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  • Immagine del redattoreAlice Rondelli

La folle saggezza

L’abhidharma è una raccolta di scritture buddiste che studia il funzionamento della psiche e gli stati di coscienza, basandosi sull’esperienza concreta della meditazione. Chögyam Trungpa Rinpoche spiega i lineamenti con il calore umano che lo contraddistingue.




Quando ci si interroga a proposito del buddhismo ci si chiede come si possano compiere le varie azioni nel corso della vita se si abbandona l’ego. Chi compie quelle azioni? In questo caso l’ego è erroneamente preso per il corpo fisico, anziché essere visto per quello che è: una polizza d’assicurazione paranoica, la fantasia di un nido centralizzato che assicura protezione. Si è spaventati dal mondo al di fuori delle proprie percezioni, e quindi si torna nel salotto e ci si mette comodi.

Termina così un prezioso testo, intitolato: “Lineamenti dell’abhidharma”.


L’abhidharma è una raccolta di scritture buddiste che studia il funzionamento della psiche e gli stati di coscienza, basandosi sull’esperienza concreta della meditazione. Fa parte dei tre principali corpi di insegnamento divisi in: vinayapitaka, che riguarda la disciplina e le regole pratiche per vivere nel mondo e allo stesso tempo capirlo; sutrapitaka, che tratta vari tipi di addestramento della mente, utili ad accettare e usare l’intelletto quanto l’intuizione come sostegni per la meditazione; abhidharmapitaka, una preparazione all’insegnamento.

Chögyam Trungpa è nato in Tibet nel 1939 e a un anno e mezzo viene riconosciuto come l’undicesima reincarnazione di Trungpa Tulku, nonché insignito del titolo onorifico di Rinpoche, appellativo con il quale ci si riferisce ai trülku (i lama incarnati, o comunque tutti coloro riconosciuti come “lama di fiducia”, o a cui è concessa una grande stima). Egli spiega gli insegnamenti dell’abhidharma, contenuti nel testo edito da Ubaldini Editore, con il calore umano che lo contraddistingue.


Gli skandha, ovvero i costituenti della persona empirica, sono cinque: la forma, la sensazione, la percezione, l’intelletto e la coscienza. La meditazione consente di sviluppare un alto grado di accettazione del quarto skandha, il samskara, che racchiude i riti di passaggio che segnano i momenti significativi della vita di una persona.



Primo skandha: la forma.


Rinpoche spiega che il primo skandha è fondamentale, perché gli altri quattro si costituiscono da esso. «Per prima cosa si ha un’impressione di qualcosa. È vacua, nulla di definito. Poi si cerca di collegarsi ad essa come “qualcosa”, e tutti i nomi che ci sono stati insegnati ci tornano in mente, e si mette un’etichetta a quella certa cosa. La marchiamo con questa etichetta e allora sappiamo il nostro rapporto con essa – ad esempio: mi piace o non mi piace – a seconda della sua associazione col passato. Ora, quel primo, primissimo attimo di vacuità, che può durare un milionesimo di secondo, è l’esperienza meditativa della base primordiale. (…) Il processo avviene molto rapidamente, come un lampo.» Potremmo definirlo un “conoscere con l’istinto”, per questo nello skandha della forma sono racchiusi tutti gli altri quattro.



Secondo skandha: la sensazione.


« (…) La mente è collegata più strettamente al piacere, perché invita all’immaginazione. Invita le fantasie su cosa potrebbe essere buono, ha delle speranze sulle possibilità di ottenere qualcosa. Ma il corpo è più terreno; ci riporta continuamente a ciò che dobbiamo affrontare. (…) A nessuno piace affrontare la realtà.». Dobbiamo, quindi, essere coraggiosi e accettare il fatto di essere degli stupidi a giocare il “gioco delle sensazioni” , e usare questa consapevolezza come parte del processo meditativo. «Tutta l’esperienza umana è ubriaca di qualcosa (…), altrimenti non potremmo sopravvivere. (…) Finché le sensazioni sono coinvolte da questo e da quello, vi è dualismo (…) e quindi non c’è alcuna possibilità di rapportarsi a se stessi. Ci si è persi completamente.»

