e i governi occidentali abbiano lavorato insieme per costruire una nuova forza di polizia nelle aree controllate dall’opposizione. Molti di questi gruppi di opposizione sostenuti dall’Occidente in Siria erano jihadisti salafiti estremisti. Alcuni degli appaltatori del governo britannico, le cui attività sono esposte in questi documenti trapelati, stavano in effetti sostenendo l’affiliato siriano di al-Qāʿida Jabhat al-Nusra e le sue propaggini fanatiche.»

 

I documenti a cui si riferisce The Grayzone sono stati ottenuti da un gruppo che si autodefinisce Anonymous e sono stati pubblicati in una serie di file intitolati “Op. HMG [Her Majesty’s Government] Trojan Horse: From Integrity Initiative To Covert Ops Around The Globe. Part 1: Taming Syria” e il gruppo non identificato ha affermato di mirare a «smascherare l’attività criminale dell’FCO e dei servizi segreti del Regno Unito», aggiungendo: «Dichiariamo guerra al neocolonialismo britannico!».

The Grayzone non è stata in grado di verificare in modo indipendente l’autenticità dei documenti; tuttavia, i contenuti ricalcano molto da vicino i resoconti sulla destabilizzazione occidentale e le operazioni di propaganda in Siria.

Dopo la pubblicazione dell’articolo di The Grayzone, il governo britannico ha dichiarato a Middle East Eye che i documenti del Foreign and Commonwealth Office britannico riguardanti il ​​lavoro dei suoi appaltatori in Siria erano stati violati e pubblicati online. L’affermazione sembra, dunque, confermare la veridicità dei documenti trapelati.

 

Un articolo di The Grayzone offre un approfondimento su cosa sia esattamente ARK (Analysis Research Knowledge), uno dei principali appaltatori del governo britannico dietro il programma di cambio di regime in Siria.

 

«ARK FZC ha sede a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Si definisce una ONG umanitaria, che “è stata creata per assistere i più vulnerabili”, generando una “impresa sociale che dà potere alle comunità locali attraverso la fornitura di interventi agili e sostenibili per creare maggiore stabilità, opportunità e speranza per poveri in futuro”. In realtà ARK è un servizio di intelligence che funziona come un braccio dell’interventismo occidentale. In un documento trapelato e depositato presso il governo britannico, ARK ha affermato che “dal 2012 il suo obiettivo è stato quello di fornire una programmazione siriana altamente efficace e politicamente sensibile ai conflitti per i governi di Regno Unito, Stati Uniti, Danimarca, Canada, Giappone e Unione Europea.” ARK si vantava di aver supervisionato contratti per un valore di 66 milioni di dollari volti a sostenere gli sforzi a favore dell’opposizione in Siria e sul suo sito web elenca tutti questi governi come clienti, tra loro figurano anche le Nazioni Unite.»

 

«Nelle sue operazioni in Siria, ARK ha collaborato con un altro appaltatore britannico chiamato The Global Strategy Network (TGSN), diretto da Richard Barrett, ex direttore dell’antiterrorismo globale presso l’MI6 (i servizi segreti britannici). Apparentemente ARK aveva agenti sul campo in Siria fin dal tentativo di rovesciare il regime nel 2011, riferendo al Foreign and Commonwealth Office (FCO) britannico che “il personale ARK è in contatto regolare con attivisti e attori della società civile che hanno inizialmente incontrato durante lo scoppio delle proteste in Siria nella primavera 2011”. Esso vantava, inoltre, una “vasta rete di attori nella società civile che ARK ha aiutato attraverso un centro dedicato allo sviluppo di capacità istituito a Gaziantep”, una città nel sud della Turchia che è stata una base di operazioni di intelligence contro il governo siriano.»

 

«In un documento trapelato, l’azienda si è presa il merito dello “sviluppo di un nucleo narrativo dell’opposizione siriana”, apparentemente realizzato durante una serie di seminari con i leader dell’opposizione sponsorizzati dai governi degli Stati Uniti e del Regno Unito ed ha formato tutti i livelli dell’opposizione siriana nelle comunicazioni, dai “workshop di giornalismo cittadino con attivisti dei media siriani, al lavoro con membri senior della National Coalition per sviluppare una fondamentale narrativa di comunicazione”.»

 

«ARK ha anche supervisionato la strategia di pubbliche relazioni per il Supreme Military Council (SMC), la leadership del braccio armato ufficiale dell’opposizione siriana e per il Free Syrian Army (FSA). Inoltre, ha creato una complessa campagna di pubbliche relazioni per “fornire un re-branding del Supreme Military Council, così che esso potesse distinguersi dai gruppi estremisti di opposizione armata e stabilire l’immagine di un corpo militare funzionante, inclusivo, disciplinato e professionale”» così da «mascherare l’opposizione armata siriana, che era stata in gran parte dominata dai jihadisti salafiti».

 

«Nei suoi centri di formazione in Siria e nel sud della Turchia, l’appaltatore del governo occidentale ha riferito: “Più di 150 attivisti sono stati formati ed equipaggiati da ARK su argomenti che vanno dalle basi della gestione delle telecamere, dell’illuminazione e del suono alla produzione di reportage, della sicurezza giornalistica, di quella online e relativamente al reporting etico”. (…) In soli sei mesi, ARK ha riferito che in Siria sono stati distribuiti 668.600 dei suoi prodotti stampati, tra cui “poster, volantini, opuscoli informativi, libri di attività e altro materiale relativo alla campagna”. In un documento che descrive le operazioni di comunicazione degli appaltatori britannici in Siria, ARK e il servizio di intelligence britannico si vantavano di supervisionare le seguenti risorse mediatiche all’interno del Paese: 97 videogiornalisti freelance, 23 scrittori, 49 distributori, 23 fotografi, 19 formatori, 8 centri di formazione, 3 uffici stampa e 32 addetti alla ricerca. Inoltre, ha sottolineato di avere “contatti consolidati” con alcuni dei principali media del mondo, citando Reuters ROITERS, New York Times, CNN, BBC, The Guardian, Financial Times, The Times, Al Jazeera, Sky News Arab, Orient TV e Al Arabiya, oltre ad avere fornito regolarmente contenuti con marchio e senza marchio ai principali canali TV satellitari panarabi e focalizzati sulla Siria come Al Jazeera, Al Arabiya, BBC Arabic, Orient TV, Aleppo Today, Souria al-Ghadd e Souria al-Sha'ab dal 2012.»

 

Veniamo al progetto Basma, un’iniziativa congiunta del governo statunitense e di quello britannico.

«Con i finanziamenti sia del governo degli Stati Uniti che del Regno Unito, Basma si è trasformata in una piattaforma estremamente influente. La sua pagina Facebook in arabo aveva oltre 500.000 follower e anche su YouTube ha ottenuto un ampio seguito. I principali media aziendali hanno descritto in modo fuorviante Basma come una “piattaforma di giornalismo cittadino siriano”, o un “gruppo della società civile che lavora per una transizione liberatrice e progressista verso una nuova Siria”. In realtà si trattava di un’operazione di astroturfing del governo occidentale, ovvero la pratica di nascondere gli sponsor di un messaggio o di un’organizzazione per far sembrare che provenga e sia supportato da partecipanti di base, ovvero cittadini comuni.

In un documento trapelato, ARK si vanta del fatto che nove dei sedici giornalisti freelance utilizzati da Al Jazeera in Siria sono stati addestrati attraverso l’iniziativa Basma. Altresì, in un precedente rapporto per il Foreign and Commonwealth Office del Regno Unito, presentato a soli tre anni dall’inizio del suo lavoro, ARK affermava di aver “formato oltre 1.400 beneficiari in rappresentanza di oltre 210 organizzazioni beneficiarie in più di 130 seminari e distribuito più di 53.000 singole apparecchiature”, attraverso rapporti di vasta rete che raggiungevano “tutti i 14 governatorati della Siria” e che comprendevano sia aree controllate dall’opposizione che dal governo.»

 

 

La questione “Caschi Bianchi”

 

A questo punto si deve necessariamente toccare un tasto dolente: ovvero, i Caschi Bianchi (White Helmets), un’organizzazione umanitaria di protezione civile formatasi durante la guerra civile siriana nel 2013, per iniziativa dell’ex militare britannico James Le Mesurier, fondatore della ONG Mayday Rescue. Debuttando con una ventina di civili, i Caschi Bianchi raggiungono le 2.618 unità a giugno 2015 e superano le 3.000 nell’estate 2016. La difesa civile siriana dei Caschi Bianchi è composta da volontari civili ed è presente principalmente nelle zone controllate dai ribelli. Nonostante sia da loro richiesto, il regime siriano si rifiuta di lasciarli entrare nelle zone controllate dal suo esercito perché, seppure essi dichiarino neutralità nel conflitto e non portino armi, sono sospettati di far parte della rivolta armata.

Il 23 settembre 2016, ad Aleppo, tre dei quattro centri della difesa civile siriana sono stati bombardati dalle forze lealiste, o russe. Contestualmente,  la difesa civile siriana, insieme ad altre 72 organizzazioni non governative, ha annunciato di sospendere la cooperazione con le Nazioni Unite accusandole di manipolare gli sforzi umanitari a favore del regime di al-Asad.

Serve, quindi, una strada alternativa per dare prestigio alle operazioni dei Caschi Bianchi: per questa ragione nel settembre 2016 viene loro assegnato il Right Livelihood Award, un premio annuale alternativo al premio Nobel, creato nel 1980 da Jakob von Uexkull, ex membro del Parlamento europeo, cittadino svedese e tedesco.

ARK ha pubblicato una mappa che evidenzia la sua rete di reporter freelance e attivisti dei social media e i loro rapporti con i Caschi Bianchi e con le forze di polizia di recente creazione in tutta la Siria controllata dall’opposizione.




ARK è stato una forza centrale nel lancio dell’operazione dei Caschi Bianchi. «I documenti trapelati, infatti, mostrano che ARK gestiva le pagine Twitter e Facebook della Protezione Civile Siriana, i Caschi Bianchi appunto, prendendosi il merito di aver sviluppato “una campagna di comunicazione focalizzata a livello internazionale progettata per aumentare la consapevolezza globale delle unità e del loro lavoro salvavita”.»

«ARK ha anche facilitato le comunicazioni tra i Caschi Bianchi e la The Syria Campaign, una società di pubbliche relazioni gestita da Londra e New York che ha contribuito a rendere popolari i Caschi Bianchi negli Stati Uniti.»

