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  • Immagine del redattoreAlice Rondelli e Massimiliano Vino

L'ultimo tabu

La rinuncia ai nostri privilegi in favore di una società più equa potrebbe essere la soluzione ad ogni problema, eppure l'argomento rimane intoccabile, perché la gente è convinta che, come disse Margaret Thatcher, al capitalismo: «There is no alternative».

Ph. Bologna street art, 2020 (Alice Rondelli)


Il termine "capitalismo" iniziò a circolare negli ambienti del socialismo utopistico intorno alla metà del 19° sec., per indicare e stigmatizzare il sistema economico nel quale i lavoratori sono esclusi dalla proprietà del capitale. Per indicare il sistema di relazioni sociali e l’organizzazione del processo produttivo che si basano sullo sfruttamento della forza-lavoro salariata, Karl Marx usò invece l’espressione ‘modo di produzione capitalistico’. Questo modo di produzione avrebbe compiuto l’enorme sviluppo delle forze produttive, alimentando però per la sua dinamica interna (impoverimento dei salariati, accumulazione di capitale senza crescita corrispondente di consumi e quindi crisi di sovrapproduzione, caduta tendenziale del saggio di profitto) il crescente conflitto di classe tra capitalisti e salariati.

Marx ed Engels nel saggio Manifesto del Partito Comunista (1848) scrissero: «Il capitale ha trasformato la dignità personale in valore di scambio, e al posto delle tante libertà inalienabili conquistate a caro prezzo ha stabilito un’unica, spregiudicata libertà: quella del commercio».

Qualcosa di simile lo ha scritto Mark Fisher (1968-2017), filosofo e attivista inglese nel suo Realismo Capitalista: «Il capitalismo è quello che resta quando ogni ideale è collassato allo stato di elaborazione simbolica o rituale: il risultato è un consumatore-spettatore che arranca tra ruderi e rovine». Di opinione similare è il filosofo contemporaneo sloveno Slavoj Žižek, secondo il quale oggi «l’ideologia prevalente è il cinismo (…) Il cinismo distaccato è soltanto un altro modo per renderci ciechi di fronte al potere strutturale della fantasia ideologica: anche se non prendiamo le cose sul serio, anche se manteniamo una distanza ironica da quello che facciamo, continuiamo comunque a farlo». Come spiega efficacemente Fisher: «riusciamo a feticizzare il denaro solo perché, nelle nostre teste, dal denaro abbiamo già adottato» appunto «una distanza ironica». In sostanza, si tratta di un “anticapitalismo di sistema” preoccupante, perché non ci consente di distinguere da un anticapitalismo autentico.

György Lukács, filosofo e sociologo ungherese nato nella seconda metà del 1800, è conosciuto come il padre dell’anticapitalismo romantico, termine che comincia ad apparire nei suoi scritti sin dagli anni ͑30. Sebbene non sia mai giunto a svilupparne una definizione sistematica, Lukács concepiva il romanticismo non come una categoria puramente estetica o letteraria, ma come un fenomeno che investiva tutte le scienze. L’economista tedesco Max Weber sottolineò in molti suoi scritti come il capitalismo e la società industriale siano caratterizzati dal disincanto del mondo (Entzauberung der Welt), cioè dalla sostituzione di sentimenti e valori con il calcolo razionale dei profitti e delle perdite. L’anticapitalismo romantico è una forma di rivolta contro questa “Entzauberung” e un disperato tentativo di rigenerare il mondo attraverso la restaurazione dei valori qualitativi sradicati dalle macchine. Nel suo periodo premarxista (fino al 1919), Lukács sognava un’utopia romantica in cui potessero fondersi cultura, comunità, religione e socialismo, come sostanze spirituali dotate di affinità elettiva, estranee al mondo superficiale e prosaico della società borghese.


La storia dell’anticapitalismo nasce con il comunismo ed evolve con il socialismo, l’anarchismo, e più recentemente, l’ecologismo.

