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  • Immagine del redattoreAlice Rondelli

L'argomento umano

Le popolazioni indigene e i palestinesi hanno in comune la lotta per la sopravvivenza e la difesa delle terre in cui vivono. Tuttavia, se le prime suscitano la benevolenza dell’opinione pubblica, alle seconde viene costantemente recriminata la risposta violenta agli attacchi sistematici ad opera delle milizie israeliane.

Ph. Battambang, Cambogia, 2018 (Alice Rondelli)


In tutto il mondo esistono circa 476 milioni di popolazioni indigene, gruppi sociali e culturali distinti che condividono legami ancestrali collettivi con le terre in cui vivono, delle quali non dispongono di un riconoscimento formale. La terra e le risorse naturali da cui dipendono sono indissolubilmente legate alle loro identità, culture, mezzi di sussistenza, nonché al loro benessere fisico e spirituale. Molti di questi popoli sono sull’orlo dell’estinzione a causa dello sfratto dalle loro terre o del trasferimento in altri territori, seppur conservino l’80% della biodiversità residua del mondo e detengano conoscenze e competenze ancestrali vitali su come adattare, mitigare e ridurre rischi climatici e disastri.

Negli ultimi 30 anni, i diritti dei Popoli Indigeni sono stati riconosciuti attraverso l’adozione di strumenti internazionali come la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni (UNDRIP) del 2007, la Dichiarazione Americana sui Diritti dei Popoli Indigeni del 2016, l’Accordo regionale sull’accesso alle informazioni, la partecipazione pubblica e la giustizia in materia ambientale in America Latina e nei Caraibi (Accordo Escazú) del 2021 e la Convenzione sui popoli indigeni e tribali del 1991. Tuttavia, non passa giorno senza che Survival International – il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni (fondato nel 1969 a Londra da Robin Hanbury-Tenison) – segnali soprusi, prevaricazioni, invasioni, occupazioni e attacchi violenti a danno di un qualche gruppo indigeno che non ha le risorse per difendersi. Nessun politico pare interessato a difendere i diritti naturali di queste persone ma anzi, sono in molti a desiderare di accelerare il loro processo di estinzione. Il 28 aprile 2023, il presidente brasiliano Lula ha annunciato il riconoscimento formale di sei riserve indigene, mantenendo la promessa elettorale di invertire la politica del suo predecessore, Bolsonaro. Durante un incontro annuale chiamato Free Land Camp, i rappresentanti del milione di indigeni presenti in Brasile avevano chiesto a Lula di accelerare il riconoscimento dei territori indigeni mappati, ma che non erano ancora stati formalmente riconosciuti. Tuttavia, dei 730 territori – considerati terre ancestrali – in cui vivono 300 gruppi indigeni, solo 434 sono stati ufficialmente riconosciuti. Uno studio del 2022 ha mostrato che le riserve indigene in Brasile hanno agito negli ultimi 30 anni come difesa contro la deforestazione in Amazzonia, la più grande foresta pluviale del mondo, che è vitale per moderare il clima globale.


Appena tre mesi dopo – precisamente il 3 luglio 2023 – dall’altra parte del globo, jet israeliani hanno colpito quello che il governo ha descritto come un impianto sotterraneo di produzione di armi nella Striscia di Gaza: Jenin, una città dello Stato di Palestina nella Cisgiordania settentrionale, sita all’interno di un’area occupata da Israele dal 1967. Le forze israeliane si sono ritirate dalla città dopo due giorni, al termine di un’operazione molto cruenta. La Palestinian Red Crescent Society ha dichiarato di aver evacuato dal campo profughi di Jenin (che ospitava i palestinesi dall’espulsione, avvenuta nel 1948) 500 famiglie: circa 3.000 persone. A causa dell’attacco due strutture appartenenti all’UNRWA (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro per i rifugiati palestinesi, che gestisce a Jenin quattro scuole, un centro sanitario e altre strutture) hanno subito gravi danni e molti residenti si trovarono ad avere urgente bisogno di cibo, acqua potabile e latte in polvere per i bambini. L’ONU stessa ha confermato che gli attacchi aerei hanno danneggiato in modo significativo le strutture in cui vivevano le persone sia nel campo, sia quelle dei quartieri circostanti, avvertendo che a causa di danni alle infrastrutture, la maggior parte del campo di Jenin ha perso l'accesso all'acqua potabile e all'elettricità.