«Nel 2014, ARK ha prodotto un documentario sui Caschi Bianchi, intitolato Digging for Life, che è stato più volte trasmesso su Orient TV. Mentre gestiva gli account sui social media dei Caschi Bianchi, ARK si vantava di aumentare follower e visualizzazioni sulla pagina Facebook del consiglio comunale di Idlib. La città siriana di Idlib è stata occupata dall’affiliato di al-Qāʿida Jabhat al-Nusra, che ha poi giustiziato pubblicamente alcune donne accusate di adulterio».

Il Fronte Al-Nusra, noto anche come Fronte per la conquista del Levante, era un’organizzazione jihadista salafita che combatteva contro le forze governative baathiste siriane nella guerra civile. Il suo obiettivo era quello rovesciare il presidente al-Asad e fondare uno Stato islamico in Siria.

«Oltre ad aiutare efficacemente questi gruppi estremisti allineati ad al-Qāʿida, ARK e il membro dell’intelligence britannica TGSN hanno anche firmato un documento con il Foreign Commonwealth Office (FCO) in cui si impegnano a seguire le “linee guida del Regno Unito sulla sensibilità di genere” e “a garantire che il genere sia considerato in tutte le attività di rafforzamento delle capacità e di sviluppo delle campagne”».

 

Nel 2011 ARK ha collaborato con un altro appaltatore governativo chiamato Tsamota per aiutare a sviluppare la Syrian Commission for Justice and Accountability (SCJA), che nel 2014 ha cambiato nome in Commission for International Justice and Accountability (CIJA).

Secondo The Grayzone, questa è un’organizzazione di cambio di regime finanziata dal governo occidentale, i cui investigatori hanno collaborato con al-Qāʿida e i suoi alleati estremisti per intraprendere azioni legali contro il governo siriano. ARK fa notare che inizialmente la Commission for International Justice and Accountability ha funzionato “con finanziamenti iniziali da parte di uno UK Conflict Pool per sostenere la formazione investigativa e forense degli investigatori sui crimini di guerra siriani” e che essa “è cresciuta fino a diventare una componente importante dell’architettura della giustizia di transizione della Siria”.

Da quando gli Stati Uniti, l’Unione Europea e i loro alleati in Medio Oriente hanno perso la fase militare della guerra contro la Siria, la Commission for International Justice and Accountability ha tentato di prolungare la campagna di cambio di regime attraverso la legge.

 

«Innovative Communications Strategies (InCoStrat), un altro appaltatore del governo britannico, si vantava di costruire una massiccia “rete di oltre 1.600 giornalisti e influencer chiave con un interesse per la Siria”, sottolineando che stava “gestendo e realizzando un progetto multi-donatore a sostegno degli obiettivi di politica estera del Regno Unito” in Siria, “in particolare fornendo supporto di comunicazione strategica all’opposizione armata moderata”. Tra gli altri finanziatori del lavoro di InCoStrat figurano il governo degli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti e alcuni uomini d’affari siriani anti-Asad. InCoStrat fungeva da collegamento tra i suoi clienti governativi e la Syrian National Coalition, ovvero il governo parallelo sostenuto dall’Occidente che l’opposizione ha cercato di creare, fornendo consulenza anche agli alti dirigenti di questo regime ombra siriano e gestendo l’ufficio media della Syrian National Coalition da Istanbul, in Turchia. Inoltre, come ARK, InCoStrat ha creato una vasta infrastruttura multimediale, aprendo uffici mediatici dell’opposizione siriana in Siria, in Turchia e in Giordania, nonché otto stazioni radio e sei riviste comunitarie in tutta la Siria.»

«Apparentemente InCoStrat è stata coinvolta in numerose altre operazioni di cambio di regime appoggiate dall’Occidente. In un documento trapelato, l’azienda ha affermato di aver contribuito a formare organizzazioni della società civile nel marketing, nei media e nelle comunicazioni in Afghanistan, Honduras, Iraq, Siria e Libia. Ha anche addestrato una squadra di giornalisti anti-Saddam Hussein a Bassora, in Iraq, dopo l’invasione congiunta di Stati Uniti e Regno Unito. Oltre a stipulare contratti per la Gran Bretagna, InCoStrat ha rivelato di aver lavorato per i governi di Stati Uniti, Singapore, Lettonia, Svezia, Danimarca e Libia e di essere stata chiamata nel 2012 per condurre un lavoro di comunicazione simile per il Consiglio nazionale di transizione libico, l’opposizione sostenuta dall’Occidente che cercava di prendere il potere nel Paese.

 

«I documenti trapelati fanno ulteriore luce su un altro appaltatore del governo britannico: Albany, che si è vantato di essersi “assicurato la partecipazione di una vasta rete locale di oltre 55 trascrittori, reporter e operatori video” per influenzare le narrazioni dei media e promuovere gli interessi della politica estera del Regno Unito. L’azienda ha contribuito a creare un influente gruppo mediatico dell’opposizione siriana chiamato Enab Baladi, fondata nel 2011 nel centro anti-Asad di Daraya, all’inizio della guerra, che è stata aggressivamente pubblicizzata dalla stampa occidentale come un’operazione mediatica siriana ad opera di comuni cittadini. In realtà, essa era il prodotto di Albany, che si è assunto la responsabilità della sua evoluzione “da entità gestita da dilettanti ad una delle più importanti organizzazioni mediatiche siriane”. Albany ha anche coordinato le comunicazioni tra i media dell’opposizione e i gruppi estremisti islamici dell’opposizione assumendo il ruolo di leader con una profonda credibilità presso gruppi chiave di milizie (tra cui Failaq ash-Sham, Jabha Shammiyeh, Jaysh Idleb al Hur, Ahrar ash-Sham, Jaysh al Islam, Failaq al Rahman e Jaysh Tahrir)”. Molte di queste erano legate ad al-Qāʿida e sono ora riconosciute dal Dipartimento di Stato americano e dai governi europei come gruppi terroristici ufficiali.»

 

«A differenza di altri contractors del governo occidentale attivi in ​​Siria, Albany ha ammesso di aver formato gli attivisti dei media siriani in un “processo di redazione” unico, che richiedeva di “curare” le notizie “raccogliendo e organizzando storie e contenuti che supportano e rafforzano la narrativa centrale”. Nel 2014 si vantava di dirigere il team di comunicazione della Syrian National Coalition ai colloqui di pace di Ginevra.»

«In merito all’operazione congiunta USA-UK Basma, Albany ha scritto: “il marchio Basma è stato compromesso a seguito di fughe di notizie sugli obiettivi del progetto di finanziamento” e che “le fughe di notizie sui social media hanno danneggiato la credibilità e l’affidabilità della piattaforma di marca esistente”. Il sito web di Basma è stato rimosso subito dopo.»

 

Ben Norton, giornalista di The Grayzone, autore dell’articolo(datato settembre 2020 da cui ho tratto le informazioni relative ai leaks, scrive: «Questi documenti forniscono una chiara visione di come l’opposizione siriana sia stata coltivata dai governi occidentali con mire imperiali su Damasco, ed è stata tenuta a galla con somme sconcertanti di denaro che scorrevano dalle tasche dei contribuenti britannici – spesso a beneficio di miliziani fanatici alleati di al-Qāʿida. Mentre i pubblici ministeri olandesi preparano accuse di crimini di guerra contro il governo siriano (…), i file trapelati ricordano il ruolo principale che gli stati occidentali e le loro società di profitto di guerra hanno svolto nella distruzione attentamente organizzata del Paese.»

 

 

Siria oggi

 

Da questo punto in poi, delineare con certezza ciò che sta avvenendo in Siria negli ultimi anni è davvero difficile, proprio a causa della massiccia campagna di propaganda di cui ha scritto Ben Norton.

 

Secondo i dati del Violations Documentation Center siriano, verso i dissidenti e gli attivisti al-Asad riversa brutalità e violenza, anche contro i manifestanti pacifici e disarmati. Dalla fine del 2011 a dicembre 2012 si stima che siano state uccise 4.823 persone. Da quel momento, buona parte della comunità internazionale comincia a fare pressioni affinché il raìs si dimetta. L’Unione Europea e gli Stati Uniti adottano sanzioni economiche e diplomatiche nei confronti dello Stato siriano e nell’agosto del 2011 sopraggiunse la prima condanna del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Con una risoluzione adottata il 22 agosto, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite stabilisce la creazione di un organo ad hoc: la Commissione internazionale indipendente di inchiesta sulla Repubblica Araba di Siria, incaricata di avviare delle indagini con riferimento alla presunta commissione di crimini internazionali e gravi violazioni dei diritti umani nel Paese. Nell’estate del 2011 Arabia Saudita, Bahrein e Kuwait ritirano il proprio personale diplomatico dal territorio siriano e nei mesi successivi anche la Turchia decide di interrompere le relazioni con la Siria e le autorità irachene invocarono le dimissioni di al-Asad. Poi, in novembre, la Lega degli Stati Arabi chiede la sospensione della Siria, membro storico dell’organizzazione regionale sin dalla sua fondazione, nel 1945.

 

 

L’assassinio del generale Sulaymān

 

Non bisogna dimenticare che solo pochi anni prima la Siria sembrava sulla strada del riavvicinamento con gli Stati Uniti e con l’Europa, nonché sul punto di riavviare i negoziati di pace con Israele a scapito delle relazioni con l’Iran. Tuttavia, molto opportunamente, il consigliere per gli affari militari e di sicurezza del presidente al-Asad, il generale Muḥammad Sulaymān, viene assassinato il primo di agosto 2008, appena due settimane dopo la visita del presidente siriano a Parigi. È verosimile pensare che qualcuno avesse interesse che i rapporti tra Siria e Occidente rimessero tesi, così da privilegiare la soluzione del rovesciamento del regime di al-Asad.

 

In tal proposito, in un articolo datato 15 luglio 2015 pubblicato su The Intecept, si scrive che: «Secondo un documento interno della National Security Agency fornito da Edward Snowden» (celebre whistleblower di WikiLeaks) «l’assassinio del 2008 di Muḥammad Sulaymān, un alto generale e aiutante del presidente siriano, è stata frutto un’operazione militare israeliana».

Anche alla luce di quanto vediamo accadere oggi in Palestina, non è difficile capire che Israele e Stati Uniti siano alleati nel tentativo di destabilizzare il Medioriente per trarne profitto.

