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  • Immagine del redattoreAlice Rondelli

In morte della filosofia


Lo scientismo è un movimento intellettuale che tende ad attribuire alle scienze fisiche e sperimentali la capacità di soddisfare tutti i problemi dell’uomo. Tuttavia, la potenza dell’effetto placebo dimostra che la scienza non è in grado di spiegare tutto.

Ph. Museo Cyberpunk, Cluj-Napoca, 2023 (Alice Rondelli)


«La filosofia è morta perché non ha tenuto il passo con i moderni sviluppi della scienza, in particolare della fisica», dichiarò una volta Stephen Hawking – definito dal filosofo Ian James Kidd “il cheerleader della scienza”. Dal canto suo, il filosofo Tom Sorell sostiene che lo scientismo – movimento intellettuale sorto nell’ambito del positivismo francese, che tende ad attribuire alle scienze fisiche e sperimentali la capacità di soddisfare tutti i problemi e i bisogni dell’uomo – attribuisca un valore troppo alto alla scienza rispetto ad altri rami del sapere o della cultura.

Se la scienza sia o meno l’unico modo di conoscere la realtà, o se sia almeno migliore dei metodi di conoscenza non scientifici, è una questione epistemologica. In questo senso lo scientismo può essere ampiamente inteso sia come l’idea che la conoscenza scientifica sia l’unica forma di conoscenza che abbiamo, sia come l’idea che sia la migliore forma di conoscenza che abbiamo. È importante notare che la conoscenza non si riferisce alla sua stessa analisi, ma indica invece la ricerca prodotta da professionisti in un campo di indagine accademico. I fautori dello Strong Scientism negano che le discipline non scientifiche possano produrre conoscenza reale, mentre i sostenitori dello Weak Scientism riconoscono le verità al di fuori della scienza, garantendo loro uno status razionale minimo anche se non hanno supporto scientifico, seppure anch’essi considerino quello scientifico il settore più autorevole della conoscenza umana. Una delle grandi ironie di tutto ciò è che lo scientismo non è una dottrina della scienza, ma una dottrina della filosofia.

Secondo lo psicologo Steve Taylor, una delle caratteristiche dei sistemi di credenze dogmatiche è che i loro aderenti accettano le ipotesi come fatti provati e questo vale anche per lo scientismo. Nel suo libro Defending Science – Within Reason, Susan Haack afferma che lo scientismo è un tipo esagerato di deferenza nei confronti della scienza, un’eccessiva prontezza ad accettare come autorevole qualsiasi affermazione fatta dalle scienze e a respingere qualsiasi tipo di critica mossa ad essa, bollandole come “pregiudizio antiscientifico”. Nel 1954 il dottor H. Richard Rasmusson definì lo scientismo come «un culto che ha fatto della scienza una religione». Lo studioso di religioni era preoccupato che essa sarebbe arrivata a negare Dio e il soprannaturale. Tuttavia, invece di condannare lo scientismo per definizione, gli oppositori devono mostrare cosa c’è di sbagliato in esso.

Si può dire che la conoscenza scientifica sia qualitativamente migliore della conoscenza non scientifica perché è esplicativamente, predittivamente e strumentalmente più efficace della conoscenza non scientifica. In sostanza, la teoria ha un successo strumentale nella misura in cui ci consente di intervenire sulla natura. Se l’epistemologia è lo studio critico della natura e dei limiti della conoscenza scientifica, lo scientismo epistemologico riconosce la conoscenza scientifica come l’unica forma di conoscenza che abbiamo, e quindi la conoscenza non scientifica non è affatto conoscenza. Tuttavia, in ambito medico esistono fattori psicologici in grado di influenzare la nascita e l’evoluzione di una malattia o l’efficacia di un farmaco, in modi che gli scienziati non sono ancora riusciti a spiegare.


Il termine “psicosomatica” venne introdotto per la prima volta nel 1818 dallo psichiatra Johann Heinroth, gettando le basi per una modalità di interpretazione delle malattie secondo una visione più completa e più moderna. Nel 1977 lo psicanalista Gunter Ammon, scriveva che la medicina psicosomatica è la medicina stessa, poiché è capace di considerare l’uomo per quello che è: un’unità inscindibile di psiche e soma. Questo era anche il principio fondamentale della medicina primitiva, che concepiva la malattia come una condizione di disagio dell’uomo “intero” dove l’effetto della volontà di una forza superiore era considerato determinante. La parola “psiche-soma” è stata creata dal pediatra Donald Winnicott , che nel suo Mind and its relation to the psyche-soma del 1954, reinventa il concetto di “psiche-soma”, considerandolo come un insieme di esperienze localizzate né nel corpo né nel cervello e, di fatto, non localizzate da nessuna parte. La psiche, in condizioni di salute, è intesa come il funzionamento immaginativo dei processi mentali, e il soma è inteso come l’esperienza della realtà fisica e della vitalità. Winnicott offre un esempio clinico del lavoro con una paziente che si sente irreale. Egli descrive un frangente dell’analisi in cui il funzionamento somatico della paziente è tutto: Winnicott, sentendo il proprio respiro e guardando la paziente respirare, sa che essa è viva. Questo è l'inizio della sua capacità di sperimentare il suo respiro (soma) e la sua immaginazione (psiche) come reali, vivi e suoi. Tra i concetti a cui il medico allude, due sono fondamentali: il primo è l’idea che nel suo lavoro clinico egli non solo vive un’esperienza con il paziente, ma apporta anche una struttura di significato inespressa all’esperienza, e i due sono inseparabili; il secondo, è l’introduzione di un insieme di termini e un modo di pensare che siano indipendenti dalla differenziazione tra mente conscia e inconscia, come vuole invece il modello topografico di Freud.