Il filosofo francese Michel Onfray (1959), individualista, ateo, anticapitalista e anticomunista, sostiene che l’uomo nuovo continua il suo cammino «decostruito, eco-responsabile, eco-femminista, eco-politico, eco-cittadino, eco-sostenibile, ma soprattutto merce. La creolizzazione del mondo genera una società di esseri senza stato che galleggiano senza legami o famiglia in un mondo privo di significato (…). La barbarie arriva alle nostre porte, equipaggiata come una scintillante e inedita macchina da guerra. Quest’uomo che vuole fare l’angelo farà sicuramente la bestia: dopo il serpente, il cane e la scimmia, l’evoluzione avverrà sotto il segno della medusa, decostruibile e ricostruibile. La decostruzione è iniziata».


Seppure la consapevolezza che il capitalismo sta distruggendo il pianeta e l’animo umano sia molto diffusa, resta ancora difficile per le persone comuni ipotizzare che un sistema alternativo sia effettivamente possibile. L’argomento sembra intoccabile perché, come disse Margaret Thatcher, al capitalismo: «There is no alternative». Questa non è la realtà, semplicemente non si può emanciparsi da un sistema tentacolare con una battaglia dei cuscini. Il suo superamento, così come quello di altri fenomeni – ad esempio, il colonialismo – per molti è realizzabile solo attraverso la rivolta violenta. Anche questo non è vero, e lo dimostrano le centinaia di migliaia di comunità che, in tutto il mondo, si organizzano in sistemi economici sostenibili che puntano all’autonomia a scapito dell’unico vero tabù dell’uomo moderno: la comodità, così come i contemporanei hanno cominciato a sperimentarla proprio con l’avvento del capitalismo. La rinuncia ai nostri privilegi in favore di una società più equa potrebbe essere la soluzione ad ogni problema; soprattutto considerando che è la povertà a far germinare la violenza e che, dove c’è violenza, ci sono repressione e morte, che a loro volta alimentano la frustrazione degli individui e conducono ad ulteriore violenza. Un serpente che si morde la coda e muore con il sonaglio in bocca. Che sia l’accumulo di capitale il seme marcio da cui fiorisce tutto il resto è pacifico e, tuttavia, rimane inaccettabile. Per i più, il prezzo da pagare per la sopravvivenza della razza umana è troppo alto, quindi continuiamo ad arrancare cinicamente distaccati verso fantasie irrealizzabili, e al diavolo qualunque ideologia!

Ci troviamo spesso a parlare di massimi sistemi come se il cambiamento non fosse una cosa semplice, come in effetti è. Il problema è che l’evoluzione è la lotta che ogni singolo essere umano deve combattere se vuole vivere secondo i propri principi e non secondo quelli dettati da quell’entità invadente e debilitante che è la società. Paragonarci costantemente agli altri – pessima attitudine che si è cristallizzata con l’avvento di internet – ci dissuade dal tentativo di manifestarci nella realtà se non seguendo precise linee guida dettate dall’economia. Chi siamo se non produciamo e performiamo così come ci si aspetta da noi? Nessuno. E in un’epoca in cui tutti desiderano essere qualcuno di socialmente invidiato (essere accettati non basta più), non c’è nulla che conti maggiormente. Essere secondo natura, essere davvero è quanto di più scomodo possiamo immaginare, perché significa abbracciare senza riserve frustrazioni e sconfitte e, nei casi peggiori, persino la morte. Il capitalismo nasce e si rafforza grazie a questo presupposto e a noi occidentali pare di non avere alcun reale motivo per rinunciarvi, anche se quello che ci viene chiesto è di sopravvivere a scapito di altri, che soccombono. Bisognerebbe ammettere che il punto non è se il superamento del capitalismo sia fattibile o meno, ma piuttosto se siamo noi ad essere disposti a tentare l’impossibile, anche quando la posta in gioco è altissima. Questo, però, non riguarda la struttura socio-politica di uno stato: riguarda noi, come individui, e la riuscita è l’ultima cosa di cui dovrebbe importarci. Questo, oggigiorno, è l’unico vero atto di ribellione possibile.