Si scrive nell’articolo firmato da Matthew Cole: «Il primo agosto 2008 un piccolo commando israeliano entrò nelle acque vicino a Tartus, in Siria e sparò e uccise un generale siriano mentre stava organizzando una cena nella sua casa al mare per il fine settimana. Muḥammad Sulaymān, uno dei principali aiutanti del presidente siriano, è stato colpito alla testa e al collo, e la squadra militare israeliana è fuggita via mare. Sebbene Israele non abbia mai parlato del suo coinvolgimento, alcuni file segreti dell’intelligence americana confermano che le forze speciali israeliane hanno assassinato il generale (…). Secondo tre ex ufficiali dell’intelligence americana con una vasta esperienza in Medio Oriente i contrassegni di classificazione del documento indicano che la National Security Agency (NSA) venne a conoscenza dell’assassinio attraverso la sorveglianza (…). I dettagli sulla sorveglianza dell’intelligence israeliana sono particolarmente delicati, perché alcune delle sue unità lavorano presso il quartier generale della NSA a Fort Meade, nel Maryland.»

 

«Il generale Sulaymān (…) era sospettato di essere stato incaricato di fornire armi e addestramento militare da parte dell’Iran a Hezbollah, nel vicino Libano. Si dice che egli fosse anche responsabile della sicurezza e della costruzione dell’impianto nucleare siriano di Al Kibar, che Israele distrusse in un attacco aereo nel 2007 (…). Il coinvolgimento di Israele nell’assassinio di Sulaymān solleva interrogativi sia sullo scopo dell’omicidio, sia sul fatto che Israele abbia violato il diritto internazionale nel condurre l’operazione. “Gli israeliani potrebbero aver avuto molte buone ragioni per ucciderlo” ha detto Mary Ellen O’Connell, professoressa di diritto internazionale a Notre Dame. “Ma secondo il diritto internazionale è assolutamente chiaro che in Siria nel 2008 gli israeliani non avevano diritti secondo le leggi di guerra, perché all’epoca non c’era conflitto armato. Non avevano il diritto di uccidere il generale Sulaymān”.»

 

«Secondo quanto riferito da diversi attuali ed ex funzionari militari e di intelligence statunitensi, l’assassinio di Sulaymān è avvenuto meno di sei mesi dopo che una squadra congiunta Mossad-CIA aveva assassinato un importante agente di Hezbollah, Imad Mughniyeh, nel cuore di Damasco. Il coinvolgimento di Stati Uniti e Israele in quell’attacco è ​​stato riportato per la prima volta in dettaglio dal Washington Post. La NSA ha rifiutato di commentare. Un portavoce del primo ministro israeliano non ha risposto a diverse richieste di commento.»

 

Dunque, nonostante diverse testimonianze, i media continuano a sostenere che Sulaymān sia stato ucciso per mano dei servizi segreti iraniani, che esprimono la disapprovazione di Teheran per le aperture della Siria in direzione dell’Occidente. Questo sembra un tentativo di spezzare l’asse Siria-Iran, unico vero ostacolo al neocolonialismo occidentale in Medioriente.

Il giorno seguente al-Asad si reca a Teheran per un incontro bilaterale con Aḥmādī Nağād. Prima della partenza, la sua addetta stampa convoca una conferenza per spiegare che «i colloqui indiretti tra Siria e Israele non hanno alcuna ripercussione sulle relazioni storiche tra la Siria e l’Iran e nessuno al mondo può costringere la Siria a fare qualcosa che non risponde ai principi della sua politica».



Il movimento di opposizione Free Syrian Army

 

Al dì là di questa necessaria digressione temporale, è bene concentrarsi sugli eventi successivi al 2011. Secondo la versione dei media occidentali, già nei primi mesi dopo l’inizio delle sollevazioni popolari, l’esercito siriano e le forze di sicurezza avevano cominciato a subire un crescente numero di defezioni. Un gruppo di disertori erano riusciti a sfuggire all’uccisione o all’incarcerazione e diedero vita, nel luglio 2011, al Free Syrian Army, una formazione paramilitare di opposizione nata – si sostiene – con lo scopo iniziale di proteggere i dimostranti dalle violenze dell’esercito regolare, ma che ben presto si trasformò in un vero e proprio gruppo di resistenza armata, che perseguiva l’obiettivo di deporre al-Asad lanciando operazioni militari contro il regime. Accanto alle forze dell’Esercito Siriano Libero, fioriva una moltitudine di milizie e formazioni minori, più o meno organizzate e determinante nella loro attività di opposizione al regime e, a loro volta, variamente sostenute da diverse potenze straniere, sia in termini strategici che in termini economici.

È proprio in questo contesto che dobbiamo guardare ai documenti trapelati di cui ha scritto Ben Norton per The Grayzone a proposito del sostegno dei governi occidentali alla resistenza siriana.

 

 

Armi chimiche: Ghouta

 

Appena due anni dopo, nel 2013, avviene quello che passerà alla storia come “l’attacco chimico di Ghouta”. Secondo i media, nelle prime ore del 21 agosto 2013 a Ghouta, in Siria, le forze del presidente siriano al-Asad avrebbero attaccato due aree controllate dall’opposizione nei sobborghi intorno a Damasco con razzi contenenti l’agente chimico Sarin. Le stime del bilancio delle vittime vanno da almeno 281 persone a 1.729.

Il 13 settembre, il giornalista investigativo vincitore del Premio Pulitzer Seymour Hersh ha pubblicato una valutazione della Defense Intelligence Agency (DIA) degli Stati Uniti che descrive in dettaglio l’arsenale di armi chimiche posseduto dal gruppo di opposizione armata siriana allineato ad al Qaeda noto come Jabhat al-Nusra. Il documento afferma che il gruppo terroristico ha acquisito la capacità di produrre Sarin attraverso l’Arabia Saudita e la Turchia, entrambi sponsor della guerra per procura siriana, e stava tentando di ottenere una “produzione su larga scala” dell’agente nervino altamente tossico. La nota lamentava che la “relativa libertà operativa” di al-Nusra nel Paese significava che le sue “aspirazioni sulle armi chimiche sarebbero state difficili da interrompere in futuro”.

Le rivelazioni sollevano seri interrogativi sull’attacco con armi chimiche da Ghouta, incluso se le circa 280-1.700 persone uccise siano state effettivamente massacrate da al-Nusra e non dalle forze lealiste siriane. Le rivelazioni gettano anche notevoli dubbi sulle affermazioni secondo cui il governo di al-Asad sarebbe stato responsabile di altri presunti attacchi chimici durante la crisi siriana.

Come osserva Hersh, l’incidente di Ghouta ha quasi innescato l’intervento militare occidentale in Siria, che probabilmente sarebbe stato simile all’operazione NATO che aveva portato alla distruzione della Libia due anni prima. Sarebbe stata una guerra basata sull’inganno, paragonabile alle false affermazioni che hanno provocato l’invasione illegale dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003.

 

È sempre The Grayzone a pubblicare, nel settembre 2023, documenti ufficiali che illustrano il ruolo cruciale svolto dall’intelligence britannica nel tentativo fallito di lanciare un’invasione NATO della Siria.

«Anche se la Casa Bianca di Obama ha affermato di possedere prove incontrovertibili della responsabilità del governo siriano nell’attacco a Ghouta, si è ostinatamente rifiutata di rivelarle. Al contrario, le comunicazioni intercettate dalle spie tedesche suggerivano che al-Asad non avesse ordinato, né fosse a conoscenza dell’attacco. (…) La valutazione interna della DIA afferma esplicitamente che al-Nusra possedeva impianti di produzione di Sarin (…), ma secondo Hersh il rapporto in questione non è mai arrivato alla Casa Bianca. Un alto funzionario anonimo dell’intelligence avrebbe detto al giornalista che, in nome di “opportunità politiche”, le prove che implicavano al-Nusra erano state deliberatamente nascoste al presidente Obama.»

 

«Il 27 agosto 2013, il Joint Intelligence Committee (JIC) di Londra ha pubblicato una valutazione su Ghouta in cui sosteneva che non esistono “scenari alternativi plausibili” all’idea che le forze governative siriane fossero responsabili dell’incidente. Tuttavia, la valutazione non ha offerto prove a sostegno dell’accusa, citando solo informazioni di intelligence “altamente sensibili” non specificate, seppure la DIA riconosca che un certo numero di gruppi di opposizione stavano cercando armi chimiche (…).»

«Un’area di certezza per il Joint Intelligence Committee erano le “vaste riprese video attribuite all’attacco nella parte orientale di Damasco”, che mostravano un gran numero di vittime che soffrivano degli effetti apparenti di “un agente nervino, come il Sarin”.»

«Nel decennio successivo, il quotidiano The Guardian pubblicò un’analisi altamente scettica, che criticava la valutazione del Joint Intelligence Committee per la sua “sorprendente mancanza di prove scientifiche”. La pubblicazione ha citato l’esperto di armi chimiche Alastair Hay (che ha ricevuto un premio da parte dell’Organisation for the Prohibition of Chemical Weapons Hague Award nel 2015),  che ha affermato: “non ci sono fatti concreti, è più una questione di credere a noi e ai nostri esperti”. Anche i legislatori britannici non erano convinti. Durante una votazione del 29 agosto sull’intervento militare, l’allora primo ministro David Cameron ha ripetutamente citato la valutazione del Comitato sostenendo il bombardamento della Siria, ma i membri del Parlamento alla fine votarono contro la guerra proposta. Molti parlamentari erano preoccupati di fidarsi delle opache valutazioni dell’intelligence dopo la debacle dell’Iraq e molti hanno espresso il timore che un attacco aereo iniziale avrebbe alla fine portato agli interventi sul terreno e all’occupazione. La decisione di Londra di cedere all’intervento ha tolto la prospettiva dal tavolo anche per Washington.»

 

«L’intelligence britannica era intimamente coinvolta nella messa in scena, o nella commercializzazione di praticamente ogni presunto attacco con armi chimiche in Siria durante il conflitto. Gli imbrogli britannici si sono intensificati solo dopo Ghouta, così come la famigerata operazione Timber Sycamore della CIA. E mentre la CIA portava avanti la sua guerra contro Damasco, l’MI6 (il servizio segreto britannico) ha svolto un ruolo di supporto fondamentale.»

 

 

MI6, CIA  e  ribelli siriani

 

Timber Sycamore, lanciato nel 2012, è un programma segreto gestito dalla CIA e sostenuto da altri servizi di intelligence, che ha fornito denaro, armi e addestramento alle forze ribelli che combattono il governo del presidente siriano al-Asad nella guerra civile siriana. Secondo i funzionari statunitensi, il programma ha addestrato migliaia di ribelli e il presidente Barack Obama ha autorizzato segretamente la CIA ad armarli fin dal 2013. Si parla di un miliardo di dollari l’anno di investimento.