Nonostante l’esercito israeliano abbia ucciso dodici persone, ferite 117 e abbia danneggiando l’80% delle abitazioni, il portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite si è limitato a dire, molto timidamente, che «l’operazione militare israeliana al campo profughi di Jenin non ha mostrato pieno rispetto per il diritto umanitario internazionale». Dunque non c’è da stupirsi se la resistenza palestinese è probabilmente la più agguerrita al mondo, seconda solo ai Viet Cong, il gruppo armato di resistenza vietnamita contro il regime filostatunitense del Vietnam del Sud. Al Jazeera riporta, infatti, la notizia che i palestinesi del campo profughi hanno resistito fieramente al più grande assedio israeliano di Jenin degli ultimi vent’anni. Se la presenza di Hamas (organizzazione politica e paramilitare) è così forte in Palestina è perché, sebbene nel corso degli anni siano state centinaia le risoluzioni ONU contro la violenta occupazione israeliana, nessuno governo del mondo si è mai davvero adoperato in difesa dei diritti dei palestinesi. Recentemente, però, qualcosa sembra aver smosso le torbide acque della faccenda. Il 14 giugno 2023, durante una visita di tre giorni del presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas a Pechino, il presidente Xi Jinping ha affermato che la Cina sostiene la lotta palestinese per il riconoscimento della propria indipendenza nazionale – atto che la Cina ha sancito nel 1988, pur mantenendo rapporti diplomatici formali anche con Israele. Alcuni sostengono che la Cina desideri assume un ruolo maggiore in Medio Oriente allo scopo di contrastare l’influenza degli Stati Uniti; tuttavia praticamente nessun governo ha detto una sola parola riguardo l’attacco israeliano a Jenin.

«They can’t break our spirit» riferisce un residente di Jenin ad un giornalista che ha documentato l’assedio riuscendo a sopravvivere al fuoco israeliano; fortuna che non è toccata alla collega di Al Jazeera Shireen Abu Akleh, uccisa l’11 maggio 2022 dalle forze israeliane, mentre documentava un raid dell’esercito proprio a Jenin. Il 4 luglio 2023, l’International Federation of Journalists ha condannato duramente il fatto che diversi giornalisti siano stati deliberatamente presi di mira dai cecchini israeliani mentre riferivano dell’operazione militare su larga scala di Israele a Jenin, ed ha esortato il governo israeliano a rispettare i suoi obblighi internazionali relativi alla libertà di stampa.


Le popolazioni indigene e i palestinesi hanno in comune la lotta per la sopravvivenza e la difesa delle terre in cui vivono e tuttavia, se le prime suscitano la benevolenza dell’opinione pubblica, alle seconde viene costantemente recriminata la risposta violenta agli attacchi sistematici subiti ad opera delle milizie israeliane. Il ministro per gli affari esteri malesiano ha redatto un documento nel quale condanna fermamente l’attacco israeliano a Jenin, ma dagli anni ’80 il governo autorizza le attività di disboscamento e piantagione di palma da olio nei territori in cui vivono le popolazioni indigene Orang Asli, Orang Ulu e Anak Negeri. Come disse Noam Chomsky, durante un colloquio del 2012 con Mouin Rabbani (analista mediorientale olandese-palestinese specializzato nel conflitto arabo-israeliano): «il problema principale è il rifiuto di considerare che le scelte politiche dei governi non sono casuali». La normalizzazione degli attacchi israeliani a Gaza e dell’occupazione è ormai totale. Gli unici a battersi per la causa palestinese sono i palestinesi stessi, quindi giudicare la gestione della resistenza di un popolo lasciato completamente solo, dinanzi ai soprusi che violano qualunque norma internazionale, è pura e semplice ipocrisia.


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