La cura di Platone per il mal di testa comprendeva: «una specifica foglia, ma c’era un fascino da abbinare al rimedio; e se uno pronunciava l’incantesimo al momento della sua applicazione, il rimedio funzionava perfettamente; ma senza il fascino non c’era efficacia nella foglia». Il ginecologo scozzese William Smellie fu probabilmente la prima persona ad usare il termine “placebo” per descrivere un trattamento medico, nel 1752. Egli scriveva ad una paziente: «Sarà conveniente prescrivere qualche innocente Placemus che lei possa prendere tra un istante e l’altro, per ingannare il tempo e compiacere la sua immaginazione». Secondo lo Shorter Oxford Dictionary la parola “placebo” è stata usata dal 1811 per indicare un medicinale somministrato più per compiacere che per apportare beneficio al paziente. Nella metà del XX secolo, gli studi effettuati con placebo erano abbastanza diffusi da consentire all’anestesista americano Henry Knowles Beecher di produrre uno dei primi esempi di una revisione sistematica che valutava quanto fosse potente il placebo. Beecher stava prestando servizio nell’esercito degli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale – lavorando in prima linea nel sud Italia – quando, sul finire delle scorte di morfina, si avvide di qualcosa che lo sorprese. Prima di un’operazione, un’infermiera aveva iniettato acqua salata invece della morfina a un soldato ferito ed egli, convinto che fosse vera morfina, sembrava non provare alcun dolore. Così, al termine della guerra, Beecher esaminò 15 studi clinici effettuati con placebo di trattamenti per il dolore e una serie di altri disturbi. Gli studi coinvolgevano 1.082 partecipanti e svelarono che, complessivamente, il 35% dei sintomi dei pazienti era stato alleviato dal solo placebo. Nel 1955 lo studio venne pubblicato con il titolo The Powerful Placebo. Le neuroscienze hanno accertato che i trattamenti con placebo inducono risposte reali nel cervello. Credere che un trattamento funzioni può innescare il rilascio di neurotrasmettitori, la produzione di ormoni e una risposta immunitaria, alleviando i sintomi del dolore, delle malattie infiammatorie e dei disturbi dell’umore. Nonostante sia assodato che l’effetto placebo è mediato da diversi processi – tra cui l’apprendimento, le aspettative e la cognizione sociale – spiegare come la mente riesca ad agire sul corpo in maniera così significativa da curare addirittura una malattia, rimane un mistero.


Ippocrate disse: «Preferirei conoscere la persona che ha la malattia piuttosto che la malattia che ha». L’importanza della filosofia nel soddisfare tutti i problemi e i bisogni dell’uomo risiede nel fatto che è stata proprio essa ad indagare per prima il concetto di “conoscenza”, il cui evolversi ha preparato il terreno allo sviluppo delle discipline scientifiche. E se ancora ci sono cose che la scienza non riesce a spiegare, come il meccanismo dell’effetto placebo e la psicosomatica più in generale, allora non è affatto vero che la filosofia è morta. Essa, infatti, continua ad essere essenziale per interrogarci sui meccanismi che sono alla base della conoscenza dell’uomo in termini di intellegibilità. L’interpretazione della percezione del mondo da parte degli individui non è affare che possa essere soddisfatto in toto dal metodo scientifico, questo a causa del fatto che il “perché” non è meno importante del “come”. La scienza ci dice in che modo funziona la natura – della quale l’uomo fa parte –, ma la filosofia ricerca le motivazioni di quegli stessi meccanismi e, nei millenni, le persone non hanno mai smesso di indagare l’inspiegabile. Senza la spinta propulsiva della filosofia la scienza neanche esisterebbe, perché tutto il sapere che l’umanità ha accumulato, e continua ad accumulare, parte proprio dall’amore per il sapere – (phileîn) “amare” e (sophía), “sapienza”. E se l’amore resta il più incredibile motore delle passioni umane, in maniera talvolta strabiliante, lo scientismo non può che inchinarsi dinanzi al suo mistero.



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