Per quanto riguarda i gruppi di resistenza siriani, il quadro delle fazioni coinvolte è estremamente complesso e frammentario e si contraddistingue per un’intrinseca fluidità, dettata dalle continue ristrutturazioni negli schemi di alleanza fra i diversi schieramenti. Cercare di fornire un resoconto preciso dell’intricato mosaico di forze e di interessi in campo risulterebbe un’operazione impossibile: sono centinaia i gruppi armati e le milizie attive nell’ambito del conflitto ed il crescente coinvolgimento di potenze straniere a loro supporto ha determinato il prodursi di un groviglio di conflitti interrelati e talora sovrapposti complicato da districare. Tuttavia, è possibile fornire un’immagine complessiva delle dinamiche in atto attraverso un’identificazione delle parti principali e della loro posizione nel conflitto.

Lo schieramento filo-governativo si compone di tutte le forze leali al governo di al-Asad ed è principalmente rappresentato dalle truppe regolari dell’esercito siriano; a queste si affiancano una serie di milizie e corpi paramilitari non ufficiali (shabiba), composti prevalentemente da cittadini siriani di religione alawita, e la National Defence Force, un gruppo armato organizzato dal governo siriano con l’assistenza dell’Iran; in aggiunta, numerosi sono i guerriglieri stranieri (in prevalenza di fede sciita) accorsi a combattere al fianco delle forze governative di al-Asad, principalmente legati alle milizie libanesi Hezbollah, ma anche provenienti da Paesi vicini come Iraq, Afghanistan e Pakistan; infine, il regime gode del sostegno incondizionato offerto da due influenti potenze straniere: l’Iran e la Russia.

Il fronte di opposizione al governo del Presidente al-Asad, è popolato da gruppi armati di varia natura, composizione, grandezza e capacità caratterizzati da diversi indirizzi politici e religiosi. Questa moltitudine di gruppi armati e milizie locali può essere grossomodo suddivisa in tre macrocategorie. Alla prima categoria si riconduce un insieme di gruppi armati secolari ed islamisti prevalentemente di fede salafita e sunnita. La seconda categoria si compone, invece, di una moltitudine di gruppi armati jihadisti, il più influente e radicale dei quali è il cosiddetto Fronte al-Nuṣra (Jahbat al-Nuṣra), che si prefigge l’obiettivo di rovesciare il governo del Presidente al-Asad instaurando in suo luogo uno Stato teocratico salafita. Precedentemente affiliato al movimento di al-Qāʿida, nel luglio 2016 ne annunciò il distacco, cambiando nome in Jabhat Fateh al-Sham («Fronte per la conquista del Levante»). Questo insieme di formazioni estremiste si è scontrato con gruppi di opposizione secolari, moderati od ostili al jihadismo, contendendosi con questi il controllo di ampie aree del territorio siriano.

Il terzo fronte è costituito dallo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (meglio noto come ISIS), che è un’organizzazione jihadista salafita radicale nata in Iraq, tra le fila del movimento di al-Qāʿida, durante gli anni della resistenza contro l’occupazione statunitense ed il governo sciita che si era instaurato a Baghdad in seguito alla caduta del regime di Saddam Hussein. A partire dal 2013 al-Qāʿida è coinvolta attivamente nel conflitto armato siriano, nell’ambito del quale combatte le forze governative, le forze di opposizione più moderate e le milizie curde nel nord della Siria. Nel giugno 2014, dopo essersi assicurati il controllo di ampie fasce di territorio nell’area nord-orientale del Paese, i vertici dello Stato Islamico hanno proclamato la nascita di un califfato islamico nelle zone cadute in loro dominio a cavallo fra Iraq e Siria, stabilendo la capitale ed il quartier generale operativo nella città di Raqqa.

Nel 2021, nel mezzo di una campagna di pubbliche relazioni per riabilitare il gruppo di al-Qāʿida che governa Idlib (l’ultima provincia della Siria controllata dai ribelli), l’ex diplomatico statunitense James Jeffrey definirà il gruppo una “risorsa” degli Stati Uniti.

 

Contestualmente, nel 2012 le truppe governative siriane si erano ritirate dalla regione settentrionale del Paese, contigua al confine con la Turchia, lasciandola di fatto sotto il controllo delle milizie curde dell’Unità di Controllo Popolare (YPG), che vi stabilirono un’amministrazione autonoma. Da allora, il Kurdistan siriano (o Rojava, secondo la denominazione ufficiale in lingua curda) ha fatto da teatro ad innumerevoli scontri tra le milizie curde legate all’Unità di Controllo Popolare, impegnate nella strenua difesa dei territori conquistati, e diversi gruppi armati, tra cui l’ISIS, che controlla i territori adiacenti alla regione curda. L’obiettivo primario delle milizie curde e dell’amministrazione che hanno stabilito nel nord della Siria è quello di ottenere una più vasta e riconosciuta autonomia, consolidando il controllo sulle regioni del Paese abitate a maggioranza da popolazioni di etnia curda. Sin dal principio dell’esperienza autonomista curda in Siria, la Turchia ha duramente condannato l’Unità di Controllo Popolare, definendola un’organizzazione terroristica affiliata al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), contro il quale lo Stato turco combatte una battaglia di lunga data. La reciproca avversione covata fra le forze turche e le milizie curde in Siria ha dato luogo, negli anni, ad una lunga serie di scontri armati fra le due fazioni nelle zone di confine, intensificatisi a partire dal febbraio 2016. L’affermazione circa la natura terroristica dell’Unità di Controllo Popolare non è condivisa dalla maggioranza dei governi dei Paesi occidentali, che rappresentano la principale fonte di rifornimento in termini di armi ed equipaggiamenti per le truppe curde.

La vicenda del Rojava è complessa, quindi ho deciso di non approfondirla in questo pezzo. Andando contro l’opinione diffusa, che vuole i curdi nel pieno diritto di reclamare la propria autonomia territoriale, non posso esimermi dal riflettere sul fatto che ciò che essi desiderano è paragonabile a quel tipo di colonialismo di insediamento che gli israeliani operano nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. A mio parere, il fenomeno deve esse condannato in quanto tale: fare differenze tra israeliani e curdi significherebbe usare un doppio standard, ma soprattutto andare incontro a esisti catastrofici come quelli accaduti in Palestina. In secondo luogo, il fatto che, ancora una volta gli USA in testa e i suoi alleati avallino la causa Rojava, anche con la fornitura di armi, dovrebbe far scattare un campanello di allarme.

 

 

Armi chimiche: Kafer Zita e Douma

 

A febbraio, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) ha affermato che “esistevano fondati motivi” per ritenere che il governo siriano avesse condotto il primo ottobre 2016 un attacco al cloro su Kafer Zita, una città del governatorato di Hama. Il 30 marzo, la Russia ha posto il veto a una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sponsorizzata dagli Stati Uniti, che avrebbe consentito agli ispettori dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche di accertare le responsabilità degli attacchi compiuti in Siria.

Il primo febbraio 2022 l’inchiesta The Fact-Finding Mission dell’organizzazione ha pubblicato il suo rapporto sulle indagini riguardanti il caso. Gli investigatori hanno ottenuto una delle bombole di cloro industriale recuperate sul luogo dell’incidente a Kafr Zeita, osservando che sul cilindro industriale erano incise le lettere “CL 2”, la formula molecolare del cloro gassoso.

Sul sito dell’organizzazione si legge che: «l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche opera secondo un rigido regime di riservatezza che regola le operazioni dell’organizzazione, protegge l’integrità delle sue indagini, garantisce la sicurezza dei suoi esperti tecnici e determina quali informazioni possono essere rese pubbliche». Quindi, in sostanza, manca completamente il principio di trasparenza. L’organizzazione pretende che l’ONU prenda per vere e inconfutabili le proprie conclusioni e allo stesso tempo il suo rapporto non indica chi abbia usato il cloro gassoso a Kafr Zeita. Tuttavia, torna utile alla narrazione americana additare al-Asad come il responsabile, tant’è che nell’aprile 2018 Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno bombardato la Siria dopo aver accusato il suo governo di aver commesso un attacco chimico al cloro nella città di Douma.

 

Tre anni dopo, nel marzo 2019, sempre l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche ha pubblicato un rapporto finale in linea con la versione statunitense, secondo cui la Siria era colpevole di aver fatto cadere bombole di cloro su un paio di condomini, incluso uno in cui sono stati filmati dozzine di cadaveri. Tuttavia, una serie di fughe di notizie ha presto rivelato che l’Organizzazione aveva pubblicato un insabbiamento. Dai documenti interni dell’organizzazione, infatti, è emerso che gli ispettori che hanno indagato sull’incidente di Douma non avevano trovato prove di un attacco con armi chimiche. Il capo, Fernando Arias, si è rifiutato di indagare, o anche solo di spiegare l’ampia manipolazione dell’indagine sul presunto attacco.

Di fronte alla crescente pressione per affrontare l’insabbiamento – relativo alla “Dichiarazione di preoccupazione” di 28 importanti firmatari, tra cui cinque ex alti funzionari dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche – Arias si è presentato davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 3 giugno ritrattando una sua precedente dichiarazione, nella quale sosteneva che nessuno Stato avrebbe contestato le conclusioni del rapporto Douma che, tra l’altro, ometteva le conclusioni dei tossicologi degli stati membri della NATO che escludevano il gas cloro come causa di morte. Arias non ha risposto alla domanda se accetterà di incontrare gli ispettori dissenzienti.

Il famoso scienziato del Massachusetts Institute of Technology, Theodore Postol, afferma (intervistato da The Grayzone) che il rapporto dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche mostra che il presunto attacco a Douma, in Siria, è stato inscenato e che la ragione per cui le prove appaiono così schiaccianti è che gli “esperti” hanno tratto le loro conclusioni sulla base di calcoli matematici per determinare come dovrebbe apparire la scena se fosse avvenuta come appariva.

 

 

I ribelli jihadisti e l’occupazione americana

 

Peter Ford (diplomatico britannico veterano che ha servito come ambasciatore del Regno Unito in Siria dal 2003 al 2006) in un’intervista del 2020 rilasciata ad Aaron Maté per The Greyzone spiega che seppure la Siria e i suoi alleati siano riusciti ad impedire il cambio di regime, gli Stati Uniti e i suoi alleati continuano a schiacciare la popolazione siriana con sanzioni paralizzanti su tutti gli aspetti della vita civile e con l’occupazione militare statunitense.