Tuttavia, la sensazione corporale è molto utile perché una situazione “calda”, come fare l’amore o trovarsi immischiati in una rissa, ci riporta al momento presente. In quello stato aperto e assoluto ci si rapporta alla base primordiale, che contiene tutto.


Terzo skandha: la percezione.


Spiega Rinpoche che siccome le sensazioni hanno la qualità di saltare da un estremo all’altro, la percezione è necessaria affinché i due estremi, forma e sensazione, abbiamo qualcosa di continuo come un legame comune. La percezione si basa su ciò che viene manifestato dalla forma e dalla sensazione, e su ciò che non viene manifestato da esse. In questo caso per “sensazione” si intende l’azione immediata e impulsiva del saltare a certe conclusioni cercando di attaccarsi ad esse. Quando emergono la coscienza primordiale e l’inconscio si crea un enorme spazio aperto, in cui l’ego inizia a prendere posizione, per poi possederlo e, infine, sovrappopolarlo, cosicché non resti spazio per nient’altro. In altre parole: l’ego estende il suo territorio più che può, cercando di etichettare e definire tutto quello che può. Oppure, una scintilla di intelligenza si fa avanti e vi è la possibilità di un completo mutamento della propria prospettiva in rapporto alla percezione: l’esperienza del nulla assoluto. In questa esperienza si cerca solo di essere abbastanza coraggiosi da lasciar andare i tentativi di afferrare, per poter sentire le cose con un minimo di apertura nelle aree periferiche , e per poter “fluttuare” un po’.

«Questo aspetto della percezione significa iniziare ad avere un po’ di coraggio (…) che proviene dal tathagatagarbha, la natura di buddha, l’intelligenza fondamentale.»

Il concetto dell’esplorare o dell’approfittare di una possibilità per collegarsi al proprio ego e alle proprie proiezioni è ritenuto ispirato dalla mente illuminata. «Al di fuori dell’ego, la percezione diventa un’ispirazione. (…) La mente risvegliata dev’essere qualcosa che faccia parte della nostra esperienza quotidiana e familiare dell’ego. L’esperienza della mente risvegliata è estremamente semplice; non è necessario che sia spettacolare. (…) È qualcosa di realistico, e i suoi lampi avvengono costantemente.»

In questa situazione pura e aperta, dolore e piacere non dipendono da nulla. «Non è necessario avere un processo di reazioni a catena. (…) Il problema deriva dal rapportarsi all’esperienza come qualcosa di diverso da ciò che è.»

Non è necessario conservare o controllare l’esperienza, perché è indipendente e autosufficiente. Una volta compreso questo ci si rapporta ad essa in modo appropriato, come quando si viene gettati in acqua e istintivamente si comincia a nuotare. Gli insegnamenti sono solo indicazioni, per questo il buddhadharma (l’insegnamento predicato dal Buddha Shakyamuni) è un insegnamento ateo: dobbiamo accettare che il nostro è un viaggio solitario.



Quarto skandha: l’intelletto.


Non sembra esserci una traduzione letterale del quarto skandha, ovvero il samskara; possiamo dire che esso costituisce l’intelligenza che permette all’ego di appropriarsi di altri territori, di altre sostanze, di altre cose: una sorta di accumulazione che riguarda gli stati mentali come territorio. I vari aspetti del samskara sono modelli del complesso mente-corpo a cui si riferiscono diverse qualità emotive (in totale cinquantuno).

Alcuni di questi modelli o atteggiamenti sono associati alla virtù, ma l’ego se ne appropria, facendo sì che essi contribuiscano a costituire la sua naturale tendenza al materialismo spirituale. La natura generale di questo gruppo specifico di tendenze samskariche è l’assenza di aggressività, una specie di mente del dharma, ovvero la legge naturale, che è parte naturale della psicologia umana. Poi vi sono i tipi opposti di pensiero: i pensieri egocentrici come l’ignoranza di se stessi, la passione intesa come concreto movimento attivo dell’afferrare, l’ira, l’orgoglio, il dubbio e il dogmatismo, che sono considerati l’assenza di virtù; essi agiscono esclusivamente secondo l’impulso, senza accuratezza e precisione, e sono intossicati dal senso di ciò che si vuole raggiungere.