Alice

 

  


Esiste una terra, piena di contraddizioni, divenuta l’unica esistente e l’unica possibile. Il suo nome, nelle carte che abbiamo rinvenuto, noi uomini ed umanità di un lontano futuro, si chiama Westenia. Oggi, ciò che ci interessa, è descriverne la metafisica. Un sistema metafisico di Westenia è esistito e percepiamo ancora, tra i liquami fumanti dell’umanità giunta al suo ultimo stadio evolutivo, come in antichi volumi, come “Del declinare del mondo” e il “Tramonto dell’Occidente” prefigurarono, il boato di un mondo in cui il vero è divenuto soltanto un momento del falso:


“Un vasto mare umano ondeggia in continuazione, increspandosi occasionalmente in maniera effimera ed estemporanea.”


Nel sistema metafisico di Westenia, l’individuo massimamente libero è anche il più asservito al sistema. Pensare alla struttura metafisica di Westenia significa concepire una struttura che aspira all’eternità. Nella distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno, il fenomeno ha finito qui per assolutizzarsi. Il sistema è, per prima cosa, l’assolutizzazione del bisogno umano di vago ed indefinito, del suo desiderio continuo, ingrossato fino ad esplodere. Tale desiderio alimenta il meccanismo dell’immagine e della merce; è un desiderio che ha trasformato la struttura biologica degli ex cittadini dell’Impero. Il sistema presenta una suddivisione sociale, in cui la classe proletaria, individualizzata ed atomizzata, devota al desiderio, non ha più ragione di rappresentare la matrice rivoluzionaria del sistema. Il proletariato, se mai è esistito, è pura massa spettacolare. La massa spettacolare è vittima e complice dell’eternizzazione della vita estetica. Indefinitamente, per contrasto alla noia e al divenire, perché stanchi delle sofferenze della ragione e della conoscenza, diveniamo complici dello spettacolo globale. L’intelligenza artificiale non sostituirà l’umanità, ma vorremmo tanto che lo facesse.

La metafisica di Westenia esiste al di là di ogni prova. Lo spettacolo, che da essa promana, non è semplice sovrastruttura tecnica: l’immagine si è scissa dal reale; costruisce un iperuranio della merce, che esiste come supporto indefinito al progresso indefinito ed inarrestabile della tecnica.

Lo spettacolo è il tentativo di eternizzare il presente, di rendere inutile ogni serio ragionamento critico e ogni seria abolizione del reale in quanto sofferenza. 

Lo scrisse Debord, nei “Commentari sulla società dello spettacolo”:


“Dovunque regni lo spettacolo, le uniche forze organizzate sono quelle che vogliono lo spettacolo. Perchè nessuna può essere nemica di ciò che esiste, né trasgredire l’omertà che investe tutto. Ci siamo sbarazzati dell’inquietante concezione, che aveva prevalso per più di duecento anni, secondo la quale una società poteva essere criticabile e trasformabile, riformata o rivoluzionata. E ciò non è stato raggiunto grazie alla comparsa di argomenti nuovi, ma semplicemente perché gli argomenti sono diventati inutili.”


Vi è una trinità moderna, al vertice della metafisica di Westenia: tecnica-spettacolo-progresso. Lo spettacolo è emanazione diretta dell’inscindibile unione di tecnica e progresso. Progresso non significa miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo, poiché la materia semplicemente ha esaurito il proprio compito. Il mondo post-moderno, il mondo liquido, è ormai privo del benessere materiale precedente, ma nutrito di una aspirazione al benessere maggiore. Diviene insostenibile, perché incapace di soddisfare il numero crescente di desideri che alimenta. Si traduce in increspature rumorose, scoppi di violenza che, privi di connessione, finiscono con l’assomigliare a deboli sussulti in un oceano ormai indistinto di sofferenze. 

Uscire da Westenia, dal magma indistinto, era ed è dunque quasi impossibile. 

E ome un tempo tra le rovine dell’Impero romano d’Occidente, soltanto monaci ed eremiti, riuscirono nell’impresa di fuggire da un mondo al collasso, divenendo essi stessi il sogno utopico di un mondo al di là del mondo, preservandone l’umanità più profonda, immobili e vivi come ultimi tra i vivi. Così, val la pena di citare Di Dario: “Nel franare di un mondo si può recuperare il senso più riposto dell’andare controcorrente, ormai smarrito tra gli aspetti superficiali del vivere. Non andare contro, né lasciarsi trascinare, ma restare fermi. Fermi nella corrente.”