Nel 2020 i problemi principali per al-Asad sono due: il controllo da parte dei combattenti ribelli jihadisti dell’importante provincia di Idlib e l’occupazione americana nella Siria nord-orientale.

Ford spiega la situazione in cui la Siria si trova nel 2020: le forze governative siriane controllano circa il 70% del Paese; i ribelli jihadisti controllano Idlib e un paio di appezzamenti di province vicine; e l’est della Siria è ormai protettorato statunitense (un grande triangolo di terra lungo tutta la distanza con il confine turco e lungo il confine iracheno), dove le truppe americane vengono aiutate sul campo dalle milizie curde: le cosiddette Syrian Democratic Forces, che con la loro presenza impediscono l’avanzata delle forze governative siriane. Il risultato è che al popolo siriano viene negata la grande ricchezza di petrolio e grano di quel triangolo.

In sostanza, la guerra è di natura economica, più che militare.

Secondo Ford «il governo siriano è sorprendentemente resiliente. Sono stati alle corde molte volte in questo conflitto e ne sono usciti in gran parte perché hanno il sostegno di ampie fasce della popolazione siriana. Al-Asad non cederà a questa crescente pressione economica. È del tutto delirante credere che questa politica cinica e insensibile possa funzionare. Quindi è un fallimento anche alle sue stesse condizioni, se l’obiettivo è quello di provocare un cambio di regime in Siria. Non funzionerà. Nel frattempo, sta causando sofferenze spaventose».

 

Intanto, il 17 giugno 2020, per volere del presidente Donald Trump, entra in vigore il Caesar Syria Civilian Protection Act, una legge degli Stati Uniti che sanziona il governo siriano per crimini di guerra contro la popolazione. Il 29 dicembre Alena Douhan, relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’impatto delle sanzioni, ha chiesto agli Stati Uniti di rimuovere le sanzioni unilaterali che potrebbero ostacolare la ricostruzione delle infrastrutture civili della Siria distrutte dal conflitto.

Douhan dice: «Le sanzioni violano i diritti umani del popolo siriano, il cui Paese è stato distrutto da quasi 10 anni di un conflitto che è ancora in corso (…)».

L’ampia portata del Caesar Act, tra l’altro, potrebbe prendere di mira qualsiasi straniero che aiuti nella ricostruzione del paese devastato, e persino i dipendenti di società straniere e operatori umanitari che aiutano a ricostruire la Siria.

 

Il sito web dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), in un rapporto aggiornato al 2024 scrive: «La crisi in Siria, giunta ormai al suo quattordicesimo anno, rimane una delle più grandi crisi di sfollamento a livello globale, con oltre 12 milioni di siriani sfollati», dei quali 1,7 milioni causati dal terremoto che ha colpito la Siria nel febbraio 2023. Ad accogliere questi rifugiati sono il Libano, la Giordania e la Turchia.

Si legge sul sito web della Commissione Europea: «In stretto coordinamento con le autorità turche, l’UE continua a finanziare progetti umanitari in Turchia per fornire ai rifugiati siriani e alle comunità ospitanti il ​​sostegno di cui hanno bisogno. Dal 2012 ha stanziato 3,486 miliardi di euro in finanziamenti umanitari. Dal 2016 ha dato il via al più grande programma umanitario dell’Unione nella sua storia: la Emergency Social Safety Net (ESSN), che ha fornito 80 mesi di assistenza in denaro ininterrotta ai rifugiati in Turchia, con un budget di oltre 2,3 miliardi di euro. L’ultimo trasferimento di denaro tramite la Emergency Social Safety Net ad oltre 1,5 milioni di rifugiati è stato effettuato nel luglio 2023». Insomma, i rifugiati siriani tornano utili alla Turchia per due ragioni: una, evidentemente, economica; l’altra riguarda la possibilità di ricattare l’Unione Europea in merito alla questione dell’immigrazione.

Allo stesso tempo, le tensioni tra Turchia e Stati Uniti permangono anche per via dell’acquisto da parte della Turchia di sistemi di difesa missilistica russi, pur tuttavia conservando un asso nella manica da mettere sul tavolo: ovvero, il fatto di condividere con la Siria un confine lungo 900 km, che potrebbe fungere da porta d’accesso per le truppe NATO.

 

 

Le sanzioni statunitensi

 

Tornando al discorso umanitario, se c’è un responsabile dell’esorbitante numero di siriani sfollati è la dissennata politica estera americana, che pur di rovesciare il regime di al-Asad non ha esitato ad armare numerosi gruppi di ribelli, tra i quali molti estremisti vicini ad al-Qāʿida e all’ISIS, messo in atto e gestito una vasta campagna propagandistica e coinvolto nel già infuocato scacchiere Mediorientale il suo più fidato e feroce alleato, Israele.

 

L’8 agosto 2023 la lobby del Syrian American Council (SAC) ha posto fine all’esenzione dalle sanzioni salvavita nota come General License 23 (GL 23) del Dipartimento del Tesoro Americano, che aveva consentito gli aiuti umanitari in Siria in seguito al catastrofico terremoto del febbraio 2023, sostenendo che: «le sanzioni colpiscono solo il governo siriano e non il popolo».

La verità è che le sanzioni hanno causato un danno incalcolabile al popolo siriano, come ha osservato la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle sanzioni, Alena Douhan: «L’impatto delle sanzioni unilaterali sulla popolazione siriana è equivalente a quello del conflitto stesso».

 

Nel luglio 2023 durante un seminario organizzato dal Syrian American Council, i suoi membri sono stati incoraggiati a sostenere il più recente disegno di legge sul cambio di regime in Siria: la cosiddetta HR 3202.

Se approvato, l’Assad Regime Anti-Normalization Act (HR 3202), un nuovo pacchetto di sanzioni introdotto dal deputato americano Joe Wilson (presidente repubblicano iper-interventista della Commissione per gli Affari Esteri della Camera) del 2023 condannerebbe i siriani a un altro decennio di uno dei regimi di sanzioni economiche più duri al mondo, estendendo le schiaccianti sanzioni del Caesar Act (HR31) fino al 2032. Inoltre, il disegno di legge cerca di ampliare l’ambito delle sanzioni per comprendere tutti i cittadini stranieri che conducano affari con il governo siriano, inserendoli in potenziali liste di controllo delle sanzioni. Se l’HR 3202 dovesse essere approvato dal Congresso (al marzo 2024 è fermo in Senato), il governo degli Stati Uniti sarebbe autorizzato ad utilizzare «tutta la gamma delle sue autorità per scoraggiare le attività di ricostruzione in qualsiasi area sotto il controllo di al-Assad». Come se non bastasse, il disegno di legge richiederebbe anche che il governo federale si opponga a qualsiasi forma di normalizzazione con la Siria da parte dei suoi vicini e potrebbe potenzialmente punire altri stati – compresi i presunti alleati degli Stati Uniti come Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Giordania e Arabia Saudita – che cercano di ristabilire legami diplomatici.

Già nel 1973, mentre era in corso la Guerra d’Ottobre, Henry Kissinger fece di tutto per convincere l’allora presidente siriano Hafez al-Asad (padre dell’attuale presidente della Siria) ad abbandonare la lotta militare e la resistenza che stava conducendo, anche attraverso potenti alleanze internazionali, contro la presenza americana in Medio Oriente, in particolare in Israele. Non essendo riuscito a impedire alla Siria di Hafez al-Asad di sostenere Hezbollah, la Jihad palestinese, Hamas e altri gruppi di resistenza, e una volta che la posizione della Siria fu indebolita dalla firma egiziana degli accordi di Camp David del 1978, le ire del Dipartimento di Stato e del Tesoro degli Stati Uniti si riversarono su Repubblica Araba. Il nome della Siria fu scritto in cima alla lista inaugurale degli State Sponsors of Terrorism (SST) nel 1979, insieme a Iraq, Libia e Yemen del Sud. Oggi, la Siria rimane l’unico membro inaugurale ancora nella lista, condividendo le luci della ribalta con i Paesi appena aggiunti: Cuba, Iran e Corea del Nord.

Negli ultimi 45 anni, da quando la Siria è entrata nella lista degli State Sponsors of Terrorism, le sanzioni non sono mai cessate. Di seguito è riportato un elenco riepilogativo pubblicato da MintPress di tutte le sanzioni che sono state progressivamente imposte alla Siria e al suo popolo:

 

nel 1979 l’Export Administration Act aggiunse la Siria alla State Sponsors of Terrorism, impedendo al Paese di ricevere fondi di assistenza estera dagli Stati Uniti. La legge aggiunge che il Segretario di Stato deve informare il Congresso prima di concedere licenze per l’esportazione di beni o tecnologie per un valore superiore a 7 milioni di dollari in Siria;

nel 1985 la soglia per notificare il Congresso prima di concedere la licenza per l’esportazione di beni o tecnologia in Siria è stata abbassata da 7 milioni di dollari a 1 milione di dollari;

nel 1986 l’Omnibus Diplomatic Security and Antiterrorism Act e l’Omnibus Budget Reconciliation Act hanno rispettivamente vietato le vendite militari statunitensi alla Siria e negato crediti d’imposta esteri sul reddito o sui profitti di guerra dalla Siria con entrambe queste leggi che citavano il presunto sostegno del governo siriano al terrorismo;

nel 1989 la soglia per concedere la licenza per l’esportazione di beni o tecnologia in Siria è stata abbassata da 1 milione di dollari a qualsiasi valore;

nel 1994 un emendamento al Foreign Assistance Act del 1961 imponeva che gli Stati Uniti trattenessero una quota proporzionale di finanziamenti e contributi alle organizzazioni internazionali per programmi a beneficio della Siria;

nel 1996 ai sensi dell’Antiterrorism and Effective Death Penalty Act, il presidente degli Stati Uniti era tenuto a trattenere gli aiuti ai Paesi terzi che fornivano assistenza o equipaggiamento militare letale alla Siria;

nel 2003 il Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restoration Act (SALSRA) ha imposto ampie sanzioni basate su presunte accuse di armi di distruzione di massa contro la Siria e sul sostegno ad Hezbollah, ad Hamas e al Fronte popolare per la liberazione della Palestina;

nel 2004 Bush annunciò un ordine esecutivo che espandeva la SALSRA. L’espansione citava la Siria come «una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale, alla politica estera e all’economia degli Stati Uniti» in quanto «mina la stabilizzazione e la ricostruzione dell’Iraq»;

nel 2008 tre anni prima della Primavera Araba, l’amministrazione Bush ha imposto ulteriori blocchi sui beni legati alla corruzione pubblica in Siria.