Negli stati mentali classificati come “buoni” ci sono maggiori possibilità di essere vicini allo stato del risvegliato, ma solo se questa bontà non viene usata dall’ego: allora si tratterebbe di una pseudo-bontà.

Il karma (indica l’agire per raggiungere un fine e vincola gli esseri senzienti alle conseguenze morali che ne derivano, e quindi al samsara, il ciclo delle rinascite) è un processo creativo che produce risultati, i quali a loro volta depongono i semi di altri risultati. È come un eco. Si lancia un grido e la voce ritorna di rimbalzo, e allo stesso tempo viene trasmessa al muro successivo e continua senza sosta. Gli skandha potrebbero essere soprannominati i cavalli del karma, perché la sua velocità si basa su di essi. «Ogni tipo di movimento ha sempre un’energia neutrale che procede con esso. Quindi, la fretta, la velocità sono una forza pura, una forza del compimento di tutte le azioni che potrebbe anche essere chiamata “fretta”. (…) Ma quando questa fretta non si basa su un bersaglio, quella velocità avviene semplicemente, e ritorna per sua natura, (…) cerca di portare la situazione naturale allo stato più completo per poi ritornare indietro. Questo tipo di velocità non si comporta in modo dittatoriale (…) e quindi non porta alla delusione, né alla confusione.»

« (…) Vi è un tipo intelligente di “dubbio”, una sensazione generale che vi sia qualcosa di sbagliato; una specie di seme del dubbio che percorre l’intero processo dei cinque skandha. (…) È la qualità della curiosità, della mente che interroga, che è il seme dello stato mentale risvegliato. (…) Al lato opposto c’è l’indolenza, che è uno stato neutro, del tutto onesto e comune, e che può essere molto ricettiva: può essere infiltrata. Allo stesso modo, l’ignoranza ha un certo rapporto sottile con l’intelligenza fondamentale della natura di buddha. «L’ignoranza è il fattore che tiene insieme tuti gli skandha, ma essa non può esistere di per sé senza situazioni relative e la situazione relativa dell’ignoranza è lo stato mentale del risvegliato. Il termine tibetano per ignoranza è marigpa, e significa “non vedere, non percepire”. Questo significa decidere di non percepire, decidere di non vedere, decidere di non osservare. (…) Anche l’ignoranza si basa su scintille o lampi di ignoranza che operano su qualche base, e lo spazio tra le due scintille di ignoranza è intelligenza su cui questo processo di ignoranza opera.»

«La meditazione sta nello sviluppare quello che viene chiamato “occhio della saggezza”, la prajñaparamita, la conoscenza trascendentale. È un’informazione relativa al punto di inizio, quando si sta osservando se stessi e si inizia a scoprire se stessi, il proprio modello psicologico. E, all’improvviso, stranamente, questo processo di osservazione inizia a diventare un processo di esperienza, ed è già, in un certo senso, sotto controllo. (…) Questo non significa che l’evoluzione dei cinque skandha smetta di avere luogo. Essi sono in azione continua, fin quando vengono trasmutati nei cosiddetti “cinque tathagatha”, i cinque tipi di essere risvegliati.»

«All’inizio dobbiamo sviluppare una mente molto affilata e precisa per vedere quello che siamo. (…) L’unica cosa da fare è lasciare l’intelligenza così com’è con l’aiuto di qualche tecnica. Allora essa comincia ad imparare in che modo rilassarsi, aspettare, e lasciare che ciò che avviene si rifletta in essa. Il processo di apprendimento diviene un riflesso, più che una creazione di cose. (…) Vi sono già molte attività mentali che avvengono costantemente, aggiungerne altre non affila l’intelligenza. L’unica maniera è lasciare che si sviluppi, che cresca.»