Massimiliano Vino <…@...>

Alice Rondelli <…@...>

data: 29 nov 2023, 08:44

oggetto: Riflessioni


Siamo dinanzi a delle contraddizioni insostenibili. 

Ripercorrendo la storia del declino e della caduta dell'Impero romano d'Occidente, esiste una fase, quella delle Bacaudae, in cui non riconoscendosi più nell'autorità e nei soprusi delle classi dirigenti dell’impero romano, i territori della Gallia (sottomessi da secoli all’impero) preferirono i conquistatori d'oltre Reno. Non è un giudizio di valore, ma una considerazione di fatto, che in Occidente nessuno parteggi più per l’Occidente. Le masse, noi, spingiamo in una direzione opposta. Non crediamo più in alcuna missione, non riteniamo di doverne avere alcuna. Ci sentiamo naturalmente criminali, colpevoli di aver ridotto il mondo al nostro parco giochi. Il che è vero. Anche io sono tra questi critici. Eppure questi sono segnali di un tramonto che è inevitabile. Un tramonto cui non seguirà una luce migliore, solo una luce diversa. La storia umana è storia di scontri tra potenze (non di civiltà, concetto del tutto fantasioso). La storia umana è storia di sopraffazione e basta. 

Possiamo spingere in avanti i nostri ideali e le nostre utopie. Immaginare un mondo migliore o auspicarlo. Lo auspico anche io. Si può cadere nella contraddizione secondo cui si vuole rinnovare civilmente il nostro mondo, sostenendo popoli della terra che pure non sono interessati a questi elementi. Si può criticare l'autoritarismo occidentale, ma preferire la Cina agli Stati Uniti, laddove entrambi presentano dinamiche autoritarie. Oppure ci si può disinteressare all'estensione dei diritti in tutto il mondo, pensare al nostro giardino di casa, migliorare le nostre condizioni e aspettare o sperare che lo faccia tutto il mondo, ancora nell'illusione che i diritti dell'uomo e dei cittadini siano sinceramente diritti universali. I diritti universali sono universalmente occidentali e francesi. Infine si può recriminare sullo sfruttamento del mondo, sapendo che siamo tutti complici, nel momento in cui ci serviamo di qualsiasi strumento esistente nella nostra società tecnica, noi siamo il problema. L'unico modo per risolverlo sarebbe sparire, sparire tutti.

Distruzione totale. Perché la contraddizione è troppo totale. La purezza non ha mai fatto parte del nostro orizzonte mentale, semmai solamente il senso di colpa. Senso di colpa perenne. Dunque cancellare tutto, o auspicarlo. Desiderare che la nostra civiltà non sia mai esistita e allora, forse saremmo liberi dalla contraddizione. Ma ne esisterebbe un'altra o altre, parimenti aggressive e parimenti imperialiste. 

Oppure isolarsi. Isolarsi da tutto e da tutti. Diventare individui totali, assoluti, Unici alla Stirner. 

Dunque anarchia totale o anarchi nel mondo. 

Ancora segnali affascinanti. L'impero romano d'Occidente fu costellato di eremiti o di distruzione. Si auspicava il ritorno di Dio e la fine del mondo. O ci si allontanava dal mondo, per sempre.

Ecco che il mondo è del tutto svuotato di senso, se mai ne abbia avuto.

La rivoluzione è auspicabile, possibile, ma inutile. 

La società ha raggiunto un tale stato di liquidità da poter esplodere definitivamente o doversi amalgamare in un tutto indistinto, in cui pochi elementi si isoleranno, particelle insignificanti ma forse libere. 

Siamo il sogno di un ombra.


Con affetto,

(Non so se possa completare il tuo pezzo, volevo scriverti le mie inquietudini)

Massi




Massimiliano Vino è insegnante di Storia e Filosofia; redattore delle riviste online Contrasti, Il Chiasmo (di Treccani) e Dissipatio; autore del romanzo distopico "Storia di una vecchia rivoluzione reazionaria", edito da Bookabook.


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