 

È strabiliante notare da quanto tempo e quanto strenuamente gli Stati Uniti vogliano apparire impegnati a soffocare l’estremismo islamico, mentre allo stesso tempo innaffiano di armi e denaro gli stessi gruppi terroristici, che tornano utilissimi quando si tratta di destabilizzare il regime di al-Asad padre e figlio. Tutto questo avviene a spese della popolazione civile siriana che gli Stati Uniti dicono di voler proteggere, mentre la strangolano con le sanzioni più dure mai viste nella storia moderna. Bisogna ricordare che tutto questo avviene grazie all’ausilio del più importante alleato statunitense in Medioriente: Israele, che bombarda sistematicamente non solo la Siria, ma anche la Cisgiordania e il Libano.

 

 

Conflitti armati interni e internazionali

 

Ad oggi, sono sempre più frequenti i casi di conflitti scoppiati all’interno dei confini di uno Stato che vedono il coinvolgimento, a vario titolo, di Stati terzi a sostegno del governo legittimo o delle forze ribelli. L’inquadramento di queste forme atipiche di violenza bellica nelle classiche categorie del diritto internazionale umanitario (ovvero: conflitti armati interni e conflitti armati internazionali) risulta problematico. Per questo motivo, nella prassi si è sviluppata la nozione di “conflitto armato internazionalizzato”, con la quale si descrive un conflitto armato di carattere interno che, in ragione dell’intervento nell’area delle ostilità di uno o più Stati terzi, assume taluni tratti caratteristici di un conflitto armato internazionale. Allo stato attuale della normativa vigente non esiste alcuna disposizione convenzionale che faccia esplicito riferimento a tale nozione, o che ne detti la disciplina giuridica. Pertanto il concetto di “conflitto armato internazionalizzato” non può considerarsi formale, ma soltanto politologico.

È facile capire come in un contesto come quello siriano gli attori internazionali si sentano in qualche modo legittimati ad interferire in affari che non li riguardano affatto. Insomma, il “conflitto armato internazionalizzato” riesce ad eludere tutta una serie di norme del Diritto Internazionale Umanitario (DIU) per il solo fatto di non essere classificabile in una nozione classica.

Non di meno, la classificazione giuridica del conflitto può avere effetto sulle relazioni tra le diverse parti coinvolte. In ragione del mancato consenso del governo di al-Asad all’intervento militare della cosiddetta coalizione “anti-ISIS” (Global Coalition Against Daesh) in territorio siriano, le ostilità tra la coalizione e lo Stato Islamico sono qualificate come un conflitto armato internazionale. Gli stati membri della coalizione agiscono contro la Siria e sono dunque in guerra con essa e,  dunque, dovrebbe desumersi che quegli stessi Stati siano anche in guerra con Russia ed Iran, in quanto schierati al fianco delle forze governative siriane. Inutile dire che questo avrebbe delle conseguenze che vanno ben al di là degli scopi e della portata del conflitto siriano.

La Global Coalition Against Daesh nasce nel 2014 e comprende 87 stati, tra i più importanti: Stati Uniti, Canada, Regno Uniti, l’Unione Europea, 19 africani, 13 mediorientali, 8 asiatici, Australia e Nuova Zelanda e la Lega Araba, l’Interpol, la NATO e la Community of Sahel-Saharan States.

Insomma, in virtù di questo vuoto normativo 87 stati si sono arrogati il diritto di entrare a piacimento in territorio siriano con la scusa di combattere l’estremismo islamico, nel totale sprezzo della sovranità nazionale. Questo genere di azione è paragonabile al tentativo di Putin di sradicare il nazismo dalla regione del Donbass facendo entrare le proprie truppe in Ucraina, azione condannata come illecita da tutta la comunità internazionale. Come si può facilmente comprendere, si tratta dell’ormai celebre “doppio standard”.

 

Non deve stupire, quindi, che indagini svolte da organizzazione come quella per la proibizione delle armi chimiche riescano a trovare una qualche forma di legittimazione internazionalmente riconosciuta: il campo in cui operano è ancora vergine e caotico dal punto di vista legislativo. Proprio per via di questo vuoto normativo è importante che ci sia spazio per un confronto trasparente tra gli esperti, quando si tratta di accuse gravi come quella che riguardano il presunto utilizzo di armi chimiche sui civili ad opera di al-Asad in Siria.

 

In proposito, vale la pena di ricordare che il regime di Saddam Hussein in Iraq venne brutalmente rovesciato da una coalizione facente capo agli Stati Uniti, proprio sulla base di accuse relative al possesso di armi chimiche, poi rivelatesi non solo false, ma addirittura frutto di una ormai assodata manipolazione delle prove. Non bisogna dimenticare che la popolazione irachena venne, in seguito, abbandonata in una situazione di povertà e caos sociale che durante il governo di Hussein non era mai stata sperimentata.

 

Qualcosa di simile accadde durante l’attacco NATO a guida statunitense in Libia nel marzo 2011, non a caso la guerra per la demolizione dello stato libico iniziò nemmeno due mesi dopo il vertice dell’Unione Africana che, il 31 gennaio 2011, aveva dato il via alla creazione entro l’anno del Fondo Monetario Africano. Le email dell’allora Segretario di Stato dell’Amministrazione Obama, Hillary Clinton, portate alla luce da WikiLeaks, misero in luce come Stati Uniti e Francia volessero eliminare Gheddafi prima che potesse usare le riserve auree della Libia per creare una moneta pan-africana alternativa al dollaro e al franco. Prima dei bombardieri NATO, infatti, entrarono in azione le banche: sequestrando i 150 miliardi di dollari investiti all’estero dallo Stato libico, di cui la maggior parte sparì nel nulla.

 

 

L’ingerenza statunitense

 

Oggi ci troviamo a chiederci perché l’amministrazione Biden non faccia nulla per porre fine al genocidio del popolo palestinese ad opera di Israele e, ancora una volta, la risposta va ricercata negli interessi economici e non solo della Casa Bianca. In primo luogo, Israele rappresenta per gli Stati Uniti una porta sul Medioriente talmente importante da dover essere preserva a qualunque prezzo e quel prezzo è sempre stata la Palestina. La nascita stessa dello stato di Israele si basa sulla conquista delle terre palestinesi, ma non per motivi religiosi: bensì per l’enorme potenziale economico che esse rappresentano. Come ha scoperto nel 2000 la compagnia British Gas, il giacimento offshore di Gaza Marine dispone di riserve stimate in 32 miliardi di metri cubi di gas naturale. Ad esso si aggiunge un giacimento più piccolo di 3 miliardi di metri cubi vicino alle acque territoriali palestinesi e israeliane. Anche gli Stati Uniti vogliono prendersi una fetta di quella ricchezza e oggi ne abbiamo la certezza: nel marzo 2024 la Casa Bianca ha annunciano l’intenzione di costruire un molo provvisorio con la scusa di consegnare gli aiuti umanitari via mare alla popolazione di Gaza.

Secondo le dichiarazioni di Washington, gli USA disporranno di una “postazione temporanea” e che non ci sarà “alcuno stivale statunitense sul terreno”. Affermazioni a cui si fatica a credere, soprattutto perché il desiderio di aiutare i gazawi stride con la vendita di armi allo stato di Israele, che in 160 giorni ha ucciso 40 mila persone, delle quali 15 mila sono bambini.

 

È stato ampiamente documentato che la Syrian Emergency Task Force (un’organizzazione con sede negli Stati Uniti, fondata nel marzo 2011 per sostenere l’opposizione al regime di al-Asad) ha collegamenti finanziari diretti con il Dipartimento di Stato americano e ampi legami con il Washington Institute for Near East Policy (WINEP) e l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), la più potente ed influente lobby americana nota per il forte sostegno allo Stato di Israele. Il gruppo è stato condannato per la sua incessante pressione volta a convincere l’amministrazione Obama a lanciare un’invasione della Siria in stile iracheno, al fine di forzare un cambio di regime.

Il già citato Syrian American Council (SAC), allineato ai neoconservatori, nel 2018 in risposta agli attacchi chimici di Douma, ormai sfatati, ha esortato il presidente Trump ad agire immediatamente contro al-Asad, dopo avere l’anno precedente criticato il rifiuto di Trump di continuare il programma di finanziamento della CIA da 1 miliardo di dollari da parte dell’amministrazione Obama ai terroristi jihadisti in Siria.

Contestualmente, gli Stati Uniti sostengono e forniscono prestiti del Fondo Monetario Internazionale al Pakistan, anche dopo che quest’ultimo ha estromesso il suo leader democraticamente eletto che aveva scelto la neutralità nella guerra in Ucraina.

 

È possibile individuare un vero e proprio sistema nella politica estera statunitense, volto, da sempre, ad ingerire nelle questioni di sovranità nazionale di diversi stati, a seconda della necessità. La pratica di sostituire capi di stato eletti con governi fantoccio di stampo autoritario è ben nota e la lista lunghissima.

 

 

I gruppi armati anti regime

 

In Siria i gruppi armati anti regime hanno sottoposto a brutali assedi diversi centri abitati, privando i cittadini di cibo, medicinali ed impedendo l’accesso all’acqua potabile. Nelle zone sottoposte al loro controllo, i gruppi armati dell’ala più estremista hanno preso di mira i gruppi confessionali minoritari (tra i quali, in particolare, alawiti, drusi, ismailiti e cristiani), i cui membri sono stati sottoposti a detenzioni illegali e torture ed indotti con la forza a convertirsi all’Islam sunnita. In queste zone sono stati instaurati dei sistemi giudiziari basati su tribunali della Shari’a, all’interno dei quali vengono giudicate cause sia civili che penali, in totale disprezzo dei diritti e degli standard minimi di equità dei processi, che si concludono molto spesso in esecuzioni sommarie. Tutto questo con il supporto finanziario e militare degli Stati Uniti e dei suoi alleati.

L’Unità di Protezione Popolare (YPG), una milizia curda presente nelle regioni a maggioranza curda nel nord della Siria, sottopone a coscrizione forzata uomini e bambini per prestare servizio militare e servire la causa curda nella regione settentrionale della Siria. Con riferimento ad un certo numero di offensive condotte dalle Syrian Democratic Forces, una coalizione multietnica e multireligiosa di gruppi armati all’interno della quale i combattenti dell’Unità di Protezione Popolare costituiscono la componente maggioritaria, è stato riscontrato il ricorso alla pratica della deportazione forzata di masse di residenti civili. Mentre ad alcuni è stato concesso di tornare diversi mesi dopo l’allontanamento, migliaia sono ancora gli sfollati interni costretti a vivere lontano da casa ed in condizioni umanitarie catastrofiche. Le Syrian Democratic Forces si sono inoltre rese responsabili di saccheggi e distruzioni di case e centri abitati; le forze internazionali della coalizione anti-ISIS a guida statunitense hanno condotto raid aerei che hanno avuto un impatto sproporzionato, provocando la morte di migliaia di civili.