«Una delle virtù di un bodhisattva (colui che cerca di interrompere il samsara e giungere al nirvana) è l’energia, lo sforzo, virya. Lavorare con lena o sforzarsi non vuol dire necessariamente fare un mucchio di cose. Restare in attesa potrebbe essere di per sé un lavoro molto difficile.»

La condizione essenziale che pianta il seme del karma è una “causa immediata”, ovvero un evento psicologico particolare che mette in azione il processo dei cinque skandha; essa libera automaticamente quel tipo di agitazione che il processo meditativo può aiutare ad evitare. Se il seme del karma non attecchisce, il samsara non può germogliare e si può percorrere la via dell’illuminazione. La meditazione nella consapevolezza, la meditazione nell’azione sono dei processi attraverso cui ci si procura dello spazio fondamentale per conoscere sé stessi. «Il ritmo degli eventi continua, ma ci si rende contro che questo ritmo può avvenire sullo spazio, su un terreno aperto e questo ci segnala che la meditazione è in corso. Quindi, non è necessario sforzarsi di ricordare; non è necessario sforzarsi di conservare in ogni momento la propria consapevolezza. Una volta che si è aperti alle sfide del momento, man mano che si procede, è la situazione a restituirci in qualche modo consapevolezza. (…) Il bodhisattva procede senza ambizione. Non ha desiderio dell’illuminazione, ma una situazione conduce ad un’altra finché un giorno egli si trova illuminato.»



Quinto skandha: la coscienza.


La coscienza del quinto skandha è diversa da quella del primo, ovvero la forma. La coscienza della forma è una specie di sfondo psicologico fondamentale in cui le potenzialità della coscienza sono presenti in otto tipi; la coscienza del quinto, invece, contiene i dettagli finali del processo degli skandha e si divide anch’esso in otto tipi.

Nella tradizione buddhista la “mente” (in sanscrito: citta) è puramente ciò che si percepisce e a cui si reagisce (ad esempio, caldo e freddo) in modo diretto e semplice e sottile allo stesso tempo; mentre la “coscienza” è articolata e intelligente, è l’ultimo stadio dello sviluppo dell’essere, che contiene tutti gli elementi precedenti. La coscienza è quella specie di qualità strisciante che corre dietro i pensieri vivi e concreti, dietro i samskara. I pensieri subconsci formano il contesto necessario a quelli espliciti, fungendo da imbottitura, il cui processo funziona in modo tale che il successivo pensiero, appropriato alla sequenza esplicita, possa farsi strada. Quindi, la coscienza costituisce una fonte di occupazione immediatamente disponibile per dare nutrimento all’impeto degli skandha.

La meditazione, in quanto modo di osservare scientificamente la nostra situazione fondamentale, fornisce la quasi unica occasione di interrompere questo impeto, perché ci consente di entrare in intimità con noi stessi, esaminando i nostri concreti processi psicologici senza provarne vergogna, entrando in modo preciso e completo in ciò che siamo. La meditazione è fare amicizia con se stessi, perché fornisce un certo spazio vuoto nel movimento dei pensieri di tipo samskarico nel quale si crea una specie di caos nel processo psicologico, che ci aiuta a vedere cosa c’è sotto tutti questi modelli del pensiero, di tipo sia esplicito che subconscio. A questo punto, ciò che si trova al di sotto è la raccolta dei pensieri nascosti e repressi. Questo strato è come la mente annebbiata a livello cosciente, che agisce come una banca dei ricordi, di tutte le cose che si desidera ignorare, dei pensieri che non si vogliono incoraggiare o di cui si prova vergogna. Nella meditazione, la coscienza agisce come un punto di partenza: per questo motivo, il praticante principiante fa esperienza di pensieri emotivi e aggressivi di ogni tipo. All’inizio, infatti, è necessario praticare la meditazione puramente al livello del pensiero: è solo una finzione di meditazione, ma la coscienza viene trasformata da questa suggestione. In questo modo, il reticolato subconscio, come pure la coscienza, vengono gradualmente penetrati; la velocità della coscienza viene rallentata, e allora si passa a ciò che vi è al di sotto.