La condotta delle ostilità nell’ambito del conflitto avviene nel pieno disprezzo dei diritti dell’uomo ed in totale violazione delle basilari norme del diritto internazionale umanitario. Senza eccezioni, tutte le fazioni in campo hanno apertamente infranto l’obbligo di proteggere i civili dagli effetti distruttivi della violenza bellica e violato il principio di distinzione – nella conduzione delle operazioni militari – tra combattenti e popolazione civile e fra obiettivi militari ed obiettivi civili.

Si può trarre una sola ed unica conclusione da quanto suddetto: ad oggi è impossibile stabilire se i danni maggiori alla popolazione siriana siano stati causati dalle forze regolari di al-Asad o dalle milizie di opposizione al regime. Ciò che è certo è che l’ingerenza degli Stati Uniti e dei suoi alleati non abbia mai mirato ad altro che a portare avanti i propri interessi nell’area Mediorientale, a qualunque costo.

 

Secondo Human Rights Watch «ad Idlib, nonostante il cessate il fuoco, l’alleanza militare siro-russa rappresenta ancora una minaccia per oltre 3 milioni di civili intrappolati lì, mentre il gruppo armato islamico dominante, Hay’et Tahrir al-Sham, limita le loro libertà». Il Comitato di liberazione del Levante, comunemente chiamato Tahrir al-Sham (HTS) e conosciuto anche come al-Qāʿida, è una formazione militante salafita formatasi nel gennaio 2017 dall’unione di Jabhat Fateh al-Sham con altri gruppi minori.

Jabhat Fateh al-Sham è un’organizzazione nata nel luglio 2016 dalla separazione consensuale del Fronte al-Nusra dal network di al-Qāʿida.

Non si capisce secondo quale principio Human Rights Watch sostenga che a rappresentare una minaccia per la popolazione siriana sarebbe il governo di al-Asad, lo stesso che aveva tentato un’apertura con l’Occidente e che rifiuta dichiaratamente l’estremismo islamico, piuttosto che questi gruppi che desiderano applicare la Shari’a.

Human Rights Watch aggiunge che «la coalizione guidata dagli Stati Uniti deve ancora fornire un risarcimento per le vittime civili», riconoscendo così il devastante impatto dell’intervento della coalizione in territorio siriano. Senza contare che, nei fatti, la liberazione di Idlib dai ribelli jihadisti nel nord-est della Siria è avvenuta non per merito della coalizione, ma grazie all’intervento delle forze governative e della Russia, in seguito all’escalation militare degli ultimi tre anni.

Formo restando che bombardare la popolazione civile sia sempre e comunque inaccettabile, quale che sia il fine che si vuole raggiungere e chiunque sia a farlo, qualcosa non torna: se sono le forze guidate dagli Stati Uniti a bombardare Idlib per liberarla dall’ISIS va bene, ma non vale lo stesso se a farlo è al-Asad?

 

Ad oggi, comunque, Idlib è controllata da Tahrir al-Sham con il supporto della Turchia, che considera il gruppo come una fonte di stabilità nella provincia e come un’influenza potenzialmente moderatrice sui gruppi jihadisti transnazionali più radicali nell’area. Ma Tahrir al-Sham non è un gruppo moderato, bensì la principale forza salafita-jihadista della regione. Occorre, dunque, un approfondimento in proposito.

 

Il salafismo jihadista

 

Il salafismo jihadista si concentra sul tawheed (monoteismo e autorità assoluta di Dio), il principio di santità con una chiara distinzione binaria tra “noi” e “loro”, che respinge i non musulmani e tutto ciò che non è salafita. Questa ideologia rifiuta la democrazia secolare come tirannia a pieno titolo, mentre applica un chiaro inquadramento morale che governa le relazioni tra musulmani e non musulmani; in quanto tale, incarna l’ideale di creare un’unità di punta salafita e svolge un ruolo importante nella conversione dei non musulmani a musulmani. È, in sostanza, una prima linea di difesa contro le norme e i valori secolari occidentali. Il salafismo jihadista considera la violenza uno strumento necessario per cambiare l’attuale ordine mondiale. I salafiti sono dogmatici e interpretano alla lettera il Corano e le sunnah (insegnamenti, azioni e comportamenti del profeta Maometto, che essi considerano il musulmano perfetto), considerate sufficienti a guidare la vita di tutti i musulmani; per tanto respingono qualsiasi interpretazione successiva del Corano e le opinioni e pratiche musulmane moderne. Nell’ideologia salafita Dio è il solo legislatore e la Shari’a deve essere seguita alla lettera; la sua essenza riguarda il fatto che l’Occidente è in guerra con l’Islam.

Si direbbe, quindi, che al-Asad e la coalizione americana desiderino combattere esattamente lo stesso nemico, quello che i Paesi occidentali definiscono: estremismo islamico. E, dunque, qual è il problema?



 Fonte: “A PRACTICAL INTRODUCTION TO ISLAMIST EXTREMISM” (RAN Center of Excellence, Unione Europea).



Al-Asad e Tahrir al-Sham

 

Tra l’altro, il regime siriano aveva espresso il desiderio di riconquistare la provincia di Idlib, già in mano a Tahrir al-Sham da circa un anno, ma un’offensiva del marzo 2020 si è conclusa con una disastrosa sconfitta per mano della Turchia.

Per meglio comprendere la situazione nell’area è necessario tornare indietro di qualche anno.

Secondo la BBC, Idlib è oggetto di un accordo di “allentamento” tra Turchia, Russia e Iran dal maggio 2017. L’accordo prevede la cessazione delle ostilità in quattro roccaforti dell’opposizione, tra cui Idlib, la “separazione” dei jihadisti e dei ribelli tradizionali al loro interno e la fornitura di aiuti senza ostacoli. Nell’ottobre dello stesso anno la Turchia ha schierato truppe in posti di osservazione sul lato della linea del fronte controllato dall’opposizione a Idlib, sostenendo di volere monitorare l’accordo. Fatto sta che quando uno stato sovrano, in questo caso la Siria, si ritrova con le truppe di uno stato confinate schierate avrebbe ragione di non esserne troppo felice. Disappunto confermato dal fatto che, in seguito, sarò proprio la Turchia a dare supporto agli jihadisti di Tahrir al-Sham. Di conseguenza, la Russia ha fatto lo stesso per dare sostegno al governo siriano.

Al-Asad ha poi rivolto la sua attenzione ai bastioni dell’opposizione più a sud, in particolare alla provincia di Homs e alla parte orientale di Ghouta (territori riconquistati entro luglio 2018), devastando aree residenziali, uccidendo centinaia di civili e sfollando centinaia di migliaia di persone. Le truppe siriane hanno quindi iniziato a prepararsi per un assalto a tutto campo a Idlib, ma nel settembre 2018 un accordo tra Turchia e Russia ne ha evitato uno. L’Accordo di Sochi prevedeva una “zona cuscinetto smilitarizzata” lungo la linea del fronte. Ai ribelli tradizionali è stato chiesto di ritirare le loro armi pesanti dalla zona e agli jihadisti è stato detto di ritirarsi del tutto. Tuttavia, i ribelli hanno ritirato alcune armi pesanti, ma i jihadisti sono rimasti.

La presa di Idlib da parte di Tahrir al-Sham nel 2019 è stata seguita da nuovi combattimenti. Gli aerei da guerra governativi e russi hanno intensificato gli attacchi sulle aree controllate dall’opposizione, mentre i jihadisti hanno bombardato il territorio controllato dal governo.

Nell’aprile 2019 l’esercito siriano ha lanciato quella che la Russia ha definito un’offensiva “limitata” nel nord di Hama e nel sud di Idlib. L’esercito siriano ha riconquistato le principali città nel sud di Idlib e ha ripreso il controllo sulle autostrade Aleppo-Latakia (M4) e Aleppo-Damasco (M5). Nel frattempo gli sfollati si sono spostati a nord e a ovest, nello spazio sempre più ristretto considerato sicuro vicino al confine turco.

Il coordinatore degli aiuti di emergenza delle Nazioni Unite, Mark Lowcock, ha avvertito che «la crisi nella Siria nordoccidentale ha raggiunto un nuovo livello terrificante. I civili sfollati sono traumatizzati e costretti a dormire all’aperto a temperature gelide perché i campi sono pieni. Neonati e bambini piccoli muoiono a causa del freddo». Lowcock ha descritto la violenza come “indiscriminata”, con attacchi a strutture sanitarie, scuole, moschee e mercati, aggiungendo che «anche gli operatori umanitari vengono sfollati e uccisi».

Al momento, Tahrir al-Sham non ha rivali in termini di importanza. Il gruppo ha costruito istituzioni e ha impedito ad altri gruppi di lanciare attacchi contro chiunque tranne la Siria nordoccidentale. Questo processo di consolidamento del potere ha subito un’accelerazione dopo il devastante terremoto del 6 febbraio 2023 che ha colpito la Siria e la Turchia.

 

 

La situazione umanitaria 

 

A tredici anni dall’inizio della guerra, 3 milioni di rifugiati Siriani, ad oggi, vivono in Turchia, 1,5 milioni in Libano, 643 mila in Giordania e 300 mila in Iraq. Il numero totale di dislocati ammonta a 6,8 milioni di persone. A sua volta, la Siria ospita circa 500 mila rifugiati palestinesi.

 

Dall’inizio del 2024 Israele ha intensificato la sua campagna di bombardamenti contro presunti obiettivi militari riguardanti Hezbollah in Siria e Libano.

 

Occorre farsi una domanda: sono in atto crimini di guerra in Siria?

 

 

Uno sguardo al diritto umanitario internazionale 

 

«Si definisce crimine di guerra ogni grave violazione di norme consuetudinarie e, laddove applicabili al caso concreto preso in considerazione, di norme pattizie del diritto internazionale umanitario, commessa nel corso di un conflitto armato di carattere internazionale o interno.»

«Nell’analisi dell’esistenza di un collegamento fra la condotta criminosa ed il contesto bellico, non occorre verificare che il crimine fosse pianificato o inserito in una strategia generale, né tantomeno è necessario che il conflitto abbia causato la commissione dello stesso. Ciò che conta è che il conflitto abbia avuto un ruolo significativo nel produrre le condizioni e le occasioni per la commissione del crimine, che abbia inciso sul processo decisionale dell’autore o sulle modalità in cui si è concretamente commessa la grave violazione.»

Sono cinque, in dottrina, le proposte di classificazione dei crimini di guerra, ma ciò che stanno facendo gli Stati Uniti in Siria non rientra in nessuna di queste.

Quindi, secondo il criterio generale sopraccitato: «Ciò che conta è che il conflitto abbia avuto un ruolo significativo nel produrre le condizioni e le occasioni per la commissione del crimine». Ingerendo negli affari interni di uno Stato che dispone, per quanto possa essere considerato dispotico, di un governo, gli Stati Uniti e i suoi alleati si sono resi responsabili della morte di numerosi civili e della creazione di sfollati in nome della lotta contro gli stessi estremisti islamici che sono al contempo presunti nemici e alleati.

 

Per quanto riguarda le sanzioni imposte alla Siria – che hanno concorso grandemente al mettere in ginocchio la popolazione – dovrebbero, a mio avviso, essere inquadrate come “crimini di guerra”, seppure non esista alcuna legislazione internazionale in merito.

Altresì, secondo il Diritto Umanitario Internazionale: «In linea di principio, quando le norme non definiscono, nemmeno in maniera implicita, quale sia l’elemento soggettivo necessario al fine di ascrivere la responsabilità penale all’autore del crimine, si ritiene che questo debba coincidere con il dolo intenzionale o, laddove le circostanze lo consentano, con quello eventuale, come previsto nella maggioranza dei sistemi giuridici nazionali».

 

Tuttavia, se non è possibile inquadrare le azioni militari degli Stati Uniti in Siria come “crimini di guerra”– seppure le vittime civili di tali azioni ci siano state eccome e siano state classificate come “collateral murders” – la legislazione internazionale ci consente di fare un ulteriore passo avanti per considerare come “crimini contro l’umanità” le politiche di Washington relative alle sanzioni.

«La categoria dei crimini contro l’umanità comprende tutti gli atti criminosi accumunati dal fatto di comportare gravi lesioni della dignità umana o la grave umiliazione di una o più persone, e di non essere sporadici o isolati, bensì parte di una politica governativa o di una prassi estesa e sistematica di atrocità, tollerata o accettata dal governo legittimo dello Stato o da un’autorità di fatto.»

È innegabile che vi sia dolo intenzionale nelle sanzioni alle quali è sottoposta la Siria; seppure ufficialmente queste mirino ad indebolire il governo di al-Asad, è chiaro che l’unico risultato prodotto è stato quello che affamare la popolazione siriana.

Il dolo è certo, quello che invece non è chiaro è perché gli attori internazionali continuino a tollerare l’ingerenza militare, e non solo, degli Stati Uniti negli affari di altri Stati. Questa riflessione è importante per arrivare a comprendere quanto sia assolutamente arbitrario il comportamento degli Stati Uniti e dei suoi alleati in Siria.

«L’elemento della sistematicità è assolutamente imprescindibile al fine di qualificare una condotta illecita come “crimine contro l’umanità” e distinguerla da altre fattispecie di crimini o da altre tipologie di violazione dei diritti umani.»

«In primo luogo, affinché possa essere riconosciuta la responsabilità penale internazionale in capo all’imputato (…) questo deve aver agito con dolo, ovvero con l’intenzione di provocare un determinato risultato. In secondo luogo, a un imputato inserito all’interno di un sistema caratterizzato da particolare violenza ed arbitrarietà non si richiede che avesse previsto tutte le specifiche conseguenze che sarebbero potute derivare dalla sua condotta. Si ritiene sufficiente che egli fosse consapevole del rischio che la sua condotta potesse danneggiare gravemente la vittima, in ragione della virulenza del sistema al quale questa veniva consegnata.»

Quello sopra descritto è esattamente lo scenario che troviamo oggi in Siria. Gli Stati Uniti erano e sono consapevoli delle conseguenze che le sanzioni avrebbero avuto sulla popolazione, tuttavia hanno continuato non solo ad applicarle, ma persino ad inasprirle negli anni.

Purtroppo, però, il diritto internazionale penale prevede tre possibili cause di esclusione dalla responsabilità penale individuale: la legittima difesa, la coercizione e lo stato di necessità.

È proprio a quest’ultimo che sembrano appellarsi gli Stati Uniti quando, nel 2004, Bush annuncia un ordine esecutivo che espande il Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restoration Act del 2003, citando la Siria come «una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale, alla politica estera e all’economia degli Stati Uniti» in quanto «mina la stabilizzazione e la ricostruzione dell’Iraq».

Anche in questo caso, il diritto internazionale offre la discrezionalità riguardo la “necessità” di una determinata azione o politica. Tutto ciò è inaccettabile, perché secondo questo principio ogni azione  diventa potenzialmente lecita a seconda di come un governo percepisce – o meglio, decide di strumentalizzare a suo uso e consumo – l’accezione di “stato di necessità”.

«Si ritiene sussistente la causa esimente dello stato di necessità quando l’autore della condotta criminosa sia indotto da circostanze materiali a trasgredire una norma penale.» Quindi, in sostanza, Washington si arroga il diritto di trasgredire a suo piacimento una norma penale e, nel suo caso, sappiamo che la cosa è avvenuta, e continua ad avvenire, sistematicamente.

 

Ma non basta: «in base al principio dell’universalità della giurisdizione penale, nozione centrale

nel diritto internazionale penale, ciascuno Stato è abilitato ad esercitare la propria giurisdizione in relazione a crimini internazionali commessi sul territorio di un altro Stato, indipendentemente dalla sussistenza di criteri di collegamento territoriali o inerenti alla nazionalità del reo o della vittima».

Tuttavia, non vi è unanimità in dottrina sul fatto che l’esercizio della giurisdizione penale da parte degli Stati al fine di reprimere i crimini di rilevanza internazionale debba intendersi come un obbligo a tutti gli effetti o una semplice facoltà.

In linea di principio, la prassi internazionale induce a ritenere che non esista un obbligo in tal senso in capo agli Stati, ma piuttosto un diritto, che sono liberi di esercitare o meno. Insomma, ingerire negli affari di uno Stato sovrano è un diritto che è possibile esercitare a piacimento.

Viene da domandarsi come mai questo sia unanimemente accettato  nel caso della Global Coalition Against Daesh in Siria, ma non per quanto riguarda le azioni militari del governo russo in Ucraina.

Ecco ripresentarsi il celebre “doppio standard” ormai accettato da tutti i Paesi occidentali.

 

Di valutare e punire questo genere di crimini si occupa la Corte Penale Internazionale, un organo penale indipendente e permanente dotato di personalità giuridica propria, la cui creazione è stata disposta con lo Statuto di Roma, un trattato internazionale adottato il 17 luglio 1998. Alla Corte si demanda la repressione dei crimini di rilevanza internazionale che gli Stati non intendano o non siano in grado di perseguire.

Non essendo la Siria parte contraente dello Statuto della Corte Penale Internazionale, restano soltanto due possibilità per l’apertura di un’indagine: la segnalazione della situazione alla Corte ad opera del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, o un’accettazione della sua giurisdizione da parte dello Stato siriano, attraverso il deposito di un’apposita dichiarazione presso la Cancelleria della Corte.

E se invece fosse la Siria a voler segnalare gli Stati Uniti e i suoi alleati?

Una delle condizioni perché la Corte possa agire è che il crimine sia avvenuto sul territorio, appunto, di uno stato firmatario. Ecco, quindi, che anche in questo caso gli Stati Uniti e i loro alleati trovano nelle lacune della giurisdizione internazionale l’occasione per fare il bello e il cattivo tempo in Medioriente.

Inoltre, ad impedire che sia il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a deferire alla Corte la questione “Siria” c’è la faccenda del veto dei suoi due membri permanenti, Cina e Russia, che sono alleati di al-Asad e che certamente porrebbero il veto.

Tuttavia, ci sarebbe un’altra via e riguarda i tribunali «ibridi». La prassi internazionale vorrebbe che la loro istituzione avvenisse in forza di un accordo fra le Nazioni Unite ed il governo siriano, che dovrebbe poi essere sancito con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Non è chiaro se la collaborazione del Consiglio di Sicurezza costituisca una condizione imprescindibile ai fini della costituzione di simili corti, ma certamente lo è la collaborazione del governo locale. Per tale ragione, anche questa possibilità deve al momento essere esclusa.

Quindi, allo stato dei fatti, né gli Stati Uniti, né la Siria possono in nessun modo risolvere la faccenda attraverso la legislazione internazionale, ma ciò non significa che Washington non abbia tentato di ottenere ciò che vuole da sempre – ovvero la destituzione di al-Asad – attraverso, appunto, la legge.

Nell’agosto 2013, infatti, un gruppo di esperti internazionali e di procuratori generali di diversi tribunali penali internazionali riuniti a Chautauqua, negli Stati Uniti, aveva redatto la bozza di Statuto per un tribunale speciale, composto da giudici siriani ed internazionali, che si sarebbe dovuto occupare di perseguire i crimini commessi nell’ambito del conflitto siriano. Il Chautauqua blueprint for a Statute for a Syrian extraordinary tribunal to prosecute atrocity crimes è stato concepito come un punto di partenza per incentivare la discussione su quanto stava accadendo in Siria ed invocare la responsabilità dei responsabili di crimini ed atrocità. Il progetto, però, ha finito per risolversi in un nulla di fatto, forse a causa del fatto che il governo siriano avrebbe preteso che anche gli Stati Uniti e i suoi alleati rispondessero dell’operato nel Paese.

Nel 2017 alcuni stati europei, fra cui Germania, Svezia, Francia e Spagna, hanno avviato delle procedure d’inchiesta e dei procedimenti giudiziari a livello interno per perseguire i responsabili di crimini internazionali commessi in Siria.

 

 

Conclusione

 

Resta il fatto che mentre sono in molti ad essere intenzionati a perseguire al-Asad, nessuno si sia giuridicamente mobilitato per richiamare gli Stati Uniti alle proprie responsabilità. Anche questo fa parte di quel “doppio standard” sul quale è importante porre l’attenzione dell’opinione pubblica.

Questa ricerca nasce proprio con l’intento di offrire al lettore uno sguardo più ampio sugli avvenimenti che coinvolgono il popolo siriano e che non riguardano altro se non il potere.


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