Ripulire la mente annebbiata per mezzo di una specie di obbiettività «è un processo estremamente lungo. Alla fine la banca si esaurisce da sé, ma allo stesso tempo dobbiamo continuare a raccogliere», perché la mente non può sopravvivere senza collegarsi a qualcosa: “mente” non significa nulla se non vi è il contesto della relatività. Per questo motivo «La meditazione non va considerata un processo di apprendimento. Va considerata un processo di esperienza. Non bisogna cercare di imparare qualcosa dalla meditazione, ma cercare di “sentirla”.»



La meditazione.


Riguardo la riflessione sulla natura della propria mente, Rinpoche spiega: «Si tratta più che altro di una contemplazione (…) una specie di spettacolo privato. (…) Il meditatore e la meditazione sono una cosa sola. (…) La radice della nevrosi è il conflitto; la nevrosi richiede il conflitto del non sapere chi si è, del non sapere cosa si sta facendo o come ci si rapporta alle cose.»

«Oltre alla forma di meditazione da seduti, vi è la pratica della meditazione della consapevolezza panoramica nella vita quotidiana. (…) Nella pratica della presenza mentale vi è una precisione molto ben definita; ogni mossa, ogni piccolo dettaglio viene notato. (…) Se si è interamente una cosa sola con l’idea della consapevolezza in quanto essere in intimità con le cose, è una vera pratica. (…) La vera comprensione è una valutazione diretta e semplice: semplice comprensione senza altro criterio applicato su di essa.»

«Si inizia con l’ambizione, e poi la meditazione inizia a filtrare nel nostro sistema, per così dire. Gradualmente, esso inizia a richiedere la meditazione. (…) È questo che accade ai bodhisattva. Essi fanno voto di non raggiungere l’illuminazione, ma un giorno scoprono di averla raggiunta lo stesso, perché la pratica si è interamente infiltrata nel loro sistema. Il loro comportamento è divenuto la completa incarnazione del dharma.»

«La mente discorsiva è come un baco da seta. Il baco ha intorno a sé una ragnatela della sua stessa sostanza. Sopravvive emettendo altra seta. La situazione è molto semplice. Quando si presentano dolore o piacere del corpo li si abbandona. Non è necessario immetterli in nessun processo. Ogni situazione è unica e non ha uguali. Quindi si procede con essa, la si lascia accadere secondo la propria natura.»

La pratica della meditazione non concerne la scoperta di una qualche saggezza: «perché tu non puoi vedere se stai scoprendo qualcosa. Si diviene parte della saggezza. Si trascende la conoscenza della prajña e si giunge al livello della jñana, la vera saggezza. (…) Vorremmo osservarci mentre siamo illuminati, ma è impossibile! L’esperienza remunerativa della conferma (“Ce l’ho fatta! Ci sono!”) è impossibile».

Per decidere di incamminarsi sulla strada della meditazione è necessaria quella che viene definita “folle saggezza”: «è il tipo di impulso fondamentale che sta dietro a tutto il processo del lavorare con una situazione». «La cosa meravigliosa delle quattro nobili verità» – del dolore, dell’origine del dolore, della cessazione del dolore, della via che porta alla cessazione del dolore – «è questa: esse iniziano dal dukkha, il dolore. Partono dal basso, dove si trovano le cose più importanti, (…) partono dalle spezie e dai minerali (…). Si inizia con il lavoro più sporco, e questo diviene il proprio punto di partenza. Poi, a poco a poco e sempre di più, si scopre lo strato superiore. (…) Se invece si parte dalle cose belle e ricche dello strato superiore, non si vuole più scendere in basso perché c’è la possibilità di trovare cose (…) con cui non vogliamo avere a che fare. (…) Non dobbiamo partire belli e perfetti. Iniziando dal basso, l’intera struttura è fondamentalmente sana. Avendo già trattato le cose peggiori, cosa potrebbe accadere di peggio?»



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